benecomune.net http://www.benecomune.net/ it Zerai e Carrisi, La testimonianza di Padre Mosč http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2272 Wed, 07 Jun 2017 12:44:27 +0200 In questo libro, scritto con il giornalista Giuseppe Carrisi, Padre Mosè (Abba Mussie) racconta la sua vita mescolandola al destino dei migranti in fuga da guerra, fame e violenza. Un racconto dettagliato che ci consente di allargare la nostra visuale su molti drammi migratori dei nostri tempi. Un ibro che scuote le coscienze, emoziona e fa riflettere...
In  questo libro, scritto con il giornalista Giuseppe Carrisi, il sacerdote eritreo padre Mosè (Abba Mussie)  racconta la sua vita mescolandola al destino dell’umanità di migranti in fuga da guerra, fame e violenza. Il racconto è dettagliato, tuttavia oltre alla biografia dell'autore che si fonde alla politica e alla cronaca degli ultimi anni, il libro ha un respiro più ampio che scuote le coscienze ed emoziona e fa riflettere ogni giorno.

Mussie Zerai, tra i disperati che fuggono, è un'autorità. Già prima di diventare sacerdote nel 2010 (sull'esempio di Giovanni Battista Scalabrini, beatificato nel 1997 con il titolo di Padre dei migranti), ha iniziato ad assistere migranti ed emarginati in modo più sistematico, nella convinzione che "non ci può essere pace senza giustizia, non ci può essere pace senza diritti" (p.178). Nel libro l'autore rievoca le stragi in mare, dalle prime alle più recenti, parla di tratta di uomini, di diritti violati, di un Mediterraneo divenuto cimitero e di un'Africa depredata e dilaniata. Mentre scrive che "chi è disperato non si fermerà di fronte a nessun muro"(p.78).

Arrivato da Asmara in Italia nel 1992, a 17 anni, per scappare dal regime eritreo, Mussie Zerai ha lavorato al mercato, poi ai semafori come venditore di giornali, infine come receptionist in una clinica e come guardarobiere in un teatro parrocchiale. E mentre cercava di costruire il proprio futuro ha iniziato ad aiutare altri immigrati, meno fortunati di lui. Da quel 10 marzo 2004, giorno in cui ricevette la prima telefonata di sos dal mare, il suo telefono è sempre rimasto acceso, tanto da essere diventato ormai l'estremo appiglio a cui aggrapparsi. Quel numero di cellulare non è un numero di cellulare qualunque. Continua a essere scritto a penna sulle magliette, inciso nell’interno delle stive e delle carceri, c'è chi lo pronuncia in un ultimo afflato di speranza e chi lo chiama dai lager libici, dalle prigioni egiziane, le famiglie che non hanno più notizie dei loro cari o dai campi profughi del Sudan.

Nel 2006 Don Mussie Zerai ha fondato l’agenzia non profit “Habeshia”, dal nome della zona tra Eritrea ed Etiopia da cui provengono i profughi. Diventare attivista per i diritti umani è stato lo sbocco naturale della sua vita, grazie anche agli studi compiuti: Filosofia a Piacenza, dal 2000 al 2003, Teologia nei cinque anni successivi e poi Morale sociale presso l’Università Pontifica Urbaniana fino al 2010, quando è stato ordinato sacerdote. Già da piccolo manifestava l’intenzione di diventare prete.

Don Mussie Zerai - candidato al Nobel per la Pace nel 2015, inserito dal Time tra le 100 personalità più influenti del 2016 nella categoria "Pionieri", a settembre 2016 è stato invitato a presentare la sua proposta nel Summit dell’ONU sull’emergenza migranti.

La sua voce, come la sua volontà, è molto ferma: "L'Onu, l'Europa e le altre istituzioni nazionali e internazionali violano i diritti dei migranti. La politica di Bruxelles è quella di arginare i flussi migratori attraverso accordi bilaterali con i vari paesi di transito, senza preoccuparsi delle modalità con cui queste persone vengono fermate. Sono anni che l'Europa costruisce muri e non ponti per affrontare la tragedia dei profughi"(p.18).


Mussie Zerai, Giuseppe Carrisi, Padre Mosè. Nel viaggio della disperazione il suo numero di telefono è l'ultima speranza, Giunti, Firenze 2017.


Citazioni

“È un dramma che si aggiunge al dramma, ma di fronte a tutto questo si preferisce continuare a gestire l’emergenza, invece che affrontare le cause delle migrazioni. Si ragiona sempre e solo in termini di ordine pubblico e sicurezza, invece di parlare di diritti ed economia” (P. 37).

"È da quando ho cominciato a occuparmi di migranti che, ogni giorno, mi chiedo: perché succede tutto questo? E la risposta è stata sempre la stessa: perché qualcuno - sul piano politico - non ha fatto il suo dovere. Se quei disperati avessero potuto raggiungere l'Europa per vie legali e sicure, senza essere costretti ad affidarsi ai mercanti di morte, non
avrebbero terminato i loro giorni in fondo al mare" (P. 101).

“Quello che si chiede all’Africa è di morire in silenzio, senza fare rumore, lontano dalla vista dei cittadini europei: non sia mai che si turbino e venga loro in mente di fare azione umanitaria” (P. 13).

“I giovani sono ben informati dei rischi. Quando andiamo nei campi profughi in Etiopia e facciamo vedere le immagini atroci di ciò che accade durante il viaggio ci rispondono: ‘bene, questi sono i pericoli, ma quale alternativa ci proponete? Tra morire lentamente qui e tentare la fortuna preferiamo tentare la fortuna’” (P.164).
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La povertą educativa: definizione, misurazione e un metodo per contrastarla http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2271 Wed, 07 Jun 2017 10:34:09 +0200 E' importante occuparsi di povertà educativa e saperla misurare. E' difficile proporre ricette per contrastarla ma è utile avere un metodo per imparare a conoscere cosa funziona o meno. Per capire perché funziona o non funziona e condividere le lezioni apprese
1. Cos’è la povertà educativa e come viene misurata?
La nozione di povertà educativa è stata introdotta da alcuni sociologi ed economisti alla fine degli anni ’90 per sottolineare che la povertà è un fenomeno multidimensionale che non può essere ridotto alla sua componente strettamente economica. L’idea è stata successivamente ripresa in un rapporto di “Save the Children” e infine in un recente bando ministeriale, diventando così familiare per un pubblico più ampio.

Così come per la dimensione economica della povertà, il riferimento teorico è all’ideale dell’uguaglianza di condizioni, ossia l’idea che ogni essere umano abbia diritto a godere dei livelli essenziali di un insieme di beni primari necessari al suo sviluppo personale e alla sua inclusione sociale. Nelle società capitalistiche, questa idea ha consentito di porre un argine alle disuguaglianze economiche, affermando che esse non possono raggiungere livelli tali da trasformare la deprivazione economica in marginalità sociale. Con la nozione di povertà educativa, s’intende sottolineare che anche le disuguaglianze nelle competenze e nelle conoscenze acquisite durante i processi educativi vanno contenute. Ogni essere umano ha diritto a livelli di riuscita formativa tali da permettere la sua piena realizzazione personale e inclusione sociale.

L’idea di povertà educativa è quindi strettamente legata all’approccio delle capabilities sviluppato da Sen e Nussbaum: l’uguaglianza sociale richiede di promuovere la libertà individuale, intesa in senso positivo come opportunità di realizzare i propri progetti di vita. Questa opportunità richiede non solo risorse economiche, ma anche le risorse culturali e riflessive necessarie alla realizzazione personale e alla piena cittadinanza.

Il concetto di povertà educativa ha quindi un significato ampio, anche se poi la sua misurazione empirica è affidata di norma a indicatori empirici ben più circoscritti: i livelli di competenza linguistica, matematica, scientifica o economico-finanziaria, l’abbandono scolastico, le qualifiche formative acquisite. La dimensione delle competenze è particolarmente rilevante e potrebbe/dovrebbe essere arricchita con ulteriori indicatori, ad esempio le competenze civiche, la conoscenza dell’inglese, le abilità informatiche.


2. Come ridurre la povertà educativa? Un breve elogio del pragmatismo
Il profilo dei soggetti esposti ai maggiori rischi di povertà educativa è ampiamente noto: maschi, genitori con livelli ridotti di scolarità e in condizione di marginalità occupazionale o povertà economica, famiglie straniere, nuclei familiari monoparentali o sottoposti a condizioni di disagio sociale. Inoltre in Italia i rischi di povertà educativa sono molto maggiori nelle regioni meridionali.

Come contrastare il fenomeno? Una risposta onesta a questa domanda è che in Italia sappiamo molto poco su cosa funziona davvero. Beninteso, esistono alcune idea generali condivise. Ad esempio, è ampiamente riconosciuto che, poiché l’apprendimento è un processo cumulativo dove le prime competenze acquisite sono i mattoni su cui si possono, o non si possono, costruire le competenze di ordine superiore, il contrasto alla povertà educativa deve iniziare dai primi anni di vita. E’ molto condivisa inoltre l’idea che l’accesso a servizi per l’infanzia di qualità svolga un ruolo essenziale per lo sviluppo delle competenze di base. Al contempo si riconosce che, poiché i bambini passano almeno il 50% del proprio tempo al di fuori di questi servizi (conteggiando anche i fine settimana e le vacanze) e sotto la supervisione diretta o indiretta di genitori e parenti, potenziare le competenze e le motivazioni delle famiglie di origine è altrettanto importante. Ad esempio, promuovere la riuscita educativa di un bambino straniero richiede anche di investire sulla sicurezza economica, sull’inserimento sociale e sulle capacità linguistiche dei suoi genitori. Infine, il sostegno precoce e personalizzato agli allievi in difficoltà nella scuola di base e l’orientamento alle scuole superiori sono riconosciuti come snodi essenziali nella prevenzione della povertà educativa.

Queste idee sono però solamente linee strategiche molto generali: il vero problema è come metterle in azione efficacemente. Chiunque operi nel lavoro sociale sa benissimo che un’idea può essere ottima in partenza e rivelarsi poi del tutto fallimentare quando viene messa in pratica, per un insieme di ostacoli grandi e piccoli che impediscono di raggiungere l’obiettivo prefissato. E’ il modo in cui mettiamo in pratica l’idea, sin nei più piccoli dettagli, ciò che fa la differenza. Come dicono gli inglesi, implementation matters.

Vediamo un esempio tra i tanti possibili: nella letteratura internazionale, uno dei mantra della prevenzione della povertà educativa è il coinvolgimento dei genitori (parental involvement) e una delle azioni ritenute più efficaci è la lettura di libri di storie ai bambini sin dalla prima infanzia. E’ una bella idea, ma purtroppo la letteratura è piena di studi scientifici che mostrano i fallimenti degli interventi di promozione della lettura parentale. E questo non dovrebbe affatto sorprenderci. Le cose che possono andare storte sono molte: possiamo dare libri ai genitori e spiegare loro l’importanza di leggerli, ma nei nuclei dove si concentrano disagio economico, sociale e culturale non è difficile immaginare che molti genitori saranno poco ricettivi, quindi bisogna trovare le modalità comunicative adatte; inoltre non basta convincere i genitori in astratto, essi devono poi mettere in atto una routine regolare; la lettura diventa un rituale piacevole e arricchente solo se spieghiamo ai genitori anche come leggere efficacemente; la scelta dei libri poi dev’essere tarata molto bene: se il livello di vocabolario è un po’ troppo complesso, genitori e bambini possono scoraggiarsi o annoiarsi, mentre se è troppo semplice l’apprendimento è limitato; bisogna adattare efficacemente l’intervento alle famiglie straniere; e così via.

Davanti a queste difficoltà, l’unico atteggiamento difendibile è il pragmatismo: imparare dagli errori. Ma per imparare dagli errori, dobbiamo capire che abbiamo sbagliato, cioè capire che un intervento non ha funzionato. Invece la valutazione dell’efficacia degli interventi nel lavoro sociale è una prassi molto rara in Italia. Alle volte la “valutazione” non c’è, altre volte è intesa come mera rendicontazione (“avete speso tutti i soldi?” Come se spendere tutto equivalesse a spendere bene); altre volte, è fatta in modo ingenuo. Ad esempio, come potremmo valutare se un intervento di promozione della lettura parentale funziona? Anzitutto dobbiamo fissare chiaramente l’obiettivo che vogliamo raggiungere e come misurarlo (ad esempio vogliamo migliorare le competenze linguistiche, descritte da una misura di vocabolario ricettivo). Questa è una banalità che spesso nei fatti viene presa poco sul serio: davanti a un progetto, si tende a mettere in campo quante più azioni possibili, ma senza preoccuparsi di verificare puntualmente la loro efficacia: sono buone idee e si presume che qualche effetto benefico lo abbiano.

Dopodiché misureremo le competenze linguistiche dei bambini prima e dopo l’intervento. Ma è evidente che, se osserviamo un miglioramento nel tempo delle competenze, non possiamo concludere che esso derivi dal nostro intervento: dopotutto, il vocabolario dei bambini cresce in fretta anche solo per osmosi con l’ambiente circostante; il nostro intervento potrebbe essere stato del tutto inefficace per uno dei tanti motivi menzionati sopra. Dobbiamo allora confrontare il miglioramento delle competenze dei bambini coinvolti nell’intervento con quello di un gruppo di confronto che non vi ha partecipato; se guardiamo cosa succede solo a chi ha partecipato all’intervento, stiamo facendo l’assunto eroico che, in assenza di questo intervento, non sarebbe cambiato nulla.

Infine, affinché i due gruppi siano realmente confrontabili in tutto e per tutto, l’assegnazione a uno dei due gruppi deve avvenire necessariamente con una procedura di estrazione casuale (sperimentazioni randomizzate). Invece, nei rari casi in cui si effettuano valutazioni che confrontano due gruppi, questi sono costruiti un po’ a casaccio, con criteri ad hoc che pregiudicano la loro reale confrontabilità.

Fissare obiettivi chiari e misurabili, confrontare due gruppi nel tempo, assicurarsi che i due gruppi siano realmente confrontabili: è questo l’unico modo per sapere se l’intervento ha funzionato o meno. I bandi sulla povertà educativa hanno innovato positivamente su questo versante, richiedendo che i progetti contenessero valutazioni d’impatto sperimentali o quasi-sperimentali. Purtroppo questa metodologia è poco praticata in Italia, mentre in altri paesi come l’Olanda o l’Inghilterra è più sviluppata e quindi più familiare agli stessi operatori sociali, quindi sarebbe auspicabile pensare ad azioni formative su questa metodologia.

Le sperimentazioni randomizzate permettono di capire se un intervento ha funzionato o meno. Questo è molto importante, ma non basta. A questo punto, servono altre due cose. La prima è capire cosa ha funzionato e cosa no nell’intervento, attraverso analisi qualitative della sua implementazione; ad esempio, nel nostro caso potremmo intervistare dei genitori che hanno partecipato all’intervento e capire quali difficoltà hanno incontrato. Il secondo passaggio essenziale è mettere in rete le lezioni apprese, farle diventare un patrimonio conoscitivo condiviso. Così magari nel prossimo intervento sulla lettura parentale non si ripartirà da zero. Per fare questo, servono archivi (repository) che mettano a disposizione di tutti e queste analisi di impatto e di implementazione, rendendole agevolmente fruibili a un pubblico ampio.

Provate a guardare, ad esempio, in questa banca-dati americana. Qui trovate una serie di obiettivi collegati alla lotta alla povertà educativa: migliorare le competenze matematiche, ridurre la dispersione scolastica, facilitare l’integrazione degli allievi stranieri, e così via. Per ogni obiettivo, troverete un gran numero d’interventi che sono stati messi in atto, leggerete una breve descrizione di ogni intervento, saprete se ha funzionato o meno, se si è rivelato più efficace per alcuni sottogruppi di studenti e troverete un ragionamento sui problemi di implementazione. Dettaglio molto importante: troverete anche le azioni che non hanno funzionato, per evitare di ripetere gli stessi errori. In altri paesi europei esistono esperienze simili, ma in Italia un archivio così non c’è perché le valutazioni d’impatto sono arrivate l’altro ieri. Quindi il migliore punto di partenza è capire che cosa ha funzionato altrove e chiedersi se e come possa essere adattato al contesto italiano.

Per concludere, in questo contributo ho illustrato cos’è la povertà educativa, perché è importante occuparsene e come viene misurata. Non ho proposto ricette per contrastarla, perché credo che le ricette che funzionano in Italia non le conosciamo ancora: sinora ci siamo accontentati delle buone intenzioni e delle pie speranze. Ho proposto allora un metodo per imparare a conoscere cosa funziona o meno, capire perché funziona o non funziona e condividere le lezioni apprese.
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Elezioni amministrative: qualcosa non va http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2270 Thu, 01 Jun 2017 09:47:06 +0200
A giugno si vota in molte amministrazioni locali, Pistoia (dove si vota domenica 11 giugno) è una di queste, ma come vedremo il ragionamento lo si potrebbe estendere a tutta la penisola.

Nove candidati a sindaco, 600 a consigliere comunale in 22 liste sono po’ troppi: solo due hanno alle spalle una organizzazione di partito o quello che ne resta, tutti gli altri senza alcuna struttura di supporto, ma evidentemente capaci di mobilitare alcune centinaia di firme e soprattutto 40 candidati ciascuno; in sostanza anche loro hanno un retroterra politico e organizzativo che in qualche modo esprime un consenso tangibile e vero.

Mai c’era stato un proliferare così massiccio di candidati a sindaco; tutti da liste civiche, dunque non possiamo che porci la domanda più ovvia di questo mondo: perché? La risposta non può essere banale e riduttiva perché abbiamo detto in precedenza che ognuno di loro, comunque vada ha una base di riferimento. A questo va aggiunto che fare il Sindaco è un mestiere molto pericoloso perché dal 1992 c’è sempre qualche Pubblico Ministero che manda un avviso di garanzia o la Corte dei Conti che richiede i soldi spesi male.

Come si spiega questa apparente contraddizione? E’ evidente ormai che i partiti, tutti i partiti, non sono più in grado di svolgere la funzione, fondamentale del ‘900, quella di mediazione sociale. Una mediazione che di fronte ad un problema nuovo o a interessi confliggenti, riusciva a trovare soluzioni che in qualche modo tenessero assieme, sotto una unica bandiera, un popolo con interessi variegati; questo succedeva sia a destra che al centro come a sinistra.

Questo era possibile perché c’erano risorse finanziarie sufficienti per far fronte a tutto e a tutti, così che tutte le parti sociali, o corporazioni, usufruivano di benefici, risorse, posizioni o semplice visibilità. Questo meccanismo, nato nel dopoguerra e prosperato negli anni d’oro del boom economico ha continuato, a livello locale fino a tutto il secolo scorso, quando d’improvviso ci siamo accorti che la ricchezza complessiva prodotta non era più sufficiente a garantire il sistema e sono cominciati i tagli.

Ma, come diceva mia nonna, è difficile togliere la “ciccia dalla bocca del gatto”, così le corporazioni più forti hanno continuato a pretendere ciò che avevano prima e i partiti hanno fatto sempre più fatica a fare “sintesi” (tradotto dal politichese vuol dire che non potevano più garantire i privilegi a cui avevano abituato i propri elettori).

E’ per questo motivo che la “cosiddetta società civile” oggi esprime, a Pistoia come nel resto d’Italia, una proliferazione di candidati a Sindaco e di liste fuori da ogni schema; tutte fanno a meno di ogni mediazione e si presentano da sole per garantire i vecchi privilegi ormai minacciati da vicino da una ristrutturazione della spesa pubblica che non è più rinviabile.

Tanto è forte questo bisogno che, superando la pericolosità del mestiere di Sindaco, trovano finanziatori per la campagna elettorale, producono programmi, abbandonano le loro tradizionali professioni e si gettano a capofitto in una contesa che vedrà solo un vincitore e 40 comprimari che per stare su quegli scranni dovranno votare sempre ciò che verrà loro detto di votare; il resto è tutta scena di un teatrino che abbiamo già vissuto.

Una volta la crisi delle acciaierie di Piombino si sarebbe risolta in pochi mesi, oggi sono tre anni che si va avanti e ancora non si vede la fine; con la crisi dell’edilizia non c’è una gru in piedi, ma alla pletora di geometri che abbiamo nel nostro Paese che cosa gli facciamo fare se non produrre carta inutile? Dunque i regolamenti edilizi devono avere come minimo 200 pagine, mentre in Germania non superano le 4 paginette; sono solo due degli esempi a cui potevamo attingere. Per non parlare di commercianti, artigiani, dipendenti pubblici, e chi più ne ha ne metta.

Tutto ciò è anche un sintomo della incapacità della “società civile” di andare oltre ad uno sterile quanto vuoto rivendicazionismo perché se ci fosse un robusto tessuto economico, non avremmo bisogno di difendere i nostri redditi appellandosi unicamente all’intervento pubblico. Esso è rimasto per molti l’unica risorsa disponibile e, come si vede, tutti si aggrappano come il naufrago al relitto. Forse tutti questi naufraghi farebbero meglio a chiedere conto ai comandanti delle loro navi perché li hanno mandati a sbattere sugli scogli, perché i dirigenti delle corporazioni si siano arroccati solo a difendere i privilegi che avevano accumulato senza elaborare proposte con un respiro più ampio che garantisse la crescita e lo sviluppo; perché si chiedono risorse solo al pubblico senza mai mettere in discussione noi stessi?

E’ il fallimento di una intera classe dirigente che ha guardato il dito anziché la luna, ha privilegiato le proprie posizioni di potere fatte di tessere, raccomandazioni, e piccolo cabotaggio, senza avere mai il coraggio e l’accortezza di voltare pagina rispetto ad un modello manifatturiero che stava scomparendo.

Sempre disposti a ricrederci, ma non ci sembra di scorgere proposte in grado di rappresentare come sarà la città tra 10 o 15 anni, manca in tutti un disegno complessivo di ampio respiro che non si fermi alle enunciazioni, ma che indichi i passi e le modalità per costruirlo.

Ormai siamo cresciutelli e non crediamo più alle promesse/bugie elettorali.
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Prevenire la povertą educativa con il lavoro di rete: l'esperienza di Enaip Piemonte http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2269 Wed, 31 May 2017 15:01:55 +0200 In Italia povertà economica e povertà educativa stanno assumendo le caratteristiche di un circolo vizioso: gli studenti che abbandonano la scuola sono più soggetti alla disoccupazione e sono ad alto rischio di esclusione sociale. L’attenzione al tema della dispersione scolastica ha portato chi si occupa di povertà educativa a sperimentare vari tipi di interventi. En.A.I.P. Piemonte partecipa all’iniziativa, promossa dalla Regione Piemonte, dal titolo "Obiettivo Orientamento Piemonte"
In Italia povertà economica e povertà educativa stanno assumendo le caratteristiche di un circolo vizioso: studi sul tema mostrano come gli studenti che abbandonano la scuola, “sono più soggetti alla disoccupazione, hanno bisogno di più sussidi sociali e sono ad alto rischio di esclusione sociale, con conseguenze sul benessere e la salute. Inoltre, tendono a partecipare meno ai processi democratici” (Tuttoscuola, Dossier Dispersione scolastica).

Nel nostro paese, nel 2014, i giovani in condizione di “Neet” erano il 26,2% sebbene il Piemonte si attesti al 21,3%: entrambi i dati sono comunque al di sopra della media dell’UE (15,4%). Uno studio dell'Ires sui giovani piemontesi tra i 15 e i 29 anni (circa 597.000 pari al 13,6% della popolazione) mostra come, sul fronte del lavoro, il 15,8% sia inattivo (il dato sale per gli stranieri), mentre riguardo l'abbandono scolastico, nonostante un notevole miglioramento nell’ultimo decennio, nel 2015 il dato si attesta sul 12,6%. Rispetto ai dati sulla popolazione “Neet” circa 19.000 ragazzi fra i 15 e i 19 anni (1 adolescente su 10) il 50% è rappresentato da adolescenti con difficoltà scolastiche pregresse, drop out e in possesso di titoli di studio non superiori alla licenza media.

L’attenzione al tema della dispersione scolastica ha portato gli operatori degli istituti educativi che si occupano di povertà educativa a sperimentare negli anni vari tipi di interventi. En.A.I.P. Piemonte partecipa, da ottobre 2016, all’iniziativa promossa dalla Regione Piemonte dal titolo Obiettivo Orientamento Piemonte su tutto il territorio regionale.

In coerenza con gli approcci di Welfare Comunitario
che ritengono fondamentale la costruzione di una rete tra operatori pubblici e del privato sociale per fare in modo che il linguaggio, gli approcci e le modalità di intervento si uniformino, il progetto ha favorito la costituzione di un partenariato allargato in cui rientrano soggetti di differente natura: Centri per l’Impiego, Agenzie per il lavoro, Scuole pubbliche e private, Associazioni Sindacali e Datoriali, Enti Locali (informagiovani) e servizi Socioassistenziali. Questo partenariato deve fungere da volano di un continuo scambio di informazioni su ragazzi che presentino forme di povertà educativa.

Il progetto vuole mettere a sistema innovazioni di processo e strategie di governance per diffondere su diverse province e su più ordini scolastici le azioni che hanno dimostrato la loro efficacia. Molto importante è la costruzione di una rete “a maglie strette” dove si intrecciano le azioni di tutti i servizi che intercettano i giovani e che preveda, laddove la/il ragazza/o esca da un sistema, strumenti atti ad agganciarlo ad un altro.

Considerando il fenomeno della dispersione scolastica nel suo complesso, l’iniziativa Obiettivo Orientamento Piemonte dà grande rilevanza all’attività di prevenzione: gli operatori agiscono sulla scuola media inferiore e sui primi anni della scuola superiore nell’individuazione dei sintomi di disagio, nell’offrire interventi informativi e orientativi in cui si costruisce un senso di maggiore efficacia ed una idea della scuola che non abbandona ma al contrario trova linguaggi diversi per comunicare.

Parte importante del progetto è infine caratterizzata dall’attività di intercettazione e intervento sui “dispersi” tramite l’attivazione di azioni mirate per individuare e coinvolgere i soggetti che più difficilmente entrerebbero in contatto con servizi orientativi: i giovani in stato di dispersione scolastica/formativa o i NEET. Il rafforzamento dei rapporti istituzionali con i servizi locali dedicati alla prevenzione ed al recupero della dispersione con altri servizi per l'inserimento lavorativo dei giovani (Centri per l’impiego, Agenzie per il lavoro) e con i servizi socio-assistenziali rappresenta una strategia chiave per il raggiungimento degli obiettivi prefissati. Altro aspetto importante è il consolidamento delle relazioni fra le scuole e le agenzie formative per individuare i giovani a rischio di abbandono. È altresì fondamentale la collaborazione con le associazioni locali di aggregazione giovanile e quelle di promozione sportiva, privilegiando i rapporti con gli organismi coinvolti nei progetti dei territori.

Per migliorare la capacità di intercettare i ragazzi le agenzie che costituiscono il partenariato del progetto hanno messo a disposizione un monte ore di apertura del servizio di accoglienza (20 ore) che si articola in modo tale da garantire la massima accessibilità possibile. In totale in Piemonte sono attivi 170 sportelli.

Inoltre, all’interno del progetto è stata predisposta una procedura per “agganciare” i giovani a rischio di dispersione: le Scuole, le Agenzie formative, i Centri per l’Impiego che individuano giovani a rischio di dispersione o dropout, hanno la possibilità di fare delle segnalazioni a un indirizzo mail (in totale 4 come i quadranti in cui è suddivisa la Regione Piemonte) tramite una scheda condivisa.

Le caselle di Posta Elettronica sono presidiate dal capofila del Raggruppamento RT che verifica le nuove segnalazioni, effettua un primo filtro per verificare l’effettiva condizione del ragazzo /della ragazza e stabilisce le priorità per i contatti telefonici. La presa in carico dell’adolescente o del giovane da parte di un componente del RT avviene sulla base del criterio della territorialità e dell’accessibilità per l’utente (in termini di vicinanza dall’abitazione o dalla scuola che frequenta o presso cui è iscritto).


Le attività del progetto obiettivo orientamento Piemonte
Se il giovane si dimostra interessato a partecipare alle iniziative di Obiettivo Orientamento Piemonte potranno iniziare le attività previste dal progetto:

- Colloquio intervista mirato
Colloquio finalizzato a delineare la domanda orientativa individuale e a una successiva esplorazione finalizzata alla definizione della progettualità individuale.
- Seminari e/o incontri orientativi di sensibilizzazione di gruppo
I contenuti sono relativi a diverse aree di interesse: modalità di assolvimento dell’obbligo, opportunità e offerte formative del territorio, le tipologie di contratti di lavoro.
- Percorsi integrati di educazione alla scelta
Il servizio è rivolto prioritariamente alle classi seconde e terze delle Scuole Secondarie di I grado. Obiettivo dell’azione è supportare ed accompagnare i giovani nella transizione tra i Sistemi (Scuola-FP-Lavoro).
- Percorsi di orientamento alla professionalità di gruppo
Il servizio è un itinerario formativo e orientativo finalizzato all’acquisizione di strumenti di esplorazione delle professioni, attraverso visite nei laboratori, e di ricerca attiva del lavoro.
- Tutoraggio individuale
Supporto ed accompagnamento del giovane alla realizzazione del suo progetto orientativo.
- Colloqui orientativi individuali
Consulenza orientativa per migliorare la conoscenza di sé al fine di definire meglio il proprio progetto individuale.
- Bilancio motivazionale attitudinale
Percorso individuale di approfondimento delle potenzialità, abilità e conoscenze a sostegno delle situazioni caratterizzate da assenza progettuale o da scarsa capacità di scelta, finalizzato ad elaborare una scelta e un progetto individuale.


Conclusioni
Contrastare la povertà educativa risulta oggi fondamentale anche in vista dell’inserimento nel mercato del lavoro, è ormai consolidato che le imprese richiedano competenze (non più solo “forza lavoro”!). L’offerta di formazione deve quindi adeguarsi alle nuove esigenze e di finalizzare i propri contenuti tradizionali all’acquisizione di competenze.

Le competenze sono sempre più considerate tra le “risorse” maggiormente pregiate di una persona, di una comunità, di un territorio, di un’impresa. Come diceva già D. Peter all’inizio degli anni novanta, nel futuro «le principali attività creatrici di ricchezza non saranno né l’allocazione del capitale ad usi produttivi, ne il lavoro….. In futuro il valore sarà sempre più creato dall’innovazione, cioè dalla conoscenza applicata a/lavoro». Per far funzionare l’innovazione servono competenze. Per stare dentro e al passo con l’innovazione, la società e le imprese hanno bisogno di persone competenti; le persone devono costantemente aggiornare, accrescere, affinare le proprie competenze.
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Intervista a Cesare Moreno: "Far uscire i giovani dal ghetto in cui vengono rinchiusi" http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2268 Wed, 31 May 2017 13:45:57 +0200 Associazione Maestri di Strada di Napoli, di cui è stato socio fondatore

Partiamo dalla vostra esperienza. La missione dei Maestri di Strada è la cura dell'educazione per presentare ai giovani un mondo che abbia un senso per loro. Come cercate di realizzare questo obiettivo? Con quali strumenti?

Il primo strumento è aiutare chi aiuta. Lo facciamo con diverse figure: gli educatori, gli insegnanti, le associazioni sociali e i genitori. Queste persone dovrebbero sostenere i ragazzi; alcuni riescono a farlo anche professionalmente mentre altri non hanno una preparazione adeguata. Oggi gli adulti sono di fronte a sfide e riposte educative molto difficili. Come parlare ai ragazzi, ad esempio, di un fatto come quello di Manchester? E’ evidente che gli adulti sono in difficoltà. La nostra esperienza si caratterizza per lo stare vicini a ragazzi che vivono situazioni difficili. Il nostro obiettivo educativo è quello di far crescere i ragazzi nella sovranità di sé negata per errori pedagogici e sociali. Crediamo nel valore dell’attività riflessiva, dello sviluppare un pensiero riflessivo sull’educazione partendo dall’esperienza che si costruisce giorno dopo giorno. Come Maestri di Strada crediamo che la fonte del sapere pedagogico venga dalla strada e non dai manuali. Crediamo in una pedagogia sociale che parta dalla conoscenza dai territori, che sono sempre diversi, come sono sempre diversi e mutevoli i ragazzi che incontriamo. La nostra missione è quella di far capire al mondo adulto e poi agli specialisti, che l’educazione è una cosa di cui si devono occupare tutti. In sintesi noi puntiamo i riflettori sull’esperienza nella convinzione che il pensiero pedagogico si costruisce proprio sull’esperienza.


“Ciascuno cresce solo se sognato". Questa frase di Danilo Dolci è presente nell’home page del vostro sito. Ce la può spiegare a partire dalla vostra esperienza educativa rivolta ai giovani che incontrate?


Questa frase di Danilo Dolci è veramente sconvolgente rispetto ad un modo ordinario di pensare. La cultura di destra e di sinistra pensa ai giovani come un derivato delle loro condizioni sociali, delle “disgrazie” attraversate …
Ma i giovani non sono la conseguenza del loro passato. Bisogna sognare le persone, guardare lontano, andare verso qualcosa di irrimediabilmente nuovo. E’ necessario mettere in moto le aspirazioni dei ragazzi che non hanno sogni. Anche noi adulti dobbiamo sognare. Il nostro lavoro consiste nell’osservare, nel dialogare con i ragazzi nella prospettiva delle multivisione. Il nostro obiettivo è quello di operare una ricostruzione dei ragazzi da tutti i punti di vista. In questa prospettiva i genitori sociali e gli esperti (psicologi, pedagogisti) cercano di sostenete i ragazzi nei momenti più difficili. In particolare i genitori sociali, una figura che abbiamo ideato noi e che è effettivamente agita da alcuni genitori (diversi da quelli dei ragazzi da noi seguiti), realizzano un ruolo teso a far “raffreddare i conflitti” e a sostenere i ragazzi che sono più in disagio e che recano più “disturbo”. Questo avviene in un luogo specifico, che noi chiamiamo “spassatiempo”, dove i ragazzi anche attraverso alcune attività ricreative e ludiche (es. giochi da tavolo) di rasserenano, si rilassano. Si tratta di un luogo molto informale che ci aiuta molto a capire i ragazzi, a dialogare con loro. Ogni settimana realizziamo degli incontri che denominiamo di “multivisione” utili per ricostruire la personalità dei ragazzi, per avere una nuova e diversa visione di loro e per elaborare tutte le emozioni che il lavoro educative mette in movimento anche nei professionisti più esperti.

Non bisogna mai dimenticare che I ragazzi si specchiano negli adulti. Se l’immagine che gli adulti esprimono rispetto ai giovani è positiva, nel senso che gli adulti li giudicano e li vedono positivamente, questo fa un gran bene ai ragazzi. Se invece gli adulti inveiscono contro i ragazzi, li condannano, gli dicono che sono sbagliati, (la frase tipica è “finirai come tuo padre”), allora la situazione diventa pesante e i giovani possono rinchiudersi in loro stessi. Spesso osserviamo come i ragazzi vivano un’esperienza di ghetto. La vicenda della Balena blu ci racconta una storia tremenda e inquietante di ragazzi soli e isolati, che non hanno amici, che non hanno punti di riferimento. Voglio dire un cosa: i ragazzi sono belli. Li vediamo che cambiano faccia dopo un po’ di tempo con noi. Prima la loro espressione era rabbiosa ora invece sono sorridenti.


Il vostro lavoro parte da una constatazione oggettiva: i giovani sono confinati nella periferia degli interessi della società e soffrono per questo. Cosa fare per affrontare questo problema? Ci può raccontare in cosa consiste il vostro “sogno educativo”?


Periferia dell’anima, città e mondo sono connessi. Per far uscire i giovani dal ghetto bisogna far uscire dal ghetto le loro emozioni. Faccio un esempio. Un giovane che viene da Lotto Zero, una zona del quartiere Ponticelli, a Napoli, conosciuta per il degrado e l’alto tasso di criminalità, è arrabbiato perché viene considerato uno zero, un nulla solo perché viene da una zona degradata. Questi giovani sono etichettati come appartenenti ad un razza inferiore. Bisogna far fare a questi ragazzi - considerati un nulla solo per la loro provenienza urbana – una esperienza emotiva diversa. L’arte come esperienza educativa è fondamentale. I ragazzi hanno delle cose belle dentro che noi cerchiamo di portare fuori. Anche il teatro si sta dimostrando una esperienza importante perché consente ai ragazzi di esprimere cose straordinarie. Possono parlare di cose difficili; ad esempio attraverso la rappresentazione della commedia greca Lisistrata che parla dello sciopero del sesso fatto dalle donne per convincere gli uomini a fare la pace. I ragazzi hanno così resa pubblica la guerra che c’è in questo quartiere collocando la parte periferica di se dentro una prospettiva. E’ importante quindi uscire dai ghetti mentali. La scuola e l’educazione fatta bene sono fondamentali. La periferie devono quindi essere messe al centro.

L’obbiettivo educativo che ci poniamo è quello della sovranità di se anche cercando di riconoscere ed elaborare le parti rabbiose. Il nostro sogno educativo è quello di costruire un percorso personale in cui ciascuno si possa sentire libero di esprimersi. Vogliamo che i nostri giovani crescano e siano soddisfatti anche se non sono ai primi posti della scala sociale. Oggi la situazione di disuguaglianza sociale presente in Italia e nel mondo colpisce la dignità umana, è un sistema iniquo, una società assurda che istiga alla violenza. Noi promuoviamo invece modi di vita civili, legami umani solidali. La rabbia e l’odio fanno male a se stessi perché impediscono pensieri liberi, impediscono i sogni, ci rende prigionieri di pensieri fissi. Un educatore deve quanto meno allentare le maglie dell’odio e della violenza. Vivere buone relazioni restituisce a ciascuno dignità e rispetto. La ricchezza dentro esiste e ciascuno deve trovarla.


Nel mondo ed in Italia da alcuni anni si parla in modo più significativo di povertà educativa. Nella sua esperienza quali caratteristiche assume questo fenomeno? Chi colpisce in modo specifico? Quale connessione c’è tra povertà economica e povertà educativa?


Si parla di povertà educativa, di nuova povertà, di nuovi poveri. Io credo sia importante parlare di povertà di cittadinanza per comprendere i termini della questione. Ci sono infatti persone con un discreto livello di istruzione ma che hanno una povertà di cittadinanza. I diritti formali non sono esigibili per particolari condizioni sociali o psichiche. Spesso esiste un deficit di istruzione e di educazione che alimenta l’inesigibilità dei diritti. I diritti sono esigibili quando il soggetto è in grado di esigerli. Quindi ci sono persone che diventano nuovi poveri perché gli mancano i mezzi culturali per esigere i diritti. Qui voglio riprendere Don Milani che sottolineava come i diritti costituzionali come l’uguaglianza non dovesse significare per tutti i ragazzi diventare dottori in medicina o ingegneri ma consistesse invece nella possibilità di essere sovrani. Chi propone l’istruzione solo in modo utilitario come canale di promozione sociale, quando finisce l’ascensore sociale restano privi di argomenti.

Oggi l’istruzione non è più un ascensore sociale. Ma allora che senso ha oggi la scuola? La scuola deve aiutare i ragazzi a diventare sovrani. Per questo è necessario ripensare l’idea stessa di educazione ed istruzione. In questo senso credo sia utile riprendere le argomentazioni di Morin, la sua idea di sapere aperto perché complesso. L’educazione è un bene comune che va curato come un bene prezioso. Ad esempio si parla molto di acqua come bene comune ma se vediamo come si usa, come in alcuni casi sotto l’etichetta pubblica sia di fatto gestita come un bene privato. Senza una buona educazione non ci saranno mai dei beni comuni.


Da molti anni svolgete un lavoro formativo anche con gli insegnanti della scuola. E r
ecentemente avete avviato una collaborazione con Enaip Impresa Sociale sull’obbligo formativo. Che ruolo possono svolgere la scuola, la formazione professionale ed altre agenzie educative nella lotta contro la povertà educativa?  Ed ancora quale ruolo possono svolgere in particolare gli insegnanti?

Purtroppo rispetto alla formazione professionale la Regione Campania ha fatto molti disastri. La formazione professionale è molto importante per la crescita personale e sul piano della cittadinanza. Un ragazzo che ha lasciato la scuola, se riesce ad imparare un mestiere questo diventa una risorsa che lo aiuta ad avere una identità. Se un giovane non ha un mestiere diventa, uno che pensa che i diritti sono legati ai suoi deficit e mai alle sue risorse: dal punto di vista psichico, un accattone. Per noi fabbricare degli accattoni che vivono di accattonaggio è un cosa inconcepibile! E questo discorso non vale solo per Napoli ma per l’Italia nel suo complesso. La formazione professionale offre punti di appoggio concreti e possibilità di sviluppo. E’ un errore culturale considerare la formazione professionale come un ripiego. In realtà si tratta di un’esperienza di sviluppo dei giovani, di rilancio e consente loro di realizzare anche un processo riflessivo. Il progetto di Enaip Impresa Sociale sull’obbligo formativo – che per la prima volta viene fatto a Napoli – è legato al settore del benessere ed è rivolto a 24 ragazzi che abbiamo intercettano grazie al nostro consueto lavoro nei quartieri di Napoli. E’ un progetto importante per tutte le cose che abbiamo detto.

Rispetto al tema delle agenzie educative non vedo iniziative serie. Il Ministero della Pubblica Istruzione nei suoi progetti parla di scuola al centro ma si continua a pensare all’educazione come conseguenza dell’istruzione ma questa cosa non è vera. La scuola è l’unico luogo in cui è ancora possibile che i giovani stabiliscano legami tra loro e anche con adulti impegnati sul fronte educativo. Purtroppo più che esaltare il ruolo centrale o quello di presidio, occorre constatare la solitudine della scuola che spesso è restata sola lungo la frontiera che divide le generazioni, mentre in passato le famiglie erano più sociali, ed erano più presenti i luoghi d’incontro come le parrocchie o i circoli, che svolgevano un ruolo importante nel rapporto intergenerazionale. Si parla di scuola come presidio della legalità pensando soprattutto alla lotta contro le mafie, ma questo è riduttivo. La legalità giuridica si costruisce su solidi legami umani e soprattutto sulla solidarietà umana di cui poco si parla in quanto surrogata, ed è un errore, dalla solidarietà sociale che è tutt’altro. Il MIUR dice che la scuola si deve aprire verso il territorio; molte indicazioni ministeriali stanno favorendo questa dimensione ed anche alcuni provvedimenti regionali ma troppo spesso le scuole sono sorde a questo richiamo o lo intendono nel modo peggiore: estendere anche all’educativo e al sociale le metodologie scolastiche. Mi spiego con qualche immagine: quando vado a scuola ad incontrare i ragazzi la prima cosa che gli chiedo è: “Vi volete bene?”. La risposta è spesso negativa perché vedo che le classi sono spaccate. Non dico che bisogna essere amici di tutti ma i ragazzi devono imparare ad essere solidali e a cooperare. Questo elemento è ignorato dall’organizzazione scolastica che non prevede la collaborazione tra ragazzi e la partecipazione nel senso dei diritti agiti. Singoli insegnanti e singole scuole sono impegnati anche su questo fronte, ma la scuola come sistema non lavora su queste cose, non le pone al centro del lavoro educativo.

Da diversi anni stiamo tentando di fare un lavoro anche con gli insegnanti ma con scarsi risultati. L’insegnamento è ancora visto principalmente come naturale esito della competenza disciplinare con l’aggiunta di qualche dispositivo didattico. Manca una competenza a creare e gestire relazioni e soprattutto manca una sistematica attività riflessiva che permetta di apprendere dall’esperienza. Mancano strutture solidali e cooperative tra docenti. La solitudine del docente aggrava il peso delle incombenze burocratiche ma soprattutto è un fattore di stress psichico ormai dilagante. Non parliamo della collaborazione con altre figure: tutto è ridotto a “diagnosi” “segnalazioni” e quant’altro ma una fattiva collaborazione a gestire le difficili situazioni di classe, ogni cosa è pesantemente ingessata ed è difficile esercitare quella flessibilità creativa che è necessaria ad affrontare bisogni educativi sempre più differenziati, sempre più complessi.

Un solo esempio per tutti: ci sono istituti professionali dove ci sono decine e decine di docenti di sostegno: ne ho contato fino a 40, un esercito. Potrebbero essere una risorsa preziosa per impiantare attività riflessive e socioeducative in tutta la scuola, invece sono inchiodati ad un ruolo che per quanto poetiche circolari descrivono come aperto e sistemico, è confinato in una cornice strettamente individuale.

Io vedo una sofferenza crescente tra gli insegnanti massacrati da una organizzazione che adotta una parcellizzazione tayloristica quando questa è stata abbandonata persino nelle fabbriche: troppe richieste alla scuola, troppe incombenze burocratiche, troppa parcellizzazione, orari che dovrebbero essere oggetto di una reprimenda degli ispettori del lavoro e della medicina del lavoro.

A volte ho scritto che ci vorrebbe per i docenti una tregua umanitaria: non emettere nuove circolari, darsi una calmata e una gradualità con i progetti, revisionare i criteri per la gestione dell’orario di lezione. Ci sono docenti che insegnano due ore per classe e hanno 9 classi; incontrano 250 ragazzi di cui non ricordano neanche il nome. La scuola va organizzata in modo totalmente diverso. Non è possibile proporre sette discipline diverse in una stessa mattinata.

L’alternanza scuola-lavoro potrebbe essere un cosa buona per riformare le metodologie di apprendimento ma una buona fetta degli insegnanti la ostacola. E’ l’ennesima cosa buona messa in campo senza preparazione, senza gradualità, che viene rapidamente bruciata dalla routine e dall’opposizione pregiudiziale. Ai ragazzi bisogna far fare esperienze che li valorizzano, che li inserisce con dignità nei luoghi e nei processi lavorativi. Credo che centinaia di ore di alternanza scuola-lavoro da Mc Donald non sia un’esperienza che si muove in questa direzione.

Chiudo parlando di un’esperienza che stiamo facendo con il liceo psicopedagogico. I ragazzi di 17-18 anni, che studiano in questo liceo, vengono da noi per l’alternanza. Noi li utilizziamo nella peer education rivolta ai loro coetanei. Li facciamo osservare ed intervenire in situazione. Si sta rivelando un’esperienza entusiasmante per noi e soprattutto per i ragazzi del liceo che saranno futuri educatori. Notiamo che questi ragazzi stanno apprendendo molto bene e che riusciamo fargli capire delle cose che non riusciamo a far capire a molti adulti.
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Minori migranti: le sfide educative http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2267 Wed, 31 May 2017 12:52:13 +0200 Nei centri di accoglienza per minori, promossi dalla Caritas di Roma, i racconti che ascoltiamo ci parlano delle vulnerabilità dei ragazzi, ma soprattutto dei loro contesti di sviluppo familiari e sociali. Sono storie di grande povertà educativa e di diritti violati. Storie che chiedono ascolto e risposte concrete... 
Povertà educativa e minori migranti
Contrastare la povertà educativa: è questa la sfida e l’impegno che istituzioni e individui affrontano per dare ad ogni bambino e ad ogni adolescente le opportunità necessarie per poter esprimere le sue risorse. Si tratta di un fattore multidimensionale che include diversi indicatori: area geografica di provenienza, status socio-economico, accesso alla scuola e alla cultura, ecc,. Come si traduce questo per i minori stranieri che arrivano soli in Italia, senza un genitore o un adulto di riferimento, in cerca, comunque, di un sogno da realizzare o, più semplicemente, di una vita migliore? Entrati nel nostro Paese sono titolari dei diritti sanciti dalla Convenzione ONU del 1989, resa esecutiva in Italia con la legge n.176/91.Più recentemente, la legge n.47/2017 “Disposizioni in materia di protezione dei minori stranieri non accompagnati”», rafforza le tutele nei loro confronti garantendo un'applicazione uniforme su tutto il territorio nazionale. La Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza, a cui si ispira e trova fondamento, enuncia in forma chiara e coerente, i diritti fondamentali che devono essere garantiti per crescere bene, individuando i presupposti, le condizioni utili, a sostenere il benessere evolutivo. Ogni bambino è riconosciuto un dono prezioso per la famiglia umana, parte integrante di una narrazione personale, familiare e universale sulla quale si fonda il futuro dell’umanità.

I minori migranti
La migrazione è una sfida aggiuntiva nel percorso di crescita, può diventare un fattore di rischio se non è accompagnata da politiche e interventi precisi. L’emigrazione di ragazzi minorenni trova un pull factor nella possibilità di entrare in Italia abbastanza facilmente, per la posizione geografica del nostro Paese, e nella garanzia di non essere espulsi e di potersi regolarizzare, ottenendo un permesso di soggiorno, grazie alle tutele che vengono offerte loro. I trafficanti convincono le famiglie ad investire sui figli, che affrontano lunghi viaggi da soli, per poi poter inviare le rimesse dai lavori che essi svolgono, spesso, in nero. Molti anche i ragazzi che scappano da Paesi in guerra, da regimi totalitari, dalla carestia e dalla fame, dalle diverse forme di ingiustizia e violenza, di cui sono vittime.

Come tutti i processi, anche quello migratorio, diventa dunque espressione di disequilibri demografici e geopolitici, di processi di trasformazione sociale e di disuguaglianze economiche tra i vari Paesi del mondo, fattori che alimentano la povertà educativa. Ai diritti negati a questi bambini, molte volte fin dalla nascita (condizioni sfavorevoli durante la gravidanza, cure, scolarizzazione) che possono compromettere lo sviluppo fisico, mentale e relazionale, si aggiungono quelli relativi alla precarietà della loro condizione di minori soli, senza alcun supporto adulto, facile preda del mondo dell’illegalità e della criminalità e a rischio, durante il viaggio, di perdere la vita e di subire abusi.

Gli obiettivi di sviluppo sostenibile, approvati dalle Nazioni Unite, da raggiungere entro il 2030, indicano la necessità di ‘sradicare la povertà estrema, ovunque e in tutte le sue forme’ e di ‘ridurre l’ineguaglianza all’interno delle Nazioni’ nonché di ‘fornire un’educazione di qualità, equa e inclusiva, e opportunità di apprendimento permanente per tutti”. Sono questi elementi essenziali che sostengono la buona crescita e lo sviluppo di un individuo, troppo spesso disattesi in molte aree del nostro pianeta. I ragazzi che arrivano in Italia narrano storie di ingiustizie subite e di disuguaglianze perpetuate, di non accesso alle risorse che possono permettere ad ognuno di esprimersi e realizzarsi.

L’impegno della Caritas di Roma
Nei centri di accoglienza per minori, promossi dalla Caritas di Roma, quotidianamente i racconti che ascoltiamo ci parlano delle vulnerabilità dei ragazzi, ma soprattutto dei loro contesti di sviluppo familiari e sociali. Dal 1988 ad oggi i ragazzi e le ragazze accolti sono stati più di 7.850. Siamo stati osservatori degli effetti sociali che determinati accadimenti di natura politica ed economica producono. Negli anni '90 buona parte dei minori dei Centri di Accoglienza a Roma erano italiani provenienti da Napoli; nel 1998 sono arrivati i minori albanesi in seguito alla crisi socio-economica del loro Paese; a cavallo del nuovo millennio è cresciuto il numero di ragazzi rumeni, per calare con l'entrata in Europa della Romania. In seguito ai conflitti asiatici, l'Italia è diventata meta dei minori afgani; i bengalesi sono comparsi dal 2008, fino a raggiungere numeri elevatissimi nel 2012. Nel 2014, dopo la primavera araba, è cresciuto in maniera esponenziale il numero dei minori egiziani; nel 2016 quello degli eritrei.

Le condizioni di salute fisica dei ragazzi che arrivano sono buone, anche se ci sono ragazzi che vengono in Italia per curarsi, affetti da patologie mediche rilevanti. E’ presente, invece, quasi sempre una sofferenza psichica. Molti gli eventi traumatici rilevati, che hanno lasciato ferite profonde nell’anima e, in alcuni casi, anche nel corpo: la separazione dei genitori, la malattia e la morte di uno di essi, la prigionia in Libia durante il viaggio, la lunga deprivazione di acqua e cibo, le torture, l’abuso, la vessazione per il colore della pelle, il terrore di morire e la perdita di amici durante il viaggio. Sono storie di grande povertà educativa e di diritti violati. Per i minori migranti è quasi sempre disatteso il diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo, l’impegno da parte della comunità di garantire che ogni risorsa sia messa a disposizione per tutelare la vita e lo sviluppo armonico, l’autorealizzazione. Come pure il diritto alla famiglia, il bisogno e l’importanza per ogni individuo di avere uno spazio di protezione e di sostegno. Per questi ragazzi la famiglia, è oltre che fisicamente assente, percepita come lontana; i evidenzia un senso di abbandono e di solitudine che pervade la sfera emotiva e non permette, spesso, di impegnarsi nel futuro, sviluppando un progetto concreto e realizzabile. Molti esplicitano le loro paure e le loro difficoltà a vivere in un Paese straniero. Nonostante lo desiderino, sono pochissimi quelli che accettano di rientrare con un progetto di rimpatrio assistito che consiste nel sostegno economico per un percorso formativo oppure in un piccolo investimento per avviare un’attività lavorativa.

La paura del fallimento del progetto migratorio e del mandato familiare, che induce a inviare rimesse a casa per pagare il debito contratto, a qualsiasi prezzo, li fa desistere dal tornare indietro. Il diritto allo studio dovrebbe poter essere garantito a tutti i bambini del mondo, non solo per una buona crescita, ma anche perché la bassa istruzione nuoce alla democrazia e, per estensione, alla pace e alla sicurezza internazionale. I ragazzi accolti hanno una bassa scolarità in generale, in cui si evidenzia come sia ancora negato il diritto all’istruzione e a reali percorsi di formazione nei loro Paesi. Il loro diritto ad un'istruzione compiuta, a volte, non viene rispettato, neanche nei paesi d’accoglienza. Non sempre si riesce ad inserirli nei contesti scolastici e in percorsi educativi professionalizzanti. Inoltre, lavorando per aiutare le loro famiglie e dovendo affrontare la crescita identitaria, integrando modelli culturali, spesso, molto diversi tra loro, gli adolescenti migranti rischiano di non avere gli strumenti necessari per una migliore qualità della vita e per poter sviluppare una cittadinanza attiva nel contesto sociale. L’elenco potrebbe continuare, va da sé, per quanto è stato detto, che a molti ragazzi viene negato il diritto al gioco e al tempo libero, a non essere sfruttati e a sentirsi sicuri.

La comunità educante
E’ necessario avere chiara una strada da percorre insieme, che porti a sentirci cittadini del mondo, uguali e diversi, responsabili gli uni degli altri. Questo cammino va accompagnato da azioni politiche, economiche ed educative precise e continue: investire risorse per favorire la crescita. Significa creare le condizioni per cui l’arrivo di nuove e giovani energie sociali rappresenti uno stimolo e un’occasione per i minori migranti stessi e per la società che li accoglie di evolvere in meglio. La recente legge costituisce un passo importante a tutela dei ragazzi che arrivano da soli in Italia. Viene ridefinito un sistema unico di accoglienza. Vengono promossi e regolamentati gli istituti della tutela e dell'affido familiare, l’armonizzazione delle procedure relative all’accertamento dell’età e si riconosce il divieto di respingimento, salvo un interesse superiore del minore. A tutti noi il compito di sostenerla e vigilare affinché ogni buona prassi diventi azione concreta, consapevoli che l’accompagnamento è uno de i principali fattori protettivi della crescita e che è di fondamentale importanza sperimentare un senso di sicurezza e protezione, per avere una vita armonica nel contesto relazionale e sociale.

Le motivazioni della migrazione possono essere diverse, ma qualunque esse siano non possiamo esimerci dalla migliore accoglienza possibile, dal rispetto della dignità di ciascuno e dalla protezione dei diritti inalienabili sanciti dalla Convenzione ONU. Accogliere questi ragazzi è accogliere le narrazioni di ingiustizie subite, di disuguaglianze mondiali e di diritti violati. Sono ragazzi e ragazze che hanno diritto a crescere nella propria famiglia e nel proprio contesto culturale; quando ciò non fosse possibile, ad essere accolti, costruendo reti di prossimità e solidarietà, volte a garantire ad ognuno l’opportunità di essere protagonisti dei loro percorsi di vita. Solidarietà e giustizia per i minori sono elementi irrinunciabili che richiamano la coscienza dell’intera comunità civile ed ecclesiale, della comunità educante, chiamata al ruolo di custode della terra.
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Con i bambini per costruire opportunitą http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2266 Wed, 31 May 2017 12:35:30 +0200 Interrogandosi su tre parole - periferie, povertà educativa e comunità educante - si potrebbe cambiare il destino del nostro Paese, a condizione però che vengano tradotte nella quotidianità, nel nostro di pensare e agire...
Con tre parole si potrebbe cambiare il destino del nostro Paese, a condizione però che vengano impiegate nella quotidianità, nel nostro lavoro ma prima di tutto nel modo di pensare.

La prima parola è periferie, intese come aree delle città; quelle che Marc Augè definisce non luoghi. Ambienti senza anima né una concreta identità sociale che non sia quella della strada e dei suoi effetti devastanti e incontrollati; là dove mancano i servizi, le suole, le biblioteche o un semplice luogo di ritrovo dove poter fare sport. Dare a bambini e ragazzi questi servizi significherebbe intercettarli e sottrarli a una vita che, purtroppo, è segnata dalla devianza. Di questo dobbiamo sentirci tutti responsabili, in quanto incapaci di capire e fornire ai ragazzi i mezzi per sottrarsi a questo destino. Molti giovani sono obbligati a vivere ampi spazi dove gli individui si incontrano, ma restano sempre soli perché non entrano in relazione tra di loro, non riescono a integrarsi, a guardare a modelli diversi rispetto a quelli del proprio quotidiano e costretti a una condizione di povertà educativa.

Siamo così al secondo termine. La povertà educativa, va di pari passo a quella economica. Là dove c’è degrado, miseria, crisi, c’è anche povertà educativa. Sono due aspetti che si alimentano reciprocamente e si trasmettono di generazione in generazione. Per la prima volta nella storia della nostra Repubblica, assistiamo a un’inversione di tendenza, i figli stanno peggio dei genitori. Chi nasce povero muore povero. Abbiamo prodotto una società fortemente classista, dove il povero non ha i mezzi per uscire dalla propria condizione di vita e i suoi figli vivranno sempre quella condizione. Contrastare la povertà educativa può essere il principale strumento per permettere ai tanti ragazzi che vivono in condizioni di disagio, di migliorare la propria vita e uscire fuori dalla dimensione chiusa in cui sono obbligati a vivere e crescere dalla nascita, una sorta di “ghetto” predeterminato.

La povertà educativa non è un problema locale, ma riguarda il nostro intero Paese da Nord a Sud, anche se con diverse intensità. Sicuramente nascere in una periferia napoletana è diverso da quella emiliana, ma nelle grandi città i “non luoghi”, quegli agglomerati urbani che vivono di autosussistenza, sono in grado di fagocitare i giovani con la stessa durezza e violenza. Io credo che per combattere questa dimensione sia necessario avviare un percorso comune tra le agenzie educative preposte, come la scuola, le associazioni, le parrocchie e la famiglia. Solo attraverso questa strada si può creare quel terzo mattone, in grado di generare un reale cambiamento. Mi riferisco al ruolo della comunità educante. Un termine, che potrà apparire superato, in questa epoca di comunicazione sommaria e di post-verità, rappresenta invece la risposta che la società dovrebbe dare a bambini e ragazzi.

La comunità educante è l'insieme di varie dimensioni e attori che, a partire dal ruolo centrale della scuola e dei servizi alla prima infanzia, unitamente a quelli di educativa territoriale e di sostegno, accompagnamento e cura dei servizi sociali e sanitari, concorrono a formare i minori.

La diffusione, in alcuni contesti, di una "cultura dell'illegalità", che rischia di delegittimare il lavoro di educazione alla cittadinanza attiva e alla legalità democratica, sono tre aspetti che provocano profonde e durature conseguenze sul benessere e lo sviluppo dei bambini e degli adolescenti. Cambiare si può e si deve.

Il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, sta cercando di mettere insieme questi tre mattoncini per dare una opportunità a bambini e ragazzi di costruire il proprio futuro. E per intraprendere, lentamente ma in modo solido, un reale e concreto percorso di sviluppo e di cambiamento. Sturzo diceva una cosa molto attuale e cioè che la “Libertà è come l’aria: si vive nell’aria, se l’aria è viziata, si soffre, se è insufficiente si soffoca, ma se manca si muore”. Il nostro compito deve essere quello di garantire ai tanti giovani e bambini la libertà, l’aria, la possibilità di scegliere e migliorare il proprio futuro a partire dal presente.

Per cercare di dare risposte concrete, in termini di opportunità, è stato costituito il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, nato da un accordo tra Fondazioni di origine bancaria e Governo. Il Fondo è destinato al sostegno di interventi sperimentali finalizzati a rimuovere gli ostacoli di natura economica, sociale e culturale che impediscono la piena fruizione dei processi educativi da parte dei minori. La governance del Fondo è affidata a un Comitato di Indirizzo Strategico, composto da quattro rappresentanti del Governo, quattro delle Fondazioni, quattro del Terzo Settore, due esperti in materie statistiche nominati dall’Isfol e uno dall’EIEF - Istituto Einaudi per l’economia e la finanza.

Soggetto attuatore del Fondo è l’impresa sociale “Con i Bambini” - nata lo scorso 15 giugno 2016 interamente partecipata dalla Fondazione CON IL SUD – che è entrata nella fase di piena operatività attraverso la pubblicazione il 15 ottobre sul sito www.conibambini.org dei primi due bandi elaborati sulla base delle linee guida tracciate dal Comitato di Indirizzo Strategico.

Con i Bambini è una società senza scopo di lucro che ha per oggetto l’attuazione dei programmi del Fondo. Il primo atto della neonata impresa sociale è stata la realizzazione di due bandi: prima infanzia (0-6 anni) e adolescenza (11-17 anni). L’invito è stato rivolto a livello nazionale alle organizzazioni del terzo settore e al mondo della scuola per presentare proposte di progetti per il contrasto alla povertà educativa minorile. A disposizione ci sono complessivamente 115 milioni di euro (69 milioni di euro per la “Prima Infanzia” e 46 milioni di euro per “Adolescenza”). Una quota delle risorse sarà ripartita a livello regionale, in relazione ai bisogni di ciascun territorio. Nella programmazione del secondo anno, il Fondo promuoverà interventi rivolti anche ad altre fasce d’età per un importo complessivo di 120 milioni di euro.

Il Bando per la prima infanzia ha l’obiettivo di potenziare l’offerta di servizi di cura ed educazione dedicati ai minori tra 0 e 6 anni, con particolare riferimento ai bambini appartenenti a famiglie in difficoltà, promuovendone la qualità, l’accessibilità, la fruibilità, l’innovazione. Un ruolo centrale dovranno avere le famiglie, da coinvolgere attivamente negli interventi sia nella fase di progettazione che in quella di realizzazione delle attività. Il Bando dedicato all’adolescenza si prefigge di promuovere e stimolare il contrasto dei fenomeni di dispersione e abbandono scolastici, nonché situazioni di svantaggio e di rischio devianza, particolarmente rilevanti tra gli adolescenti che vivono in contesti ad alta densità criminale. Le proposte dovranno prevedere azioni congiunte “dentro e fuori la scuola”, per riavvicinare i giovani che hanno abbandonato gli studi o che presentano forti rischi di dispersione.

La promozione della “scuola aperta”, ossia un luogo di apprendimento, confronto, socializzazione e crescita, con l’auspicata partecipazione, fin dalla fase di progettazione, degli Istituti scolastici. A testimoniare l’esigenza di interventi per i minori parlano i numeri di idee progettuali pervenute. Sono quasi 1200 le proposte presentate da tutto il territorio nazionale a conclusione della prima fase e adesso in fase di valutazione per accedere alla seconda fase.

Attraverso il Fondo, stiamo cercando di rispondere alla fragilità di giovani e bambini, certamente non è una sfida semplice, ma se non partiamo non possiamo pensare di costruire un futuro diverso.

E per affrontarla nella pluralità dei suoi aspetti, insieme allo Stato ci deve essere l'intera comunità, che così diventa comunità educante. Le fondazioni di origine bancaria e le organizzazioni del privato sociale, insieme a Governo e Terzo Settore devono stare in prima linea. Si tratta ovviamente di un piccolo passo, ma sicuramente importante, trasparente, diretto per le Fondazioni e rivolto ai Bambini per costruire opportunità.
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In rete http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2265 Wed, 31 May 2017 12:03:31 +0200
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