benecomune.net http://www.benecomune.net/ it Formenti, Populismi: pro e contro http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2283 Wed, 12 Jul 2017 14:45:16 +0200   Questo libro propone, in modo non ideologico, un'interessante e rigorosa analisi delle classi sociali nelle loro concrete esperienze di vita e di rappresentanza politica. A partire proprio dal lavoro dove il rapporto di forza tra capitalisti e lavoratori oggi si fa sentire con più forza
Carlo Formenti, militante di lungo corso della sinistra radicale, sociologo e scrittore, propone una lettura originale dei populismi, come ormai quasi unica forma di lotta al sistema capitalistico di cui ritiene necessario uscirne in quanto irreformabile in una direzione più umanistica e meno individualista.

L’interesse per questo volume non è tanto per la tesi, classica per la visione marxista, pure rivisitata con occhio critico dall’autore, ma piuttosto per l’analisi puntuale e, ritengo, non ideologica, delle classi sociali nelle loro concrete esperienze di vita e della loro rappresentanza politica, a partire soprattutto dal lavoro concreto dove il rapporto di forza tra capitalisti e lavoratori oggi si fa sentire con più forza.

"Questo libro descrive il conflitto sociale contemporaneo come guerra tra due mondi che, benché mantengano relazioni reciproche (da materialista continua a pensare che la realtà sia unitaria), appaiono sostanzialmente incompatibili, irriducibili l’uno all’altro e dunque 'nemici' nel senso forte che Carl Schmitt attribuisce a questo termine: mi riferisco al mondo immateriale e leggero – in realtà materialissimo e pesantissimo dei flussi (di segni di valore, merci, servizi, informazioni e membri delle élite che li governano) e al mondo dei luoghi in cui vivono i corpi di coloro che chiedono cibo, casa, lavoro e affettività. Tronti ha scritto in varie occasioni che il movimento operaio ha iniziato a perdere quando ha iniziato a correre; ha perfettamente ragione: è lasciandosi incantare dalle categorie borghesi di modernità, progresso, innovazione, velocità, efficienza, ecc. che la sinistra, nell’illusione di competere con il capitale sul suo stesso terreno, sì è progressivamente convertita ai principi e ai valori del mondo dei flussi e ha abbandonato al proprio destino il mondo dei luoghi, recidendo in tal modo le sue stesse radici" (p. 257).

Il libro si presenta diviso in quattro capitoli.

Il primo capitolo, I denti del capitale, è una analisi della situazione globale, in particolare dell’Occidente, con un focus originale sulla rivoluzione digitale e dei suoi lavoratori considerati non i più fortunati, ma i nuovi proletari.
Il punto di partenza è la svolta da imprese orientate alla massimizzazione della produzione alle imprese orientate alla massimizzazione del profitto, con conseguente finanziarizzazione.

Sul versante politico c’è stata una scelta a favore della deregulation dei mercati e della defiscalizzazione degli utili e dei grandi patrimoni, che ha aperto la strada all’incremento dei debiti pubblici con conseguenti richieste di ripianamento attraverso la riduzione del welfare.

Il paradigma ordoliberista dominante, secondo l’autore, implica il passaggio da un mercato concepito come luogo della scambio a un mercato concepito come concorrenza e, attraverso le tecniche valutative, riduce lo spazio di confronto politico-democratico a mero calcolo di costi (tasse pagate)/benefici (servizi resi). Si è passati così da cittadini lavoratori a cittadini consumatori.

Formenti analizza poi la (contro)rivoluzione digitale con il suo scopo di far diminuire il lavoro delle persone a vantaggio del lavoro delle macchine. Il focus, a mo’ di esempio, sulla sharing economy e in particolare sul fenomeno Uber chiarisce, a sufficienza, la posta in gioco.

Il secondo capitolo, L’eutanasia delle sinistre, attraverso un’analisi serrata, ragiona su cinque temi:
- la morte della socialdemocrazia, dovuta alla sua scelta di accettare il liberalismo come paradigma entro cui operare, lasciando così spazio alla lotta contro i sindacati e i movimenti di sinistra i quali, non avendo più un riferimento all’esperienza comunista come alternativa al liberalismo, si sono travati senza un potere di contrattazione con il capitale;
- l’uso capitalistico dei movimenti, che hanno di fatto scelto di concentrarsi sulla "critica artistica" del sistema a discapito della "critica sociale" negli anni dal 1968 al 1989. Il capitale ha così incorporato nel sistema produttivo la voglia di maggiore libertà – la novità del ’68 –, a scapito dei diritti sociali conquistati dai sindacati;
- il femminismo di regime, dovuto al fatto che la lotta al patriarcato non si è saldata con la lotta al capitalismo;
- la retorica dei diritti, dovuta allo spostamento dai soggetti collettivi ai soggetti individuali con la conseguenza di essere passati dalla lotta per i diritti sociali a quella per i diritti civili;
- il verde pallido: i movimenti ambientalisti fanno parte della "critica artistica" al sistema capitalistico, rischiando l’assimililazione; l’autore loda invece papa Francesco e l’enciclica Laudato si’, perché «ha restituito al discorso ecologista una congrua dose di critica anticapitalista" (p. 113), il cui limite è quello di una conversione personale negli stili di consumo;
- i territorialisti e i neocomunitari.

Formenti analizza alcuni autori che hanno il merito – pur non arrivando a trarne tutte le conseguenze – di affrontare alcuni temi cruciali: il "recupero della centralità della soggettività collettiva, a partire dall’attenzione alla comunità"; il "recupero della centralità della dimensione territoriale (con particolare riferimento al locale) come luogo di resistenza/contrasto alla colonizzazione economica, sociale e culturale da parte del capitale»; la «critica del paradigma “progressista” – anche nella declinazione “di sinistra” – che esalta la cultura dell’iperaccelerazione tecnologica, della smaterializzazione di beni e servizi, dell’ipermobilità di merci, informazioni e persone" (pp. 118-9).

Nel terzo capitolo, Archiviare l’operaismo, l’autore vuole contrastare le seguenti tesi:
- "il capitalismo contiene un principio immanente che lo guida inesorabilmente verso al sua negazione/superamento, che coinciderebbe con il raggiungimento di un livello di sviluppo delle forze produttive incompatibile con l’attuale modo di produzione;
-  le attuali forze produttive sono sostanzialmente neure e quindi misurabili in un contesto non capitalista;
- le nuove forme di lavoro “immateriale” liberano le potenzialità creative degli individui permettendo loro di esprimere liberamente la loro personalità".

Attraverso un confronto serrato con più autori, Formenti conclude che: "gli operai esistono ancora, anche se “travestiti” – almeno in Occidente – da “operatori del terziario”, e il loro potenziale agonistico si concentra nei settori del cosiddetto “terziario arretrato”, piuttosto che in quelli tecnologicamente avanzati" (p. 157).

L’autore si pone alla fine due interrogativi ineludibili, tenendo conto che ci sono spezzoni di movimenti e classi sociali che lottano in varie parti del mondo, di cui ha portato alcuni esempi: "esiste una condizione condivisa che permetta di saldare le tessere di una coalizione sociale? Dove passa il confine che esclude da tale coalizione strati di classe i cui interessi convergono piuttosto con quelli delle élite dominanti? […] In conclusione: il confine di cui sopra esiste eccome, anche se può spostarsi significativamente in relazione a una serie di varianti economiche, politiche e culturali, e individuare di volta in volta dove si colloca resta un compito fondamentale per chiunque aspiri a costruire un blocco sociale anticapitalista" (pp. 171.175).

Il quarto capitolo, Da fuori, dal basso, è quello in cui Formenti offre la sua proposta condensata nel titolo. L’ipotesi è quella di uscire dallo schema che ciò che conta è solo il capitale per rivalutare il “fuori” come luogo che contrasta i flussi, in altre parole "valorizzare le relazioni comunitarie concepite come alternative alle relazioni astrattamente sociali fra gli individui. Un tema tabù per la cultura di sinistra, che associa il pensiero comunitario all’ideologia di destra" (p. 199).

Lo scrittore passa quindi a considerare varie esperienze di populismi latinoamericani, europei (per il M5s vedi il testo di p. 234 riportato sotto) e statunitensi per valutare se e come possono, in quanto eventi che mettono in discussione la struttura del sistema sociale e politico, diventare motori di possibili rivoluzioni.

Formenti riprende un articolo di Loris Caruso che sintetizza in sette punti le condizioni della crisi che genera il populismo:
- la condotta delle istituzioni è percepita come illegale così da diventare una lotta tra la gente comune e l’élite come totalità compatte;
- un conflitto relativo a uno specifico contesto sociale viene amplificato al punto da poter essere inserito nell’agenda politica nazionale;
- si crea una polarizzazione tra fronte del “sì” e fronte del “no”;
- si diffondo sentimenti di paura e di minaccia a causa di determinate scelte e decisioni politiche assunte dal sistema;
- il conflitto offre l’opportunità di rafforzare i legami sociali in un determinato contesto locale, o attorno ad un obiettivo condiviso, generando solidarietà e nuove forme di socializzazione;
- il fronte della protesta riesce a rappresentare le proprie ragioni in modo non ideologico;
- l’oggetto del contendere è tale da assecondare una narrazione fondata sulla contrapposizione Noi/Loro.

L'autore mostra successivamente le convergenze e divergenze tra populismi e lotte rivoluzionarie per valutarne i pro e i contro, per giungere alla conclusione: «per combattere il colonialismo dei flussi, occorre partire dal basso, organizzando la lotta dei “nuovi barbari”, delle comunità del rancore. Solo laddove si è riusciti a farlo […] si è riusciti a contrastare l’egemonia delle destre sulla rappresentanza degli strati sociali inferiori e a ottenere qualche risultato nel contrastare il dominio coloniale dei flussi sui territori. Ma imboccare questa strada vuol dire compiere un salto di paradigma […] vuol dire assemblare dal basso partiti federativi di tipo nuovo, come il Mas boliviano, vuol dire lottare contro questa Europa, vuol dire non avere paura di rivendicare la riconquista della propria sovranità nazionale. Nessun processo costituente potrà essere messo in atto in assenza di queste condizioni» (p. 258).

Ci sono poi due appendici per approfondire due punti teorici utilizzati nel libro su cui Formenti vuole richiamare l’attenzione per giungere a una migliore teoria marxista per avere uan migliore analisi e quindi una maggiore capacità di lotta.


Carlo Formenti, La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo, Derive e Approdi, Roma 2016. 


Citazioni

"Quando la produzione capitalistica non genera più abbastanza profitto, il capitale si rivolge alla rendita come fonte di autovalorizzazione" (p. 14)

"Ciò che oggi conta più di tutto è il valore di mercato dell’impresa, per cui ai manager non viene più richiesto di produrre oggetti e servizi utili, bensì di far crescere il più rapidamente possibile il valore per l’azionista" (p. 15).

"Queste pratiche possono essere sintetizzate nella sostituzione dell’imperativo risparmia e investi con l’imperativo taglia e distribuisci" (p. 16).

"Il processo di «tecnicizzazione» dei mercati finanziari ha svolto un ruolo decisivo nell’ascesa della finanza creativa" (p. 18).

"Nell’analisi fin qui condotta, manca tuttavia un fattore fondamentale: tutto ciò non sarebbe potuto avvenire senza la partecipazione attiva del potere politico" (p. 19).

"Per ora basti ricordare come l’accettazione del paradigma liberista da parte dei partiti socialdemocratici e dei sindacati ad essi associati abbia contribuito in maniera decisiva a far sì che le classi subordinate si presentassero allo scontro totalmente prive di riferimenti politico-culturali e di strutture organizzative in grado di rappresentarne gli interessi. Le due armi di distruzione di massa per vincere la guerra di classe dall’alto contro la forza-lavoro mondiale sono state la globalizzazione e l’economia del debito" (p. 20). 

"Una tesi (l’alta marea trascina in alto tutti, n.d.r.) che appare oggi clamorosamente smentita dal fatto che, mentre la disuguaglianza è salita a livelli mai visti, e mentre i capitali «liberati» dagli sgravi fiscali invece di aumentare gli investimenti produttivi alimentano la speculazione finanziaria, i redditi delle classi inferiori continuano a diminuire, anche in valore assoluto" (p. 21).

"Il nuovo paradigma presuppone che la spontaneità debba essere «costruita», nel senso che essa funziona solo se viene costruito un sistema di diritti e sanzioni che vietano le azioni che possano intralciarne l’attività" (p. 32).

"La novità consiste invece nel dimostrare come il mercato chieda oggi allo Stato di «fabbricare» un soggetto pienamente adattato alle pratiche e ai valori delle società di mercato" (p. 33).

"La relazione di mercato assume la forma e il ruolo di un processo di autoformazione del soggetto economico, diviene cioè un processo che autocostruisce il suo stesso soggetto, nel quale le persone imparano ad autogovernarsi, a convertirsi in altrettanti centri di profitto individuale e a interiorizzare le nuove norme di efficienza produttiva. Tali norme poggiano su un duplice pilastro: la concorrenza come valore regolativo assoluto e le tecnologia valutative per la misurazione dei risultati delle attività" (p. 34).

Nella misura in cui si assumono efficienza e rendimento finanziario come obiettivi prioritari, il rapporto fra Stato e cittadini si trasforma in mero calcolo costi (tasse pagate)/benefici (servizi resi), eliminando apriori qualsiasi possibilità di partecipazione e di critica politica, e non meramente economica, all’agire pubblico (p. 35)

"Lenin definiva lo Stato il 'comitato d’affari della borghesia'. Nelle attuali condizioni storiche, tuttavia, nemmeno questa definizione riesce a descrivere la realtà di un sistema di potere che si fonda su un’integrazione pressoché totale fra élite economiche ed élite politiche (p. 39)

"La convergenza fra élite non è semplicemente questione di interessi, ma rispecchia una visione del mondo che non si propone tanto di «eludere» leggi e regole, quanto di cambiarle radicalmente […] La transizione al regime postdemocratico non è dunque questione di «tradimento» delle regole, bensì un lucido disegno politico che impone agli Stati di uniformarsi alle regole del diritto privato, fondando la propria legislazione sui principi della competizione economica" (p. 40). 

"La posta in palio di tutto ciò consiste nel delegare allo stesso lavoratore la funzione di misurare, controllare e incrementare la propria produttività, mettendola continuamente a confronto con quella di colleghi e amici, i quali si trasformano così automaticamente in concorrenti" (p. 58).

"Il merito di aver introdotto un reale elemento di novità spetta invece a Thomas Piketty che non è marxista. Per ragionare sulla disuguaglianza, infatti, non utilizza la lotta di classe bensì quella dei decili e dei centili di reddito e ricchezza patrimoniale, scelta che gli permette di evidenziare, in questo modo, la natura continua del fenomeno. L’insistenza sul fattore della continuità ha il merito di ricondurre il discorso sull’identità di classe al principio definito a sua tempo da Max Weber: appartenere a una classe significa appartenere a una comunità di destino" (p. 172).

"Anche se qui la diagnosi infausta (il capitalismo sta esaurendo il suo ciclo vitale) viene fatta dipendere soprattutto dal rapido e catastrofico aggravarsi della crisi ecologica, non mancano i riferimenti alla saturazione dei mercati globali e alla riduzione degli spazi geografici, sociali e culturali «vergini» da colonizzare. Osservato che la finanziarizzazione non è una novità, visto che ha caratterizzato tutte le fasi B dei cicli di Kondratieff, e che si è sempre trattato di una soluzione provvisoria (né vi sono ragioni per credere che oggi le cose vadano diversamente); osservato inoltre che il nodo crisi-finanziarizzazione è sempre coinciso con l’esaurimento di un ciclo egemonico ed è stato superato solo con l’emergere di una nuova potenza egemone, gli autori sostengono: 1) che i cicli egemonici finiranno quando la periferia sarà esausta e ogni regione del globo integrata nel mercato perché – in assenza di valvole di sfogo e regioni da sfruttare – le fonti del profitto saranno prosciugate; 2) che la situazione attuale è prossimo a questo esito finale che presumibilmente verrà raggiunto nel giro di qualche decennio" (pp. 191-192).

"Il fatto che oggi la democrazia venga concepita esclusivamente in termini di stato di diritto e difesa dei diritti umani, mentre le idee di uguaglianza e sovranità popolare sono state accantonate, conferma che il rapporto fra tradizione liberale e tradizione democratica non è necessario ma è il prodotto di un’articolazione storica contingente" (pp. 203-204).

"Lo slittamento della coppia oppositiva lavoro/capitale alla coppia popolo/élite significa che nel campo populista è impossibile distingue tra destra e sinistra? No, perché come argomenta Loris Caruso, «i movimenti sociali di sinistra e di destra non articolano nello stesso modo la frattura populista. Non scelgono gli stessi nemici e non avanzano le stesse rivendicazioni. Tuttavia, in una certa misura, sottolineano e mettono in luce gli stessi conflitti in merito a temi come la sovranità popolare, i rapporti fra popolo ed élite e fra politica ed economia». In poche parole: si tratta di movimenti diversi, sotto molti aspetti contrapposti, ma che giocano nello stesso campo. Questa comune appartenenza di campo fa sì che, anche se il populismo viene usato da certi movimenti di sinistra come una «tecnica politica», una sorta di mascheramento per ottenere consenso liberandosi di «marchi» ideologici penalizzanti, l’adozione dello «stile» populista è tutt’altro che privo di effetti sui contenuti politici" (p. 206).

"Se alla costruzione del popolo come comunità, associamo quanto scritto nel precedente paragrafo sul conflitto fra logica dei flussi e logica dei luoghi, si capisce come il tema della sovranità popolare possa assumere un rilievo fondamentale anche in una prospettiva di sinistra" (p. 207).

"La grande crisi ha indebolito l’appeal di queste forze politiche, evidentemente incapaci di dare risposte alla sofferenza degli strati sociali medio bassi e coinvolte in scandali che ne cancellavano le pretese differenze dei vecchi partiti. Così si sono create le condizioni per l’ascesa di quel «vero» soggetto populista che è il M5s. Il nucleo socio-culturale attorno a cui nasce il movimento è quella classe creativa italiana che, come ha messo in luce Richard Florida, appare numericamente più debole di quella di altri paesi occidentali, ma anche più incazzata e frustrata. I nostri knowledge workers, hanno accumulato una forte carica di rabbia e risentimento nei confronti di una società e di un sistema economico che non soddisfano le loro aspettative di reddito e di carriera, ma ancor più nei confronti di un sistema politico corrotto, clientelare, nonché innamorato dalla burocrazia e incapace di aggiornamento culturale" (p. 234).

"Tradotto sul piano dell’operatività politica, tutto ciò somiglia alla speranza di Giuseppe De Rita che una forza politica come il M5s possa trasformarsi nel nucleo costitutivo di una «neoborghesia». Se si accetta tale punto di vista, alla comunità del rancore non resta però altro ruolo se non quello di un bacino di consenso elettorale, da strappare all’egemonia dei populismi di destra (non a caso Grillo si è sempre vantato del fatto che il suo movimento ha impedito la nascita di una destra radicale di massa in Italia)" (p. 258).
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Il bene di Charlie e la giustizia degli uomini http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2282 Mon, 10 Jul 2017 14:37:58 +0200 1. Cosa significa il miglior interesse di Charlie?
Charlie Gard, nato il 4 Agosto 2016, soffre di una variante della sindrome di deplezione del DNA mitocondriale che inibisce parzialmente o completamente l'attività cerebrale e muscolare e per la quale al momento non si conoscono cure. Si tratta di un gruppo di patologie genetiche causate da mutazioni in geni nucleari che sono coinvolti nel mantenimento del DNA dei mitocondri. I mitocondri hanno al loro interno un piccolo cromosoma che codifica alcune proteine: se il materiale genetico dei mitocondri viene perso, come accade nelle sindromi da deplezione del DNA mitocondriale, questi non funzionano o funzionano male, e il nostro organismo non è in grado di produrre sufficiente energia, quindi gli organi del corpo umano, a cominciare dai muscoli, poi in sequenza il fegato e il cervello, deperiscono progressivamente.

I genitori non si sono rassegnati e hanno dato vita a una catena di solidarietà e hanno ricevuto un ingente numero di donazioni da tanti privati che si sono sensibilizzati alla causa di poter offrire la possibilità a questa famiglia di poter effettuare un trattamento medico sperimentale negli Stati Uniti.

La famiglia Gard ha chiesto alla direzione del Great Ormond Street Hospital di Londra di mantenere il trattamento di ventilazione artificiale a Charlie per il tempo necessario a organizzare il trasferimento negli USA e l’autorizzazione a che il trattamento sia trasferito a un’altra équipe medica.

I medici del Great Ormond Street Hospital hanno però deciso che la speranza di miglioramento non giustificasse il mantenimento in vita di Charlie, anzi gli sarebbe di detrimento, non sarebbe stata cioè “nel suo miglior interesse”. Contro questa sentenza nel corso del 2017 i coniugi Gard hanno fatto ricorso, ottenendo sempre un diniego della loro potestà di decidere ciò che è meglio per loro figlio. Senza troppi giri di parole questo è il vulnus enorme che si è venuto a creare: i genitori vengono innaturalmente privati della loro potestà, addirittura in un primo momento gli si era persino impedito di accompagnare il piccolo negli ultimi momenti di vita.

Il principio che ha guidato il Giudice della High Court (che nel sistema inglese si chiama in maniera alquanto altisonante “Justice”) Nicholas Francis nella sua determinazione è stato fissato da una corte di appello nel 2005 in un caso simile, in quanto la giustizia inglese si basa sui precedenti. Per i precedenti su cui essa è basata, vincolanti nel diritto inglese, rimando a una atto del parlamento inglese.

Il best interest quindi è il presupposto giuridico-filosofico che ha spinto i giudici inglesi a confermare la decisione del Great Ormond Street Hospital di sospendere la ventilazione e trasferire il piccolo Charlie alle cure palliative dove morirà in breve tempo "dignitosamente", secondo medici e giudice. Il dispositivo della sentenza, si può leggere tra gli altri, sul sito del quotidiano Mirrow.

Uno dei due fuochi dell’ellisse di questa tragedia giuridico-tecnocratica è questo: per la giustizia inglese la vita di un innocente non è un bene in sé, ma si possono fare delle determinazioni relative al grado di tutela da accordare alla sua permanenza in vita, mettendolo in relazione con uno standard qualitativo della vita stessa, ottenendo quindi come risultato il livello minimo computabile che rende possibile identificare una soglia convenzionale superata la quale si decide se questa vita è degna o meno di essere vissuta.

I medici del Great Ormond Street Hospital hanno sostenuto di non poter più fare nulla per il piccolo Charlie e che quindi fosse nel miglior interesse del paziente sospendere qualsiasi trattamento con la prevedibile conseguenza di una morte in breve tempo. I genitori hanno consultato uno specialista americano che ha prospettato loro la possibilità di una cura sperimentale sulle probabilità di successo della quale tuttavia non ha potuto esprimere una valutazione, non avendo avuto la possibilità di visitare Charlie di persona. La terapia costerebbe circa un milione di dollari che sono già stati raccolti dai genitori in forma di donazioni volontarie da privati cittadini. I medici del Great Ormond Street Hospital hanno sottoposto alle autorità inglesi la loro decisione che venissero interrotti i trattamenti di supporto vitale e che Charlie fosse affidato alle cure palliative. La questione è quindi passata ai tribunali per la conferma di tale decisione, come previsto dalla legge inglese, e dopo ilo primo grado di giudizio e il seguente ricorso alla High Court dei genitori anche questa, con la sentenza redatta dal giudice Francis ha confermato la valutazione dei medici del Great Ormond Street Hospital, applicando il principio sopra menzionato e giudicando che fosse nel miglior interesse di Charlie di morire in modo dignitoso piuttosto che di affrontare cure che avrebbero inflitto sofferenze senza alcun ragionevole indizio di poter migliorare la situazione.

La ratio che fonda la scelta di sottrarre la decisione ai genitori in questi casi dovrebbe essere la presupposizione che i genitori, comprensibilmente sopraffatti dalla carica emotiva della decisione, non valuterebbero la situazione in modo oggettivo. Il giudice che ha sentito oltre ai medici del Great Ormond Street Hospital anche altri specialisti di altri paesi, ha valutato che non si possa considerare affidabile la terapia proposta sia perché non vi sarebbero prove scientifiche della sua efficacia (la terapia ha dato alcuni risultati positivi in altre varianti della malattia da cui è affetto Charlie ma non nel suo specifico ceppo), sia perché proposte da un medico che la metterebbe in atto a pagamento (sottintendendo che avrebbe tutti gli incentivi a prospettarla come potenzialmente benefica) ma che non ha visitato il paziente di persona. Il medico americano sentito per telefono dalle autorità inglesi ha dichiarato di ritenere improbabile ma non impossibile il successo della terapia e di essere disposto a provarla.

Definire cosa sia il miglior interesse del paziente, in questo cso di un infante, è terreno spinoso, certo non può essere così chiaro e univoco quanto disposto. Per una considerazione della vicenda da un punto di vista diverso dal nostro ma convergente, è interessante vedere quanto affermava già più di due mesi fa Julian Savulescu, noto filosofo di Oxford, in The Fiction of an Interest in Death? Justice for Charlie Gard.


2. Giustizia, nomodicea e neutralità
Dopo che i gradi di appello previsti dalla legge inglese hanno confermato la deliberazione della équipe medica i genitori hanno fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo.

La Corte di Strasburgo il 27 giugno 2017 ha dichiarato inammissibile il ricorso presentato dai coniugi Gard che chiedevano il semplice mantenimento della respirazione tramite ventilatore meccanico per il figlio. Il Great Ormond Street Hospital, uno dei migliori ospedali pediatrici inglesi, diviene così il luogo in cui si compie una delle più incredibili violazioni del diritto più basilare di tutti, quello alla sopravvivenza, in nome di un presunto danno che altrimenti ne incorrerebbe all’infante, in più nell’assoluta contrarietà dei genitori.

Quella dei medici è una decisione incompatibile con livelli minimi di empatia, nonché con la stessa deontologia medica per come si è sempre e dovunque sviluppata secondo i dettami del giuramento di Ippocrate. Ci si è arrogato il diritto di impedire anche la libera e autonoma iniziativa dei genitori per dare a loro figlio una possibilità di vita, fosse essa anche remota (ma è da dimostrare). Questo partendo dal presupposto, ormai divenuto purtroppo sempre più un nuovo grimaldello giuridico, che il trattamento alternativo che i genitori vorrebbero disperatamente sperimentare non sia nel miglior interesse del fanciullo. Le corti inglesi hanno dato ragione alla scelta dei medici e lo stesso è stato dichiarato dalla CEDU, che ha quindi respinto il ricorso dei genitori di Charlie. La CEDU si è quindi limitata, in questo caso, esclusivamente ad accertare se lo Stato inglese avesse violato le sue proprie leggi e procedure nella decisione dei medici dell'ospedale e dei giudici della Corte. In altri casi, alcuni dei quali hanno fatto clamore, essa ha scelto di non autolimitarsi giungendo persino a innovare radicalmente, ampliandolo per lo più, il catalogo dei diritti previsti da un determinato ordinamento giuridico. Infatti la sua competenza non si limita ad accertare se uno Stato avesse violato le sue proprie leggi e procedure, anzi il senso stesso dell’esistenza di questa Corte è quello di esprimersi in generale sulla violazione di altri diritti, eventualmente anche non contemplati dall'ordinamento in questione.

Le più alte magistrature purtroppo hanno deciso venendo meno ai presupposti stessi del loro compito. Nel dibattito filosofico contemporaneo Waldron ha indagato a fondo le diverse possibili concezioni di rule of law con peculiare attenzione alla tematica dell’obbligo giuridico e politico e alla sua definizione concettuale, mentre Marmor e Kramer riprendono e approfondiscono da Hart la problematica della oggettività e della separabilità tra diritto e morale.

Hart intendeva questa separabilità come una garanzia nei confronti della pretesa dei regimi oppressivi di convincere i propri sudditi (non cittadini) della moralità intrinseca nel diritto promulgato e vigente, una moralità che richiede interna adesione e quindi si sposta dalla convinzione razionale alla persuasione non giustificata. Oggi invece sembra che la situazione si rovesci: a trattare i cittadini come sudditi sono i nuovi tecnocrati che nel corto circuito medico-giudiziario decidono chi possa conoscere il bene di una persona, riducendo questa nozione di bene alla cessazione di sofferenza. Eppure tanti tra noi sanno bene per esperienza come a volte una vita anche fatta di sofferenza è una vita.

Una teoria del diritto, anche se si comprende come descrittiva come fanno le diverse versioni del positivismo, si pone quindi comunque uno scopo morale, non separabile dalla sua più profonda ragion d’essere, e proprio in vista di tale scopo separa il diritto dal suo contenuto morale, contenuto che gli viene attribuito quindi solo a posteriori.


3. Un in-fante tra Bios e Zoe
Credo che sia necessario ripensare la non ripensabilità di decisioni che assumono dei concetti contraddittori come realizzabili insieme, cioè la tutela del miglior interesse e la stessa sussistenza in vita: il fatto semplice di possedere una vita individuale (bios) è imparagonabile al pensare di poter conseguire un miglior interesse eliminando questa vita stessa.

Considerare la vita come intollerabile è diventato oggi quasi un luogo comune, calcolando un convenzionale livello di non sopportazione del dolore, ma il terribile presupposto di questa valutazione è trasformare un qualcosa che ha valore incommensurabile in quanto unica, cioè la vita individuale del bios, in un magma indefinito di materiale vivente, zoe, disponibile ad essere calcolato secondo le convenzioni riduzioniste della tecnocrazia che oggi ha plasmato un nuovo linguaggio che anch’esso si finge neutrale ma inserisce parametri valutativi che credo non si faccia fatica a definire inumani.

Si ha la necessità di uscire da questo corto circuito proprio per evitare, a livello nazionale e internazionale, che la teoria del diritto si riduca a strumento di giustificazione teorica di ogni potere reale, per quanto sofisticato nei suoi meccanismi, a partire dalla mancanza di uno spazio di concettualizzazione per un qualsivoglia postulato di giustizia non meramente procedurale. Quella che viene interpretata nel dibattito italiano come una genealogia del nichilismo giuridico che da Nietzsche e Gentile arriva ai contemporanei Severino e Irti, in realtà ripete un paradigma ormai usurato: in questo contesto il diritto inteso come sistema giustificativo di pretese legittime viene spogliato della sua plurivocità tradizionale e dai teorici contemporanei viene trasformato in un insieme variamente sistematizzato di diritti, o di aspirazioni a diritti come nella riflessione di Portinaro e Rodotà.

Più in generale credo che il caso di Charlie Gard mostri come sia ormai necessario andare oltre e pensare quella che credo si possa definire una nomodicea, una indagine sulla giustificazione della bontà intrinseca all’ordinamento giuridico basato sui postulati di garanzia in generale. Questa dovrebbe essere la giustificazione comprensibile del perché il diritto possa e debba guidare la condotta, quindi il problema di passaggio tra obbligo politico e obbligo giuridico, espresso in forma più raffinata le forme articolate del problema del governo della legge integrato nei due livelli di normazione dello Stato costituzionale di diritto.

Ormai è chiaro a chiunque come il diritto vigente e il potere giudiziario hanno dichiarato esplicitamente, e questa ne è un’ulteriore riprova, come il contenuto ultimo di alcune scelte fondamentali si riduca troppo spesso alla meccanicità di alcune procedure, in particolare nelle procedure di verifica dei presupposti del giudicato di prima istanza, di nomofilachia e di tutela dei diritti fondamentali che dovrebbero essere proprie delle alte corti. Queste alte corti sono il tentativo estremo di donare una presunta neutralità tecnocratica, ma si dimostrano impermeabili a penetrazione da parte di una qualunque ipotesi di tutela del diritto naturale dei singoli di permanere in vita, promuovendo la hybris dei novelli tecnocrati a paradigma vincente e ossequiato.

La nozione stessa di vita umana è ormai esplicitamente posta dopo secondo una nozione ambigua di miglior interesse dell’infante, un interesse che risponderebbe forse ai canoni dell’utilitarismo primitivo di Bentham, ma certo è ben distante dall’idea di massimizzazione del bene e della felicità per come oggi più articolatamente viene definita dai contemporanei teorici dell’utilitarismo, ma che già Mill aveva ben compreso nella sua complessità. Non parliamo poi di quanto queste corti abbiamo ignorato, in un paradigma anche solo mondano, laicissimo, le più recenti riproposizioni dell’utilitarismo dell’atto o della regola, per come è stato di recente sempre più elaborata dai filosofi che si riconoscono nelle diverse varianti dell’utilitarismo contemporaneo. Il ragionamento di common sense che unisce chi si oppone a questo atto di arbitrio violento e soppressivo di una vita è molto semplice: non può ricevere e apprezzare più alcun bene chi viene privato della sua stessa vita, quindi viene rimosso da ogni possibilità di ricevere bene e sperimentare felicità o sollievo, in quanto viene privato della sua stessa esistenza.

Le argomentazioni dei giudici inglesi sulla terapia alternativa sono rilevanti, e non vanno sottovalutate. Ciò detto, la questione relativa al piccolo Charlie deve prescindere dalla eventualità di una terapia alternativa: si tratta di capire quale sia la scala di valori, se cioè il vivere possa essere subordinato al ben vivere. Logica ed estrema conseguenza dell'argomentare del giudice inglese sarebbe quella di sopprimere allora per decisione di una corte, e quindi in maniera in qualche modo legalizzata ma oltretutto non decisa da un legislatore di ogni vita che non sia conforme ad uno standard (quale che sia) assunto come minimo. Così in futuro, almeno in linea teorica, si potrebbe decidere di sopprimere i poveri, gli ammalati cronici, i malati terminali, i disabili, gli immigrati, o altre categorie delle quali si giunge a determinare essere inadatti, infelici, unfit a permanere nell’esistenza perché essa si rivela per essi troppo dolorosa.

I genitori hanno passato tutte le loro ultime settimane di lotta a ribadire come tutti i registri espressivi a disposizione dell’infante destinatario di questa sentenza di riconosciuta sconvenienza a rimanere tra i viventi dimostrassero che invece Charlie li sentisse vicini quando erano con lui, percepisse la loro vicinanza, reagisse agli stimoli nonostante fosse relegato in una struttura di sostentamento in cui doveva trascorrere i suoi ultimi giorni di vita: di qui a dimostrare che in qualche anno la sua vita non sarebbe degna di essere vissuta ce ne corre, come già in questi giorni diversi genitori di bambini sofferenti di diverse malattie, ma comunque vivi cercano di dimostrare e di comunicare. L’empiria e l’aspirazione sono concordi nel mostrare come una vita può essere sempre degna di essere vissuta, anche se con una percentuale di sofferenza, in quanto si rende possibile alla persona sofferente di fruire della vicinanza e dell’affetto di persone che interagiscono con essa.

Nel 2017 quindi un altro limes tremendo potrebbe essere oltrepassato, decidendo di sopprimere una vita ma ancor di più decidendo che questa vita è ormai divenuta mera zoe e non più bios. Credo che soprattutto questo vada impedito, cioè che a un certo punto e in diverse situazioni qualcuno possa stabilire che una vita non è più una unicità dotata di infinita dignità, ma è divenuta vita plasmabile, oggetto di possibili trade-offs, un caso tra gli altri tra quelli definiti dagli economisti del benessere come materia di calcolo della felicità. Chiaramente una tale vita viene ridotta a disposizione per uso e abuso, indirizzabile nei suoi scopi e nei suoi limiti e quindi distruttibile a piacimento, non più bios individuale e quindi meritevole di vivere a prescindere da una determinazione in senso contrario che comunque ne svilisce l’infinita dignità, in più contravvenendo all’espressa volontà di chi da sempre è stato ritenuto il più titolato a decidere del miglior interesse di un infante, cioè i suoi genitori.
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Carsismo http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2281 Tue, 04 Jul 2017 14:53:32 +0200
I fiumi delle terre carsiche alternano fasi in cui scorrono nel sottosuolo e fasi in cui improvvisamente escono in superficie. Il Timavo è il più famoso fiume carsico Italiano che, dopo un lungo percorso sotterraneo, esce all’aperto non come una piccola sorgente, ma come un grande fiume. Si tratta del fenomeno delle risorgive, che nel caso del Timavo si trovano nei pressi del mare, a Duino. La presenza di un fiume che sgorgava dalla terra aveva affascinato e intimorito le popolazioni antiche che aveva eretto templi agli dei in quel luogo.

La fede dei popoli è come un fiume carsico e ne ho avuto la prova in due viaggi che ho avuto modo di fare negli ultimi tempi.

A Mosca sono capitato presso una risorgiva: file chilometriche lungo la Moscova per venerare le reliquie di San Nicola arrivate da Bari in quei giorni, seminari che non hanno abbastanza disponibilità di posti per far fronte alla domanda, funzioni religiose affollate e sentite. Il tutto in una città moderna, pulitissima e sfavillante piena di ricordi storici e artistici ma anche di giovani coppie con bambini e tanta percepibile speranza nelle strade. Aria di rinascita: il fiume che scorreva sotterraneo, sepolto da decenni di ateismo di stato, si è ingrossato delle acque che percolavano nella roccia ed è uscito in superficie ruggente. Non stupisce il timore e l’incapacità di comprendere di buona parte dell’establishment europeo e americano di fronte alla risorgiva.

In Svizzera, ho avuto l’occasione di udire il percorso sotterraneo dello stesso fiume. Una folla di ricchi turisti cosmopoliti, assatanati dalla smania di acquistare gadget dai prezzi stratosferici, affolla il viale principale di Interlaken, dando solo una rapida occhiata al meraviglioso ghiacciaio della Jungfrau. Se mai, dopo lo shopping, i turisti salivano sulle montagne con il costosissimo trenino rosso (200 euro a persona) per farsi dei selfies con sfondo nivale e scendere subito a valle. In superficie si mostrava trionfante l’ecumene del nuovo culto dell’individuo.

Ma nelle valli nascoste, ad Habkern, a soli sette chilometri dal luogo di culto di Mammona, trovi solo contadini-allevatori locali, che ti salutano dicendoti ‘Dio ti benedica’ (Gruss Gott) e non sono vecchi rugosi ma floride giovanette e ragazzi robusti. Poi, su un antico ponte di legno di Lucerna, una nonna elegante e raffinata, di fronte a un’edicola barocca insegna alla nipotina l’Ave Maria e pregano insieme. Il fiume gorgoglia nelle grotte e quasi nessuno sembra accorgersene.
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In rete http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2280 Wed, 28 Jun 2017 13:05:13 +0200
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Disinvestire dalle fonti fossili: una scelta per la giustizia ambientale e sociale http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2279 Wed, 28 Jun 2017 10:02:53 +0200 La campagna #DivestItaly si prefigge un duplice obiettivo: aumentare la consapevolezza rispetto alla tematica attraverso attività di comunicazione e sensibilizzazione e intraprendere un dialogo con diversi tipi di organizzazioni rispetto all’opportunità di disinvestimento dalle fonti fossili
Il secondo anniversario dell’Enciclica Laudato Si’ ricorre in un mese caratterizzato da avvenimenti poco confortanti sul piano ambientale, dall’annuncio del ritiro degli USA dall’Accordo di Parigi sul clima fino alle preoccupanti conseguenze del prolungato periodo di temperature ben oltre le medie stagionali che il nostro Paese si sta trovando ad affrontare.

Ciononostante, il messaggio lanciato da Papa Francesco attraverso l’Enciclica continua a rappresentare un punto di riferimento per quanti, credenti o laici, condividono la necessità improrogabile di ripensare radicalmente il rapporto dell’uomo con l’ambiente che lo circonda e di abbandonare al più presto l’attuale modello economico basato sull’uso intensivo dei combustibili fossili in favore di una transizione energetica guidata dallo sviluppo delle fonti rinnovabili.

L’Enciclica, vale la pena ricordarlo, ha preceduto di pochi mesi due avvenimenti di enorme importanza nel contesto della sfida globale per uno sviluppo sostenibile. Nel settembre 2015 sono stati infatti presentati i nuovi Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, mentre nel dicembre dello stesso anno, sempre sotto l’egida dell’ONU, a conclusione della COP 21 di Parigi
(la ventunesima Conferenza delle Parti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici) è stato adottato lo storico accordo sul clima che per la prima volta ha visto l’assunzione di impegni di riduzione delle emissioni di gas serra da parte dell’intera comunità internazionale.

Due aspetti significativi meritano di essere evidenziati. Il primo è la rapidità con cui l’Accordo di Parigi è entrato in vigore: sono bastati meno di 12 mesi, contro gli oltre 7 anni che si era dovuto attendere nel caso del Protocollo di Kyoto. Il secondo riguarda la centralità assunta dalla questione ambientale all’interno dei 17 nuovi obiettivi per lo sviluppo, marcando un fondamentale cambio di prospettiva rispetto ai precedenti Obiettivi di Sviluppo del Millennio.

Entrambi gli aspetti concorrono ad indicare come nello scenario internazionale il perseguimento della sostenibilità ambientale non venga più considerato come un fine di secondaria importanza rispetto alla promozione dello sviluppo economico e sociale, ma al contrario ne costituisca un fattore chiave: solo un approccio in grado di analizzare e affrontare problematiche ambientali, sociali ed economiche in maniera congiunta e interrelata può infatti rivelarsi vincente. Tale approccio non può che richiamare il concetto di “ecologia integrale” espresso nella Laudato Sì, che ne rappresenta uno degli elementi di maggior rilievo e che esorta a un profondo cambiamento a tutti i livelli: istituzionale, spirituale, culturale e individuale.


Il disinvestimento dalle fonti fossili
Il problema dei cambiamenti climatici è in questo senso emblematico. L’aumento delle temperature medie globali ha infatti ripercussioni su vasta scala che riguardano molteplici aspetti della vita umana – salute, agricoltura, accesso alle risorse idriche, solo per citarne alcuni – e che vanno ad acuire problematiche già esistenti quali insicurezza alimentare, povertà estrema, disuguaglianze sociali e migrazioni di massa, in particolare in quei Paesi del Sud del Mondo più vulnerabili e al tempo stesso meno responsabili rispetto ai cambiamenti del clima. Un problema dunque che non può essere considerato solo ambientale, ma che si intreccia in maniera profonda con questioni di giustizia sociale e di possibilità di sviluppo economico.

Se la crisi climatica deve essere quindi necessariamente analizzata seguendo un approccio che tenga in considerazione le interrelazioni con la sfera sociale ed economica, anche le soluzioni vanno ricercate in una medesima ottica sistemica. Le politiche e i target di riduzione delle emissioni concordati a livello internazionale costituiscono il framework per contrastare il surriscaldamento del Pianeta , ma all’interno di questa cornice saranno le scelte messe in atto da una molteplicità di attori a vari livelli (enti locali, imprese, cittadini) a risultare determinanti.

Tra queste scelte rientrano anche quelle effettuate sul piano finanziario, in particolare per quanto riguarda il reindirizzamento delle risorse e degli investimenti verso un modello economico low-carbon. La questione rappresenta il cuore dell’attività di un movimento affermatosi su scala internazionale che afferma la necessità di disinvestire dalle fonti fossili, ossia di ritirare gli investimenti in imprese legate a petrolio, carbone e gas al fine non solo di minarne il sostegno economico, ma anche e soprattutto di compiere un chiaro gesto di delegittimazione morale. Tale movimento punta infatti a evidenziare come non sia più accettabile continuare ad investire in un comparto industriale il cui operato è intrinsecamente destinato ad aggravare il problema dei cambiamenti climatici e le drammatiche conseguenze che da esso derivano.

Se è sbagliato distruggere il pianeta, allora è sbagliato anche trarre profitto da tale distruzione” (slogan originale: "If it’s wrong to wreck the planet, then it’s wrong to profit from that wreckage”): è questo lo slogan più volte utilizzato dalla ong internazionale 350.org, che coordina le tante iniziative e campagne per il disinvestimento dai combustibili fossili attive in tutto il mondo. Una logica tanto semplice quanto stringente, che in 6 anni ha già convinto una moltitudine di investitori: dal 2011 ad oggi, infatti, sono più di 700 le realtà che hanno preso impegni ufficiali di disinvestimento, per un totale di assets under management di oltre 5.400 miliardi di dollari. All’interno di questo mondo eterogeneo si possono trovare attori diversi quali università, istituti religiosi, fondi pensioni, enti locali e compagnie di assicurazione.

Se la questione etica degli investimenti nelle fossili costituisce di per sè un valido motivo per intraprendere un percorso di ritiro degli stessi, va evidenziato come scelte di questo tipo siano supportate anche da argomentazioni di tipo economico. Il concetto chiave è quello di stranded assets (risorse bloccate), che fa riferimento ai sempre maggiori limiti alla possibilità di sfruttamento delle proprie riserve con cui le imprese che operano nel settore dei combustibili fossili dovranno confrontarsi a seguito degli impegni di riduzione delle emissioni adottati a Parigi, i quali, secondo quanto previsto all’interno dell’Accordo stesso, dovranno essere ciclicamente rivisti al rialzo. Dal punto di vista finanziario ciò si traduce nella concreta possibilità di perdita di valore degli investimenti in tali società, tanto da fare parlare del rischio di una vera e propria “bolla del carbonio”.

La campagna #DivestItaly
Il movimento per il disinvestimento dalle fossili è particolarmente radicato negli USA, dove è nato, e in paesi dell’Europa centro-settentrionale come Germania e Gran Bretagna. Qualcosa però si sta muovendo anche in Italia, dove un gruppo di organizzazioni della società civile – tra cui è presente l’ISPIA (l’Istituto Pace Sviluppo Innovazione ACLI) – stanno portando avanti la campagna #DivestItaly, promossa dalla Onlus Italian Climate Network.

La campagna si prefigge un duplice obiettivo: aumentare la consapevolezza rispetto alla tematica attraverso attività di comunicazione e sensibilizzazione e intraprendere un dialogo con diversi tipi di organizzazioni rispetto all’opportunità di disinvestimento dalle fonti fossili. Nata in concomitanza con la pubblicazione della Laudato Si’, la campagna fino a questo momento si è rivolta principalmente al mondo degli istituti cattolici per incoraggiare a mettere in pratica l’appello di Papa Francesco alla conversione ecologica attraverso l’attuazione di strategie di disinvestimento.

Grazie anche all’impegno della FOCSIV (Federazione Organismi Cristiani di Servizio Internazionale Volontario) e al supporto del Global Catholic Climate Movement, otto tra diocesi, congregazioni e ordini religiosi italiani – tra cui i Missionari Comboniani e la Provincia d’Italia dei Gesuiti – hanno già dichiarato pubblicamente l’intenzione di ritirare i propri investimenti dall’industria delle fossili, mentre altre ancora annunceranno la propria decisione nei mesi a venire: una scelta in favore non solo del clima, ma anche di un diverso modello economico e sociale.
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La rivoluzione dell'ecologia integrale http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2278 Wed, 28 Jun 2017 09:23:50 +0200
L’enciclica Laudato si’ è indubbiamente una straordinaria piattaforma per una nuova elaborazione politica: l’ecologia integrale costituisce l’orizzonte di un profondo ed esigente ripensamento della politica. La logica che non lascia spazio ad una sincera preoccupazione per l’ambiente è la stessa in cui non trova spazio la preoccupazione di integrare i più fragili (196).

Le nostre democrazie moderne sembrano assistere ad una complessa involuzione, tra un progressivo affievolimento della partecipazione e della responsabilità civica e la crescita del sostegno elettorale alle piattaforme estremiste che inneggiano demagogicamente a forme sempre più tribali di nazionalismo e di difesa identitaria di tradizioni e rendite di ogni tipo.

La politica nazionale, schiacciata dallo strapotere della finanza speculativa e dagli interessi transnazionali e globalizzati di soggetti economici sempre più spregiudicati e disinibiti, non riesce a rigenerarsi nei territori e nella società senza perdersi nel “leghismo” o nel movimentismo privo di una visione generali. Le istituzioni internazionali e le organizzazioni emerse nel tempo della nuova Governance Multilevel fanno fatica ad essere “inclusive” e spesso reinterpretano il proprio ruolo in senso tecnocratico, contribuendo a determinare un sistema di regole e di convenzioni sottraendo spazi di sovranità alla partecipazione popolare.

In tale scenario istituzionale aumenta la disuguaglianza – o come la definisce papa Francesco l’inequità – ossia l’aumento più o meno simultaneo dei divari territoriali di crescita produttiva e di sviluppo economico tra sistemi territoriali e Paesi, la polarizzazione dei redditi tra individui e famiglie, le disparita nei processi di accumulazione del risparmio e della ricchezza finanziaria di soggetti pubblici e soggetti privati.

Riagganciare dimensione finanziaria e dimensione economica dei processi produttivi, restituire il ruolo di programmazione strategica alla politica, convertire in senso sostenibile tecnologi e processi produttivi ed urbani, sostenere il protagonismo sociale delle persone e delle organizzazioni sono sfide che vanno affrontate insieme. Tutto è connesso.

Lo sguardo di insieme cui ci richiama l’enciclica passa certamente da un approccio olistico, non specialistico o tecnocratico alle singole questioni, un approccio partecipato e che sollecita le responsabilità di ciascuno, un processo di coinvolgimento nella ricerca delle soluzioni che chiede empatia, trasparenza e dialogo ossia capacità di integrare competenze, sensibilità e visioni.

Tale approccio integrale passa attraverso una prospettiva ben precisa: quella dei deboli, dei fragili, dei vulnerabili: nelle condizioni attuali della società mondiale, dove si riscontrano tante inequità … il principio del bene comune si trasforma immediatamente, come logica conseguenza, in un appello alla solidarietà e in una opzione preferenziale per i più poveri (158).  Una simile prospettiva costituisce – a mio parere – un importante avanzamento del già ricco corpus del Magistro sociale della Chiesa. La definizione conciliare di Bene Comune, che prende le distanza da una riduzione meramente additiva di interessi e “utilità” tipica delle filosofie utilitariste che hanno alimentato il pensiero e l’azione di molti studiosi ed operatori economici, per aprire la strada al fondamento comunitario e relazionale del Progresso sociale, inteso come avanzamento solidale di ogni persona che aspira a realizzare la propria felicità, non in contrapposizione ma in sintonia e sincronia con gli altri.

Papa Francesco invita tutti a porsi in una prospettiva radicalmente evangelica, autenticamente “francescana” e profondamente anti-conformista: il Bene Comune non è soltanto Coesione Sociale, ma Inclusione Sociale. Chiaramente si possono intravvedere in tale posizione anche le recenti e moderne teorie dello sviluppo umano, la riflessione di Amartya Sen e di Martha Nussbaum, la lezione di Partha Dasgupta e quella di Ester Duflo, i contributi dissonanti di William Easterly e persino le recenti critiche sul modello di politiche di sviluppo delle istituzioni internazionali proposte dai ricercatori del International Monetary Fund.

La grande questione politica del nostro tempo è ancora la riduzione della povertà e l’accesso ad una vita dignitosa di una vasta parte delle popolazione mondiale, questione aggravata dal progressivo arretramento nella scala sociale della cosiddetta Middle Class che, come osserva Branko Milanovic nella sua celebre Elephant Curve, dove attraverso una rigorosa e puntuale documentazione statistica si evidenziano “vincitori&perdenti” dell’attuale fase della globalizzazione, dischiudendo uno scenario di profonde e radicali trasformazione geopolitica e una nuova mappa del potere economico e finanziario.

Del resto l’ormai strutturale crescita dei flussi migratori, ancorché essere l’esito tragico di conflitti e persecuzioni, è l’indiretta conseguenza di un modello neocoloniale nelle politiche commerciali delle multinazionali combinato ad un approccio neoliberista nelle politiche di sviluppo. Sfruttamento delle risorse naturali ed umane, cambiamento delle condizioni climatiche e instabilità politica costituiscono il mix perverso che consolida un modello di “istituzioni estrattive” per dirla con Acemoglu e Robinson.

Ripartire dai deboli equivale anche a ripartire dai territori, da un modello di sviluppo dal basso “compatibile” con una crescita sostenibile e ad un utilizzo meno dissennato delle risorse naturali. È la sfida che viene affrontata da molta cooperazione internazionale che scommette su programmi di educazione, di prevenzione sanitaria, di formazione civica e di professionalizzazione imprenditoriale e tecnologica.

Oggi, pensando al bene comune, abbiamo bisogno in modo ineludibile che la politica e l’economia, in dialogo, si pongano decisamente al servizio della vita, specialmente della vita umana (189) Ancora una volte papa Bergoglio ribadisce la centralità della persona umana, delle sua naturale e fondamentale aspirazione a “compiere” il proprio sviluppo attraverso una libera espansione delle proprie capacità. Il compito della politica è rimuovere e sostenere tale libera crescita in una logica di sussidiarietà. Ma c’è un’etica ecologica da apprendere in tale processo di espansione, che richiede un cambiamento degli stili di vita ed un’attenzione maggiore alla propria “impronta ecologica”.

La sfida della sostenibilità ribadita ancora una volta dai 17 obiettivi per il 2030 costituisce un importante riferimento per una politica che vuole davvero guardare lontano. Gli obiettivi sono articolati e collegati tra di loro quasi a voler significare la “connessione” che esiste tra economia società e ambiente ma anche tra impegno personale e sociale, ruolo delle istituzioni pubbliche e di quelle private, importanza del locale e del globale. Ciò che diventa necessario è “innescare un processo” poiché il tempo “è superiore allo spazio” come aveva già scritto il pontefice nell’esortazione Evangelii Gaudium.

L’ecologia integrale costituisce allora qualcosa di ben più grande e di ben più profondo che una – pur importante sensibilità verso l’ambiente e le sue attuali questioni – è un modo di ripensare la qualità della vita umana dentro una fitta serie di relazioni e interazioni che impongono una cura quotidiana dei nodi più fragili e vulnerabili della rete. La forza della catena si misura dalla tenuta dell’anello più debole.
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L’educazione al BES: leva per la cittadinanza responsabile http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2277 Tue, 27 Jun 2017 16:07:14 +0200 Diventa centrale affiancare alla ricerca, alla promozione e all’impegno istituzionale un quarto elemento: l’educazione. Non è un caso che Papa Francesco dedichi l’intero ultimo capitolo della Laudato Sì a quella che egli stesso definisce la sfida educativa...
Le tematiche di un’economia sostenibile sotto il punto di vista sociale ed ambientale non sono mai state così presenti sulla scena del dibattito mondiale come in questi ultimi due anni. Alcune fra le tappe fondamentali che hanno contribuito ad alimentare il movimento interdisciplinare della sostenibilità sono state: l’uscita dell’Enciclica Laudato Sì (2015); la COP 21 (2015) e l’adozione degli SDGs (i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite -2015, declinati dalla IAEG-SDGs in 241 indicatori -2016). Intorno a questi eventi-simbolo, anche in Italia, sono nate una pluralità di iniziative tanto nel campo della ricerca scientifica, quanto in quello della promozione sociale (non si può non pensare all’enorme lavoro che sta svolgendo l’ASVIS –Alleanza per lo Sviluppo Sostenibile- costituita proprio con l’intento di promuovere gli SDGs).

Un ruolo di primo piano, in questo processo verso la sostenibilità, è giocato da alcune delle istituzioni del nostro paese.

L’Istat, chiamato dalla Commissione statistica delle Nazioni Unitea svolgere un ruolo attivo di coordinamento nazionale nella produzione degli indicatori per la misurazione dello sviluppo sostenibile e il monitoraggio dei suoi obiettivi”, ed impegnato già dal 2013 con il progetto BES (acronimo di Benessere Equo e Sostenibile) nello sviluppo di misure capaci di raccontare l’evoluzione del benessere multidimensionale seguendo una prospettiva di equità e sostenibilità, ha elaborato una prima serie di indicatori di sviluppo sostenibile specifici, con l’obiettivo di rendere attuale e concreta l’Agenda2030 nel nostro paese. A maggio 2017, aggiornando il lavoro illustrato a fine 2016, sono stati presentati 173 indicatori in riferimento a 100 indicatori SDGs. Di questi ben 38 sono indicatori contenuti nel BES.

L’attuale Governo, con la legge 163/2016 (art. 14), approvata nel giugno 2016 con il voto favorevole di esponenti di tutte le forze politiche, ha promosso l’inclusione di indicatori BES nel ciclo di programmazione economico-finanziaria, riconoscendo l’importanza di valutare le scelte pubbliche e di politica economica contenute nel Documento di Economia e Finanza non solo in base al PIL. Come si legge nell’Allegato 6 al DEF 2017, “l’Italia è il primo Paese che, collegando gli indicatori di benessere equo e sostenibile alla programmazione economica e di bilancio, attribuisce a essi un ruolo nell’attuazione e nel monitoraggio delle politiche pubbliche”. Al momento gli unici indicatori BES inseriti sono quattro: due provenienti dal dominio del Benessere Economico (reddito medio annuo disponibile; indice di diseguaglianza del reddito disponibile), uno da quello del Lavoro e Conciliazione dei Tempi di Vita (tasso di mancata partecipazione al lavoro diviso per genere) e uno da quello Ambientale (emissione di CO2 e altri gas clima alteranti).

Dalla scelta dei quattro indicatori appena richiamati emerge con forza l’inscindibile relazione fra gli aspetti economici, sociali ed ambientali, le cui dinamiche sono reciprocamente dipendenti se si vuole concretizzare un processo che porti allo sviluppo umano integrale.

La ricerca, la promozione e l’impegno delle istituzioni non basta. La coltivazione di una consapevolezza solida e strutturata, diffusa fra tutti i cittadini, è necessaria e imprescindibile per un reale cambiamento. Lo sviluppo sostenibile non è una questione che può dipendere unicamente dalle capacità e dalle scelte di un’elite. Lo sviluppo sostenibile si realizzerà nel momento in cui le scelte quotidiane di tutti saranno orientate consapevolmente in questa direzione: o sarà partecipato dal basso, o non sarà, rimanendo una complessa, articolata ed elegante teoria che illustra la strada di un benessere multidimensionale diffuso e duraturo espresso solo in potenzialità.

Diventa quindi centrale affiancare alla ricerca, alla promozione e all’impegno istituzionale un quarto elemento: l’educazione. Non è un caso che Papa Francesco dedichi l’intero ultimo capitolo della Laudato Sì a quella che egli stesso definisce la “sfida educativa” (§ 209), sottolineando l’importanza di puntare su un altro stile di vita (§§ 203-208), educando all’alleanza fra umanità e ambiente (§§ 209-215), generando una conversione ecologica integrale (§§ 216-221), capace di rinnovare la passione per le virtù e l’impegno civile e politico (§§ 228-232).

Nuove abitudini e conseguentemente un nuovo sviluppo sono possibili solo a partire dalla conoscenza cui segue la presa di coscienza (§ 209). Per tale ragione è opportuno “reimpostare gli itinerari pedagogici di un’etica ecologica, in modo che aiutino effettivamente a crescere nella solidarietà, nella responsabilità e nella cura basata sulla compassione” (§ 210). L’educazione è chiamata a far emergere la cittadinanza ecologica, perché “l’esistenza di leggi e norme non è sufficiente a lungo termine [..] Affinché la norma giuridica produca effetti rilevanti e duraturi è necessario che la maggior parte dei membri della società l’abbia accettata a partire da motivazioni adeguate, e reagisca secondo una trasformazione personale” (§ 211). La promozione senza educazione non rimane nel tempo. La regolamentazione senza educazione non basta a preparare il terreno per lo sviluppo sostenibile.

In questa prospettiva l’azione della società civile può supportare ed integrare in misura importante le scelte istituzionali, promuovendo corsi di formazione al benessere multidimensionale e allo sviluppo sostenibile in tutte le rispettive aree e luoghi di competenza. L’educazione a queste tematiche è la leva per attivare la cittadinanza responsabile necessaria per progettare e realizzare scelte economiche, ma non solo, che siano mosse dal paradigma proposto nel BES (e negli SDGs a livello internazionale), integrando ed armonizzando nell’analisi costi-benefici tanto gli aspetti ambientali quanto quelli sociali.

L’urgenza della sfida educativa è stata colta, per esempio, dalla Camera di Commercio di Taranto, che fra marzo e giugno 2017 ha promosso un corso di alta formazione in materia di “Progettazione e Gestione di Città e Territori Intelligenti”, con l’obiettivo “di formare il Responsabile della Sostenibilità, una figura professionale che andrà a operare negli enti locali (comune, provincia, regione) occupandosi, in linea con l’Obiettivo di Sviluppo Sostenibile n. 11 di Agenda 2030, di rendere le città inclusive, sicure, resilienti e sostenibili”. Il corso è stato rivolto a tre differenti profili: personale dipendente a tempo indeterminato di pubbliche amministrazioni; giovani laureati; amministratori e policy maker attualmente in carica.

Un’altra iniziativa di rilievo è quella promossa congiuntamente dalla SEC e da NeXT, che propone per le scuole secondarie superiori, con riferimento all’area tematica 4 del Programma Operativo Nazionale (PON) 3.2 – competenze di cittadinanza globale - e/o 3.7 –educazione all’imprenditorialità -, un progetto dal titolo “Percorsi pluridisciplinari di approfondimento del paradigma dell’Economia civile”.

L’auspicio è che questi esempi virtuosi siano seguiti da altre istituzioni, dalle realtà della società civile e da tutti quegli enti che hanno la responsabilità di pensare e realizzare una formazione (anche permanente) che sia funzionale ad uno sviluppo sostenibile dal punto di vista ambientale e sociale.
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L'era dello sviluppo sostenibile http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2276 Tue, 27 Jun 2017 16:03:49 +0200 La Terra non ci chiede di rinunciare a nulla, anzi ci indirizza solo a privarci delle derive letteralmente “tossiche”, insalubri e ingiuste del nostro modello. Ci dice che condizione della sostenibilità è la salute individuale e collettiva, non la penuria, e che la conseguenza è un gran bel regalo: un po’ più di giustizia e pace
Un’era diversa è cominciata, per la sfida dello sviluppo, nel 2016. Una nuova “Agenda”, approvata dalle Nazioni Unite e incentrata su 17 obbiettivi, traccia la rotta delle strategie mondiali di sviluppo fino al 2030, innestandosi sul piano di sviluppo globale 2001-2015, noto come “Obbiettivi del Millennio”. Questi ultimi, 8 ambizioni basilari e facili da comprendere, cedono il passo all’Agenda 2030: un’architettura molto più articolata in cui i più numerosi obbiettivi sono ulteriormente specificati in 169 traguardi puntuali, a loro volta da assoggettare a un monitoraggio rigoroso tramite indicatori quantitativi. Tuttavia, l’articolazione più complessa è solo l’aspetto esteriore di un radicale cambio di prospettiva portato dalla nuova Agenda. La sua vera novità non è che i nuovi obbiettivi sono più numerosi e meglio specificati, bensì che essa riflette una nuova consapevolezza sul mondo in cui viviamo: l’equilibrio con l’ambiente.

Introdurre l’ambiente nello sviluppo è una cosa diversa dall’aggiungere un nuovo ventaglio di obbiettivi supplementari; significa piuttosto che gli obbiettivi di sviluppo umano di sempre devono essere ridefiniti entro un sistema reattivo che ci circonda. Si tratta di un cambio di prospettiva profondo, con cui iniziamo a guardare al futuro dell’umanità non come un assoluto, bensì nel contesto di interdipendenze ed equilibri che reggono il funzionamento di un sistema più ampio di cui siamo parte: un sistema condiviso che dobbiamo pertanto gestire tutti assieme e che, come la casa di ogni famiglia, deve essere mantenuto in equilibrio in tutti i suoi elementi, sia umani che fisici, e nel modo in cui questi elementi interagiscono.

Tendiamo a dare per scontato l’equilibrio con il pianeta. Dimentichiamo così che senza equilibrio non ci può essere crescita e nemmeno organizzazione sociale: nella sfera umana, gli squilibri – compresa la gigantesca iniquità nella distribuzione delle ricchezze - portano instabilità, ingiustizia e conflitti; sul piano dell’ecosistema, l’equilibrio ci dà la prevedibilità di tutti quei servizi della natura – stagioni regolari o la ragionevole aspettativa che un certo campo produrrà del grano – senza cui è impossibile organizzare le società e le economie. Questi due equilibri sono in realtà tutt’uno, e l’uno si degrada al degradarsi dell’altro.

I numeri non mentono, e la scienza è preoccupata: a causa dell’impatto umano, l’ecosistema potrebbe giungere a un punto di svolta e rapidamente collassare. Le specie si estinguono a un ritmo preoccupante – oltre cento volte più rapido rispetto ai periodi normali. I cambiamenti climatici stanno accelerando; si degradano e muoiono 12 milioni di ettari di terre ogni anno; negli ultimi cento anni è stato perso l’80% della biomassa ittica, e la tendenza è in accelerazione, poiché il 60% è venuto meno negli ultimi quarant’anni.

Questi sono solo alcuni dei fronti su cui si manifesta il degrado dell’ambiente, e non sono fronti separati. La preoccupazione maggiore è che queste dinamiche si alimentano a vicenda – la perdita di biodiversità, ad esempio, aggrava i cambiamenti climatici e questi, a loro volta, favoriscono la perdita di biodiversità. Anche all’interno di ciascuno di questi fenomeni, presi uno per uno, rischiamo di oltrepassare una soglia cruciale, oltre la quale il degrado si autoalimenta a ritmi sempre più accelerati. Lo dicono numeri, tra l’altro, per il riscaldamento globale, proiettato entro questo secolo a incrementi superiori ai 4 gradi: uno scenario che sconvolgerebbe l’ecosistema e destabilizzerebbe le società.

Appunto, la società: il collasso dell’ambiente è anche un problema per l’umanità. Ci sentiamo a volte separati dalla natura, ma tutte le nostre società si sono organizzate contando sulla prevedibilità dei suoi cicli e dei servizi che essa ci offre. Se questi vengono meno, dovremo adattarci – cioè riorganizzare le società e la produzione, e in diversi casi migrare verso terre sicure – cosa che sta già succedendo: parte del dramma dei migranti cui assistiamo è dovuto ai cambiamenti climatici. Ma è difficile che questo adattamento si raggiunga senza sostenere lo sviluppo dei più deboli: sono già 78 i conflitti che hanno fra le cause i cambiamenti climatici; e questi tendono a concentrarsi nelle regioni più povere e nelle aree di provenienza dei recenti e drammatici movimenti migratori. I loro popoli dipendono più direttamente dalla salute della natura e dalla vitalità dei suoi servizi, sulla cui abbondanza e prevedibilità si sono strutturate tutte le società e le economie: la fertilità della terra, e quindi anche la produttività agricola, anzitutto; ma pure servizi di purificazione svolti dalle zone umide, di varietà biologica, di stabilità dei climi locali, di equilibrio bio-sanitario, fino a servizi di identità culturale legati ai territori. Il riscaldamento avanza - ed erode i servizi ecosistemici - nei paesi in via di sviluppo più che altrove e, nelle regioni povere, un mancato raccolto o una foresta che avvizzisce, non sono solo una sfida economica ma un drammatico problema di diritti umani, laddove fanno la differenza fra tenere o meno una bambina sui banchi di scuola. Il degrado della natura mina così alla base la coesione e la stabilità delle comunità rurali meno solide e ciò si riverbera sulle aree urbane: crea insicurezza, conflittualità e spinte ai movimenti forzati di popolazioni.

Assistiamo cioè a un minaccioso ciclo cumulativo fra degrado dell’ambiente, ingiustizia, e peggioramento delle condizioni umane. Ma la buona notizia è che questo ciclo può essere invertito, che l’interdipendenza fra umanità e ambiente può essere messa in moto per risolvere il problema in tempi rapidi e che ciò non comporta sacrifici e rinunce. Al contrario, quello che la natura ci chiede per salvarsi è che tutti facciamo quello che veramente ci fa stare bene. Invertire questo ciclo è la prospettiva pratica d’integrazione fra umanità e pianeta proposta dall’Agenda 2030.

Questa nuova idea supera il timore che avevamo di un insanabile conflitto fra natura e sviluppo: visto che la produttività dell’ecosistema non è infinita – si pensava - ciò avrebbe imposto un freno al progresso. Scopriamo invece una risonanza positiva fra salute dell’ambiente e benessere umano. Ma c’è una condizione: questa risonanza positiva non funziona se scegliamo come benessere e qualità della vita solo la ricchezza materiale. Farne un idolo assoluto effettivamente ci porta a dire che i limiti della natura pongono dei limiti alla crescita economica. Se invece scegliamo come idea di benessere l’insieme dei bisogni umani – non solo cose, ma anche pace, città sicure, salute, tempo per la famiglia – scopriamo che proteggendo la natura lei diventa un propulsore del progresso e non un freno e che, viceversa, un progresso che tutela l’essere umano nella totalità dei suoi bisogni diventa un alleato della natura invece di un suo nemico.

L’idea di un ciclo costruttivo e risuonante fra vero benessere umano e del pianeta – ovvero l’ecologia integrale – comincia ad essere applicata dalla politica: nei grandi accordi internazionali, dalle Nazioni Unite, e via dicendo. Ma può entrare a far parte anche delle nostre vite; anzi, deve entrare nel nostro quotidiano perché senza ognuno di noi tutto è perduto. L’ecosistema non reagisce ai trattati, alle leggi, ai tassi di interesse; reagisce a concreti comportamenti di ognuno di noi e quindi, se anche raggiungessimo i migliori accordi e le più straordinarie leggi a tutela della natura, non servirebbe a nulla se noi non ci mettiamo in moto. Noi, gente comune, siamo la soluzione. E se decidiamo di impegnarci, abbiamo tutto da guadagnare.

Un paradigma di come opera questa intima interconnessione coerente – e di come possiamo farla entrare nelle nostre vite - ci è fornito dalla fondamentale questione del diritto di tutti al cibo. I cibi di cui si compongono le diete più salutari sono quelli che possiedono l’impronta ecologica più lieve: se si accosta la piramide che indica in che proporzione dovremmo nutrirci di ogni categoria di alimenti per stare bene, a quella del loro impatto sull’ecosistema, coincidono quasi perfettamente.

In altre parole, se noi ci nutriamo nel modo migliore per la nostra salute – diminuendo le proteine animali e nelle proporzioni raccomandate per ciascun gruppo di sostanze nutritive - creiamo sostenibilità e quindi equilibrio ambientale: due piccioni con una fava. O magari, i piccioni sono addirittura tre: se le società dell’agio smettono di accaparrarsi eccessi di proteine animali, creano salute per sé stesse ma anche giustizia umana su scala globale, ovvero equilibrio sociale, oltre che equilibrio ambientale. I piccioni diventano tre perché una scelta di benessere individuale protegge l’ambiente e corregge una situazione per cui il malessere obeso degli uni è pagato col malessere sottonutrito degli altri.

Una dieta realmente salutare creerebbe equilibrio ecologico ed equilibrio sociale. Oppure, una dieta pensata come rispettosa dell’ambiente, favorirebbe l’equità sociale e il benessere degli individui. O ancora, una distribuzione delle risorse alimentari equa tutelerebbe l’ambiente e favorirebbe la salute individuale: qualunque dei fattori si voglia scegliere come obbiettivo, finisce che benessere individuale, giustizia e rispetto dell’ambiente si perseguono tutti assieme e paiono aspetti di un'unica armonia, di un equilibrio coerente. E non è finita qui! Se noi creiamo giustizia – proteggendo noi stessi e la natura – arriviamo anche al traguardo che da sempre cerchiamo e che non abbiamo mai raggiunto, la pace. In un mondo in cui ogni bambino ha il cibo necessario per crescere, studiare, diventare cittadino produttivo e responsabile, c’è meno posto per l’ISIS, per Boko Haram, per le guerre, per lo sfruttamento e la schiavitù. Questa è l’ecologia integrale e ci riguarda tutti, in prima persona: ed è la prospettiva dell’Agenda 2030.

La questione del cibo è solo un esempio, un segmento, di un meccanismo molto più vasto e potente. Che dire del rapporto fra autotrasporto ossessivo, inquinamento e malattie della sedentarietà? dello strano fatto che le attività eco-compatibili tendono a generare più impiego di quelle che degradano l’ambiente? del riequilibrio e della carica di giustizia insiti nella riconosciuta necessità di trasferire tecnologie e risorse ai Paesi più poveri per metterli in grado di concorrere alla sfida globale del clima?

Non sono coincidenze casuali. Si tratta di un meccanismo di portata generale, un moltiplicatore – da indirizzare verso cicli cumulativi catastrofici o verso il vero benessere – che ci pone in fraternità con la natura. La Terra non ci chiede di rinunciare a nulla, anzi ci indirizza solo a privarci delle derive letteralmente “tossiche”, insalubri oppure ingiuste del nostro modello. Ci dice che condizione della sostenibilità è la salute individuale e collettiva, non la penuria, e che la conseguenza è un gran bel regalo: un po’ più di giustizia e pace.
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