benecomune.net http://www.benecomune.net/ it Populismo e clerico-grillismo http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2247 Fri, 21 Apr 2017 09:14:09 +0200 Forse è utile, in questo interessante momento di discernimento politico sulla proposta dei 5 Stelle, di rispolverare i principi cardine che fondano la dottrina sociale della Chiesa...
Ero ancora scosso dalla benevola e "angelicata" intervista di Beppe Grillo su Avvenire ("santo subito") che mi è capitata sotto gli occhi la collegata intervista sul Corriere (scambio di visioni) a Marco Tarquinio, Direttore di Avvenire che dichiarava (a titolo personale) che 3/4 del programma dei 5 Stelle coincide con le idee dei cattolici.

Poffarbacco! Era bastata una intervista di Di Maio che polemizzava col lavoro domenicale per rendere i 5 Stelle politicamente sdoganati per I cattolici.

Poi ho visto il coraggioso editoriale (Il Vangelo secondo Grillo) che in tempo reale è uscito su Famiglia Cristiana on line. Leggetelo. Si fa l'elenco dei temi su cui I 5 stelle (l'opposizione in Lombardia ai finanziamenti per la libertà di scelta educativa, I tagli della Appendino alle scuole paritarie per l'infanzia, la contrarietà all'8 per mille, la distanza abissale sui temi etici, dal matrimonio gay all'eutanasia) possono aspirare a una percentuale ben più piccola del 75 per cento di aderenza alla visione sociale della Chiesa.

Non mi chiederò, come fa brillantemente Melloni sulla prima pagina di Repubblica, cosa c’è dietro a questo endorsement, sul piano delle politiche della CEI e non mi darò la risposta che questa uscita risponde all'idea "politicante e avventurista" che contraddistinguerebbe alcune posizioni (non gradite da Papa Bergoglio) di una parte della Chiesa italiana.

Più laicamente mi chiederò cosa può avvicinare e cosa può allontanare oggi un cattolico dal votare (turandosi il naso o con entusiasmo) per il 5 Stelle.

Cosa può avvicinare? Lo schifo per la politica e per I politici. L'idea che bisogna finalmente dire basta alla corruzione. La convinzione che è finalmente arrivato il cavaliere bianco che darà davvero la sovranità al popolo prevista dalla Costituzione ma mai realizzata.

Cosa può separare? Tre fondamentali dogmi della fede cattolica: l'incarnazione, la Trinità, il peccato originale. Ma ce c'azzeccano I dogmi con la politica!

Per capire il mio ragionamento bisogna aver letto la Città di Dio di Agostino di Ippona. Ma cerco di spiegarmi nel modo più semplice possibile.

Il dogma dell'incarnazione è scandalo per chi pensa che Dio non può farsi uomo, non può soffrire, non può essere crocifisso. Sul piano laico e politico significa che noi non possiamo accogliere soluzioni gnostiche. Per noi la realtà (incarnata) è più importante dell'idea (catara, cioè pura). Crediamo ai partiti fatti da persone, di cui occorre sentire il sudore nelle sezioni e nei territori. E' difficile ridurre la politica a videogame.

Il dogma della Trinità giustifica e rende indispensabile il pluralismo. Non si può escludere, o cacciare con un clic chi non è d'accordo.

Infine il dogma del peccato originale fonda il realismo politico. Il realismo di S. Agostino, di S. Tommaso, di Sturzo, di De Gasperi, di Moro. Il dogma del peccato originale è un vaccino contro il moralismo politico, contro il giustizialismo, contro l'idea che c’è un partito di puri, di puliti, di incorrotti. La società perfetta è una utopia ideologica (già praticata nei secoli passati) lastricata di vittime e comunque c’è sempre qualcuno più puro che ti epura.

Il Movimento 5 Stelle si fonda sulla idea (encomiabile ma velleitaria) di realizzare finalmente la democrazia diretta. Il filosofo politico che ispira questa idea è un filosofo totalitario, Rousseau.

Noi cattolici abbiamo vissuto stagioni alterne, di grande capacità di efficacia politica, ma anche di corruzione e di clientele. Da qualche anno siamo alla finestra. E cerchiamo quando si vota di scegliere il meno-peggio.

Forse è il caso, in questo interessante momento di discernimento politico sulla proposta dei 5 Stelle, di rispolverare i principi cardine, solidi - in un tempo di politica liquida - che fondano la dottrina sociale della Chiesa. Poi si valuterà certamente legittimo votare i 5 Stelle (magari turandosi il naso) ma mai perché' finalmente abbiamo trovato il "partito perfetto" (o anche quello perfetto per 3/4).
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Le tre Brexit della storia http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2246 Thu, 13 Apr 2017 12:42:34 +0200
Qualcuno potrebbe pensare che questa sia la prima volta che la Gran Bretagna esce dall’Europa, ma non è così. In realtà le Brexit sono ben tre nella storia, ognuna con una origine diversa, diversi gli attori e soprattutto diverso il finale. Andiamo con ordine.

1809: Napoleone è padrone di tutta Europa, ad eccezione della Gran Bretagna e della Russia. Stringe un patto con lo Zar Alessandro I per attuare il blocco degli scambi commerciali con gli inglesi così che questi non possano più esportare le loro merci sul continente. Inizia così un intenso contrabbando di merci che la polizia napoleonica non riesce a smantellare. Le ragioni, oltre che contingenti per l’aggiramento dei dazi, sono di natura più profonda: l’Inghilterra è già una potenza industriale ed è capace di mettere sul mercato merci a costi più bassi di tutti gli altri e l’Europa è letteralmente affamata di merci di ogni tipo. Le manie di grandezza di Napoleone avevano fatto sì che l’Imperatore si illudesse di poter fermare un così possente indirizzo.

Nel 1811, lo Zar rompe il patto e fa cessare il blocco delle merci inglesi, l’anno successivo Napoleone invade la Russia per punirla: una mossa un “tantino” azzardata visto poi come è andata a finire, così la globalizzazione può continuare e le merci possono tranquillamente approdare in tutto il mondo.

Un secolo più tardi, siamo nel 1914, il Kaiser Guglielmo attacca la Francia ed ha la cattiva idea di passare per il “neutrale” Belgio e arrivare sulle coste della Manica; mal l’incolse. Della calpestata neutralità belga a nessuno importava, anche se fu ampiamente utilizzata come strumento di propaganda “legataria”. Quello che interessava di più gli Inglesi era che il canale della Manica non era più il “mare di casa”, mettendo così a repentaglio i loro commerci: fu la guerra. Prima potenza manifatturiera europea, la Gran Bretagna voleva ancora una volta ribadire la libertà di commercio con tutto il mondo soprattutto contro l’altra potenza emergente anch’essa manifatturiera: la Germania. L’espansionismo tedesco aveva riguardato anche le colonie, ma questo fatto era in secondo piano rispetto a due elementi centrali che premevano particolarmente agli inglesi: il primato manifatturiero e commerciale e il controllo dei mari come elemento decisivo a protezione delle proprie merci. Anche in questo caso la Gran Bretagna si schiera per la globalizzazione contro la limitazione della circolazione delle merci, e dei capitali, per il semplice motivo che erano sue.

Venti anni dopo la seconda guerra mondiale (1940) la possiamo considerare un prolungamento della prima, ma con due novità importanti: la prima sul piano economico e di riflesso la seconda sul campo di battaglia. Nel ventennio tra le due guerre l’economia inglese aveva languito fortemente, mentre quella americana era esplosa, di conseguenza sul piano militare la Gran Bretagna sarebbe stata sconfitta nettamente se non avesse avuto l’appoggio incondizionato di Roosvelt.
Prima di affrontare la terza Brexit, dobbiamo vedere che cosa sia successo Oltremanica in questi 70 anni.

Sotto la guida della signora Thatcher, la Gran Bretagna ha smantellato praticamente il suo apparato produttivo sostituendolo con quello finanziario. La City di Londra oggi produce quasi il 20% del Pil Inglese, una percentuale quasi uguale a quella della manifattura residuale. Soppiantati dagli Stati Uniti nella produzione di beni, hanno riposto tutte le loro forze nella gestione della finanza mondiale allacciando forti legami con i paradisi fiscali di tutto il mondo.

Produrre costa fatica, sia in termini di una costante innovazione, sia in termini sociali perché ha bisogno di continui cambiamenti; così gli inglesi hanno creduto di continuare a godere di una notevole ricchezza solo barattando carta con altra carta: la finanza appunto. Questo non è stato sufficiente perché chi produceva di più e meglio ha invaso il mercato di oltremanica con ogni tipo di merce. A parti invertite rispetto al mondo gli inglesi hanno deciso di imboccare la strada del protezionismo uscendo dall’Unione Europea e, di fatto, illudendosi che questo sia sufficiente a continuare a godere della ricchezza diffusa semplicemente spostando capitali da un punto all’altro del globo. Mentre l’Euro diventa moneta di riserva delle banche Centrali, la Sterlina si svaluta costantemente per garantire quel poco di competitività che hanno ancora le merci inglesi e sempre più di rado è moneta di riserva delle altre banche mondiali.

Poco meno del 50% dell’attività finanziaria della City è dovuta alla delega bancaria, avuta dalla UE, a trattare l’Euro, ma con la Brexit questo dovrà sicuramente cadere per ovvi motivi. Dall’altra parte dell’Atlantico, il tradizionale alleato americano sta impostando la sua politica attorno allo slogan “first America” che tradotto dal “trampismo” significa che prima vengono gli Usa e poi gli altri se ci entrano. Alla signora May toccherà il ruolo di ballerina di quarta fila e non certo una comprimaria come era stato per tutta la seconda parte del ‘900. Il peggio del peggio.

Nella storia dunque le Brexit sono state ben tre: le prime due con segno espansivo, la terza con segno recessivo che finirà per acuire i mali nascosti di chi è ancora nostalgico dei fasti imperiali e non fa i conti con la realtà. Tutto il male non viene per nuocere: a noi italiani ha fatto un gran bene perdere la guerra, con essa ci siamo tolti dalla testa le idee imperiali a cui, per soli 5 anni, avevamo pure creduto.
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Per un’Europa sociale http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2245 Mon, 03 Apr 2017 14:24:12 +0200 Andrea Michieli
articolo di Andrea Michieli, Componente del Centro studi dell’Azione Cattolica Italiana, pubblicato il 27-3-2017 sul sito della stessa associazione

La ricorrenza dell’inizio del processo di integrazione europea ha reso Roma capitale dell’Unione. La Dichiarazione sottoscritta sabato dai 27 Capi di Stato e di governo dell’Unione ha rievocato la storica firma del 25 marzo 1957. Una ricorrenza che è stata ed è l’occasione per pensare il futuro di questa «organizzazione sovranazionale unica nel suo genere» (come la definì la Corte di Giustizia in una celebre sentenza).

Lo scenario attuale è, più che mai, incerto: sembra, infatti, mancare una visione del cammino futuro dell’istituzione europee. Lo stile della costruzione “a piccoli passi”, inaugurata con la celebre dichiarazione Schumann, ha invertito la rotta procedendo verso una lenta erosione dell’edificio comunitario. La Brexit ha attestato il superamento dell’idea dell’irreversibilità del progetto europeo che dominava le generazioni precedenti. In questo contesto, i progetti politici tesi all’uscita dall’Europa sembrano essere gli unici ad avere un appeal sull’elettorato, in assenza di una narrazione alternativa e credibile.

Senza velocità, un’Europa che fa fatica a pensare se stessa
Il dibattito di questi mesi si è concentrato sulle possibili e diverse “velocità” che l’Unione potrà assumere. In altri termini, vista la difficoltà di poter includere tutti i Paesi membri in un’istituzione sempre più coesa, da più parti si ipotizza di creare legami più stretti tra alcuni Paesi su materie specifiche. In realtà, tale possibilità non solo già esiste, ma è stata sempre più usata fin dal Trattato di Maastricht durante il quale terminò il processo unitario di costruzione dell'Europa attraverso il cd. “metodo comunitario”. Da quel momento, fu il Consiglio (ove siedono i Governi) il luogo della decisione e si affermò il metodo intergovernativo. Il cambiamento fu reso necessario dall’allargamento progressivo delle competenze della CEE che non erano previste nei Trattati istitutivi (esteri, giustizia, interni, moneta).

Il metodo intergovernativo, impostosi dopo il 1992, prevede l’unanimità delle deliberazioni del Consiglio (consensus) e ciò ha comportato numerose frizioni e stalli decisionali tra i Capi di governo su materie che contrappongo gli interessi degli Stati nazionali. Le difficoltà, con la crisi del 2008, si sono acuite e hanno reso necessario adottare Trattati internazionali per regolare i rapporti tra gli Stati ed evitare i veti nel Consiglio: è il caso del noto e controverso Fiscal compact. Il dibattito sulle diverse velocità è certamente il segno di un’Europa che non ha velocità, che si è bloccata dinanzi alla difficoltà di trovare una strada politica comune.

La confusione che regna sul futuro dell’UE è resa palese dal recente Libro Bianco della Commissione. Pur valutando positivamente lo sforzo di ragionare sul futuro delle istituzioni comunitarie, la Commissione, organo di indirizzo della politica europea, non propone una strada da perseguire, ma cinque possibili scenari per le istituzioni: sancisce, in certo senso, l’abdicazione di una visione coraggiosa del proprio destino. Le cinque proposte spaziano dal mantenimento dello status quo alla prospettiva di uno Stato federale, passando per la riduzione delle competenze dell’UE. Ciò che lascia più perplessi è la dottrina funzionalista che dal Libro emerge. La Commissione afferma che i cinque scenari proposti nel documento «non fanno riferimento ai processi giuridici o istituzionali» poiché «la forma seguirà la funzione». In democrazia è vero il contrario: che forma e funzione debbono necessariamente andare insieme e la forma – cioè il modo di essere delle istituzioni e ciò che rappresentano – dà significato alla funzione.

In questo dibattito si inserisce la Dichiarazione di Roma, sottoscritta sabato 25 marzo da tutti i rappresentanti degli Stati membri. Sembra che essa imbocchi la strada di una cooperazione rafforzata tra alcuni Paesi, pur mantenendo il mercato unico a 27. In particolare, tale rafforzamento di legami potrebbe venire nel campo della sicurezza e della difesa comune. Ripartire dal “nocciolo duro”, dai Paesi fondatori (Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo e Paesi Bassi) potrebbe rivelarsi come la prospettiva dai frutti più immediati, anche se controversi perché il nodo rimane – soprattutto pensando a materie come la difesa – il progetto politico alla base del rafforzamento multipolare.
Il pilastro sociale per un’Unione politica

Al di là del dibattito sulle diverse velocità, rimane dunque centrale !il problema dei problemi”: la dimensione politica dell’Unione. La CEE nacque - dopo le resistenze dei francesi a condividere una difesa comune - con il precipuo compito di integrare i Paesi in campo economico: l’economia era il grimaldello per una futura integrazione politica. Per alcuni decenni questa prospettiva ha tenuto: si pensava che il mercato potesse essere il motore per l'Unione.

Ad oggi, però, vi è chi teorizza e ha perseguito un disegno di Europa che si fonda solamente su regole economiche comuni: “governing by rules, ruling by numbers” (governare con le regole, regolare con i numeri). La sovranità delle regole fiscali senza una comune politica economica ha generato una schizofrenia istituzionale che i cittadini europei sentono imposta e senza legittimazione. Un sistema di regole che aumenta il divario tra gli Stati e alimenta la disaffezione verso un’istituzione che molto vincola e poco rappresenta.

Come uscire da questo impasse? Una proposta sul tavolo europeo è stata avanzata da Jean Claude Juncker: la creazione di un “Pilastro europeo dei diritti sociali”. Certamente questo non risolverebbe il problema dell’assenza di una politica economica comune, ma aiuterebbe a superare le differenze createsi tra i cittadini europei dopo la crisi (i cd. shock asimmetrici). Si tratterebbe di mettere in campo politiche sociali di dimensione europea che sviluppino una solidarietà più avanzata in campo sociale. La proposta del nuovo Pilastro, dopo essere stata sottoposta ad una consultazione pubblica lo scorso anno, sarà oggetto, in primavera, di un Libro bianco della Commissione.
L’istituzione del Pilastro dei diritti sociali avrebbe, inoltre, un significato simbolico perché farebbe finalmente tramutare l’Unione Europea da semplice “mercato” economico a “comunità” politica responsabile dei diritti di tutti i suoi cittadini.

Cosa possiamo sperare dopo le celebrazioni
Le ricorrenze di questi giorni hanno stimolato il dibattito sul futuro dell’Unione. Sessant’anni fa, il mondo era diviso in due blocchi contrapposti e l’Europa nasceva come terreno di confine tra quei due mondi contrapposti, oltre che dalla necessità di porre le basi per una pace duratura. Oggi il mondo è divenuto multipolare e non ci sono spinte esterne che aiutino un balzo in avanti dell’integrazione, come nel 1957. Proprio per questo l’Europa deve trovare da sola la propria strada di integrazione, ripartendo dalla complementarietà tra forma e funzione, tra mercato e politica, tra libertà e diritti. Deve creare istituzioni comuni e separate, in grado di condividere il potere e di rappresentare le differenze. Come affermò Joseph Bech al momento della firma dei Trattati di Roma: «La Comunità economica europea vivrà e avrà successo soltanto se, durante la sua esistenza, resterà fedele allo spirito di solidarietà europea che l’ha creata e se la volontà comune dell’Europa in gestazione è più potente delle volontà nazionali». L’Europa deve e può tornare a queste radici.
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Zucman, Ancora sui paradisi fiscali…! http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2244 Thu, 30 Mar 2017 10:49:11 +0200 Questo libro contiene una proposta molto interessante, che sta guadagnando consensi, perché coniuga una seria analisi con una proposta sufficientemente semplice da poter essere perseguibile se si avesse la volontà politica di risanare le finanze pubbliche depauperate dalle ricchezze nascoste nei paradisi fiscali...
Anche se l’originale è di qualche anno fa, l’indagine di Zucman, economista francese che lavora all’Università di Berkeley in California, è una proposta molto interessante che sta guadagnando consensi mentre viene conosciuta nel mondo (il libro è uscito in 17 paesi) perché coniuga una seria analisi con una proposta sufficientemente semplice da poter essere perseguibile con un po’ di buona volontà, ma soprattutto di volontà politica di risanare le finanze pubbliche depauperate dalle ricchezze nascoste nei paradisi fiscali.

Thomas Piketty, autore de “il Capitale del XXI”, secolo ha parole di grande elogio – nella prefazione – per questo lavoro, sottolineando come la proposta di creare un catasto dei titoli finanziari, di fatto, segue la scia dei catasti creati per le proprietà immobiliari e terriere nel Settecento e Ottocento, utili a gestire la tassazione dei patrimoni, allora soprattutto immobiliari, che ha permesso agli Stati di tassare i patrimoni in maniera utile e trasparente, cosa che allo stato attuale non si può fare con la stessa efficacia rispetto ai patrimoni costituiti soprattutto da beni finanziari.

Anche se l’autore è consapevole dei limiti dei propri calcoli dei patrimoni nascosti nei paradisi fiscali, tuttavia ritiene fondamentale utilizzare i dati raccolti per avere quanto meno una stima sufficientemente sicura dell’ammontare della ricchezza sottratta al fisco degli stati.

Le proposte sono tre: creare «un catasto mondiale dei patrimoni finanziari che registri i proprietari di tutte le azioni e obbligazioni in circolazione» (p. 16); prevedere «sanzioni proporzionate al costo che i paradisi fiscali impongono ad altri paesi» (p. 17); «ripensare l’imposizione sulle società» (p. 17) multinazionali basandosi sugli utili consolidati in tutto il mondo e non sui profitti Paese per Paese.

Zucman scrive in maniera chiara e piacevole e questo aiuta a seguirlo nei sui calcoli e ragionamenti, a volte anche con gustosi anedotti che illustrano in maniera esauriente i fatti che vuole descrivere. L’autore è convinto che quanto accade è per volere di persone precise che guidano alcune istituzioni e presidiano alcuni processi e che perseguono obiettivi precisi, che non coincidono con il bene comune, ma con quello personale di coloro che vogliono occultare la propria ricchezza, siano essi semplici ricchi e industrie multinazionali che vogliono eludere o evadere le giuste tasse decise democraticamente, oppure esponenti della malavita internazionale che approfittano dell’opacità dei mercati per fare i loro affari in maniera indisturbata.

Il primo capitolo è la storia di un secolo di paradisi fiscali, dove e come sono nati, molto interessante, per capire il fenomeno. Tutto è nato in Svizzera dopo la prima guerra mondiale e, anche se oggi c’è stata una globalizzazione anche in questo settore, la Svizzera ancora è il maggior paradiso fiscale al mondo. Essa raccoglie 2.100 miliardi euro, di cui la maggior parte dall’Europa (1.200) che investe soprattutto in fondi di investimento lussemburghesi (700), azioni globali (500) e obbligazioni globali (500).

Il secondo capitolo quantifica quanto patrimonio mondiale sia nascosto nei paradisi fiscali. La stima per difetto è che sul patrimonio mondiale delle famiglie nel 2014, valutato in 87.000 miliardi di euro, l’8% (pari a 6.900 miliardi) sia detenuto offshore. La stima non tiene conto di alcuni tipi di ricchezza (contanti, assicurazioni, beni tipo: gioielli, barche, opere d’arte, oro, ecc.).

Questo occultamento di ricchezza provoca un mancato introito mondiale di tasse per 170 miliardi di euro all’anno, di cui 70 per l’Europa, 30 per gli USA e il rimanente per il resto del mondo.
Recuperare queste tasse evase aiuterebbe a ridurre la pressione fiscale in molti paesi che hanno aumentato il loro debito pubblico dopo la crisi del 2008-9 e aiuterebbe a ridurre le disuguaglianze redistribuendo gli ingenti profitti evasi.

Il terzo capitolo è molto interessante perché analizza gli errori fatti fino ad ora sia dagli Stati che dai regolatori internazionali nella lotta ai paradisi fiscali, errori che indicano come la proposta fatta da Zucman sia credibile e praticabile. Da leggere con molta attenzione perché sfata il mito che non ci siano praticamente più paradisi fiscali nel mondo, cioè la black list internazionale è pressoché vuota, ma di fatto la white list non garantisce affatto che le pratiche evasive non continuino, anzi, queste sono incrementate dopo la crisi del 2008-9.

Il capitolo 4 presenta in maniera analitica le prime due proposte e il capitolo 5 la terza.

Ed ecco la conclusione del libro, un invito alla mobilitazione dei cittadini affinché costringano i governanti a scelte coraggiose e praticabili.

«La mia ricerca porta alla luce le modalità concrete con cui gli ultraricchi e le multinazionali mettono in pratica l’evasione fiscale. Ne calcola il costo per gli Stati – cioè per tutti noi – e soprattutto propone strumenti per mettervi fine.

L’Europa è nel bel mezzo di una crisi interminabile. Molti credono di vedervi il segno di un declino irreversibile, ma si sbagliano. Il continente europeo è la regione più ricca del mondo, e lo resterà ancora a lungo. I patrimoni provati sono di molto superiori al suo debito pubblico. E, contrariamente a quanto di crede, i patrimoni possono essere tassati. Gli utili sono trasferiti nelle Bermuda, ma non le fabbriche. Il denaro viene nascosto in Svizzera, ma non vi è investito. Il capitale non si muove, può solo essere nascosto. L’Europa si sta derubando da sola.

Questa spirale può essere invertita
. Grazie a un catasto finanziario mondiale, a un sistema di scambio automatico delle informazioni e a un nuovo modo di tassare le multinazionali, la dissimulazione fiscale può essere fermata. E’ un’utopia? Fino a cinque anni fa la maggior parte degli esperti credeva che lo scambio automatico delle informazioni fosse irrealizzabile, prima di aderirvi a sua volta. Non ci sono ostacoli tecnici per le misure che propongo e nemmeno la resistenza dei paradisi fiscali è insormontabile: può essere spezzata con la minaccia di sanzioni commerciali proporzionate.

Anche se le soluzioni esistono, fino ad oggi i governi non hanno brillato per audacia o determinazione. E’ quindi giunto il momento di metterli di fronte alle loro responsabilità. Spetta ai cittadini mobilitarsi, in Europa e forse, soprattutto, nei paradisi fiscali. Non credo che la maggioranza degli abitanti del Lussemburgo – di cui meno del 50% ha votato alle ultime elezioni – approvi che il Granducato sia alla mercé della finanza offshore. E nemmeno la maggior parte degli svizzeri accetti l’aiuto attivo che i propri banchieri forniscono ai miliardari che vogliono evitare i loro obblighi fiscali. Non sono solo gli Stati a dover combattere una battaglia contro la frode fiscale, sono soprattutto i cittadini a dover lottare contro la falsa ineluttabilità dell’evasione fiscale e dell’impotenza delle nazioni» (pp. 130-131).

Due chiose finali: è giusto nascondere la propria ricchezza? Dopotutto la chiesa insegna, ma anche il buon senso lo dice, che i beni che ognuno possiede hanno una destinazione universale e che la proprietà privata ha dei limiti che si concretizza nella tassazione progressiva. Perché chi governa non prende il toro per le corna e produce una legislazione adeguata a una maggiore trasparenza finanziaria? Ai posteri...

Gabriel Zucman, La ricchezza nascosta delle nazioni. Indagine sui paradisi fiscali, Add Editore, Torino 2017.

Per comprendere grafici, tabelle e dati presenti nel libro si rimanda a questo link: http://wid.world/
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Intervista a Luca Jahier: "Cambiare la narrazione sull'Europa" http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2243 Fri, 24 Mar 2017 09:40:05 +0100 Proponiamo un'intervista a Luca Jahier, Presidente del Terzo Gruppo "Interessi diversi" del Comitato economico e sociale europeo (CESE)
Il 25 marzo i leader europei si ritroveranno a Roma per ricordare i sessant’anni dalla firma dei Trattati di Roma del 1957. A suo avviso questo evento può essere un tappa per porre le fondamenta di un rilancio del progetto dell’Unione, divenuto tanto più urgente dopo eventi come la Brexit, la crescita dei partiti euroscettici e l’elezione di Trump.

Me lo auguro. In molti stiamo lavorando perché sia così. Oggi siamo sollevati dalla buona notizia delle elezioni olandesi. Il partito di centrodestra del premier Mark Rutte (Vvd, liberal democratico) ha vinto le elezioni politiche in Olanda conquistando 33 seggi ed è riuscito a mantenere una maggioranza relativa mentre il partito xenofobo è in una situazione di emarginazione: si è fermato a 20 seggi su 50 ossia meno dei partiti “xenofobi” di casa nostra. Juncker ha commentato dicendo: "un voto per l'Europa contro gli estremisti".

Mi sembra che lo spirito dei capi di governo che si sono riuniti in questi giorni sia quello giusto. Il parlamento europeo sta facendo un lavoro preparatorio eccellente. Indubbiamente vi sono molti nodi da sciogliere, su cui attualmente non si trova un accordo, ma è necessario un rilancio forte del progetto europeo in uno scenario sicuramente dominato da forti elementi di incertezza. Purtroppo in questi due anni la legislazione europea è stata sotto scacco di una prudenza che ha paralizzato l’azione. La prima parte della legislazione ormai è andata e restano solo due anni prima delle elezioni europee della primavera del 2019. L’UE ha legiferato molto poco per non disturbare il grande manovratore britannico con i risultati che abbiamo visto. In sostanza l’Europa si è messa in una situazione di stand by per due anni e mezzo evitando di intervenire in ambito legislativo per non ledere la sovranità nazionale dei singoli stati. Sembra che tutto sia rinviato a settembre, dopo le elezioni tedesche. Così però si rischia la paralisi, non si va avanti.

Il 2 marzo Juncker ha presentato al Parlamento europeo il Libro Bianco sul futuro dell’Europa per aprire una riflessione su come l'Ue a 27. Un documento, che secondo il Presidente della Commissione europea, deve costituire una base per la discussione al vertice di Roma del 25 marzo. La prima impressione è che, rispetto ai cinque scenari indicati, si chieda agli Stati Membri di sceglierne uno, senza indicare preferenze o priorità. In sostanza non si mette mano ad una riforma strutturale. Ci si attendeva qualcosa di più. Speriamo in un colpo d’ala a Roma ma ad oggi rimangono diversi dubbi sui tempi e si rischia seriamente di arrivare all’autunno nella situazione attuale.

Oggi all’Europa serve qualcosa di più. Serve una nuova tappa (dopo l’unione monetaria ed economica) caratterizzata da un’unione sociale che, valorizzando il principio di sussidiarietà, renda esplicita la dimensione della protezione. E’ necessario che su alcune politiche ci sia un cambio di passo. A partire dal tema della sicurezza e della difesa. L’Europa si deve far carico della propria difesa considerandola come un’occasione d’integrazione e anche di risparmio. Basti prendere, ad esempio, le politiche di gestione dei rifugiati per accorgersi che in Europa non ci si muova in una direzione comune ma si tenda a scaricare la gestione di questo tema sui paesi periferici. Inoltre sarebbe necessario un rafforzamento delle politiche economiche ed industriali che punti sull’economia circolare e sull’energia. Se l’Europa non sarà in grado di creare meccanismi di protezione dei sui cittadini si rischia di dare spazio a scelte e prassi estremiste.


Il CESE, istituito nel 1957 dai Trattati di Roma, elabora pareri su tutta una serie di questioni di portata europea, destinati al Parlamento europeo, alla Commissione e al Consiglio dei ministri. La commissione che Lei presiede, e il CESE nel suo complesso, su quali temi sta lavorando nell’ottica di rilanciare il progetto europeo?

Come CESE esprimiamo pareri su tutti i temi di interesse del Parlamento europeo. Cerchiamo di individuare gli spazi non sfruttati nei Trattati utilizzando lo strumento della cooperazione rafforzata. Come noto il CESE è composto da 350 membri proventi dai 28 Stati membri dell'UE che rappresentano molte categorie espressione interessi economici, sociali e culturali nei rispettivi paesi. La dimensione sociale è presente in 1/3 dei Trattati. Oggi è giunto il momento di sviluppare un pilastro europeo dei diritti sociali, che tenga conto della diversità delle società europee. Abbiamo dato parere favorevole sul pacchetto clima ed energia che ha raccolto le indicazioni della Cop 21 e che fissa l'obiettivo vincolante a livello dell'UE di portare la quota di consumo energetico soddisfatto da fonti rinnovabili almeno al 27% entro il 2030. Abbiamo giudicato positivamente il rilancio del pacchetto sull’economia circolare che come noto pone un nuova attenzione al ciclo di vita del prodotto: dalla produzione e il consumo fino alla gestione dei rifiuti. Un modello di economia che sperimenta nuovi modelli di produzione e di consumo. L’Europa è consapevole che non può costruire il nostro futuro su un modello "usa-e-getta".


Oggi l’Unione europea viene spesso considerata un intralcio e una delle cause delle difficoltà che imbrigliano l’azione dei Governi nazionali, rendendola poco efficace. Come mai? Si possono riconquistare i popoli ad un progetto europeo volto al futuro e ad una missione di pace e di sviluppo sociale nel mondo?

Dobbiamo cominciare ad intensificare il ritmo di messa in opera, in alcuni settori chiave, di decisioni e azioni che rispondano alla domanda di sicurezza espressa dai cittadini europei. Ad esempio in ambito economico va realizzato un più forte sostegno alle piccole e medie imprese che spesso hanno difficoltà ad accedere al credito. Servono delle politiche di merito in ambito sociale ed economico che rendano più efficienti ed efficaci i sistemi di controllo e che favoriscano la partecipazione democratica. In Italia ad esempio la riforma delle Costituzione, proposta da governo Renzi, andava in questa direzione cercando di superare il contenzioso Stato-Regioni. Questo discorso non riguarda solo l’Italia ma anche molti altri Paesi europei. Ad esempio sull’immigrazione esiste una legge europea che però non vien applicata. I Paesi hanno deciso di non applicarla.

E’ innegabile che alcune modifiche vadano realizzate. Sicuramente il fiscal compact va corretto e oggi dopo 5 anni si può fare con cognizione di causa. E’ necessaria una partecipazione strutturale e ordinaria dei parlamenti nazionali alle costruzione ex-ante delle decisioni del Parlamento Europeo. Dall’altro lato è del tutto evidente come i governi delle singole nazioni devono correggere il tiro superando un sorta di schizofrenia per cui quando si torna a casa, nelle sedi parlamenti nazionali, si spara a zero sull’Europa. La Gran Bretagna per trent’anni ha sparato a zero sull’UE e poi ha deciso di fare il referendum. Stesso discoro si può fare rispetto alle scelte di premier ungherese Viktor Orban e alle dichiarazioni inaccettabili del presidente turco che scaricano ogni responsabilità sull’Europa in tema di sicurezza.


Perché il progetto di costruire un'unione politica dell’Europa sta segnando una sorta di fallimento? Cosa sta minando il progetto dell’unione monetaria ed economica dell’Europa?

Io non parlerei di fallimento. No è un termine appropriato. Quello che è certo è che bisogna cambiare la narrazione sull’Europa. I passi avanti sono stati enormi. L’UE ha messo in campo strumenti finanziari senza precedenti. Ha messo sul tavolo per salvare dal disastro finanziario e dal debito pubblico paesi come la Grecia, 2 mila miliardi di euro. Una cifra superiore di 3 volte al bilancio dello Stato greco. Sicuramente è necessaria una riflessione sull’architettura istituzionale dell’Europa e sulla velocità del processo di integrazione. Ci sono dei rischi di rottura e senza dubbio bisogna farsi carico degli sprechi. Vi sono sicuramente elementi di presenza. Come afferma lo studioso Mario Telò il regionalismo politico sta aumento in tutto il mondo e forme di integrazione regionale sono aumentate di dieci volte rafforzandosi soprattutto sul versante del Sud-Est asiatico e dell’Africa. In ambito europeo il CEFTA si muove in questa direzione e poi è quella delle cooperazione rafforzata. Oggi l’integrazione europea rappresenta il punto più avanzato di questo processo.


Come è possibile rinnovare e rilanciare il patto fondativo che è alla base dell’UE? Che ruolo può avere il recupero delle radici cristiane?

Credo ci sia la necessità di lavorare su tre direttrici. In primo luogo è necessario un recupero serio e non ideologico delle ragioni fondamentali dell’Unione Europea (artt. 1,2, 3 del Trattato). Credo sia necessario rileggere insieme la qualità del sogno europeo. Penso alla dichiarazione di Schuman o al Trattato di Lisbona. La prima direttrice è quella della ricerca della sostenibilità, della promozione dei diritti, della pace, del progresso sociale e civile.

La seconda direttrice è quella che porta a fare un ragionamento politico nei parlamenti nazionali sulla questione della sicurezza e del peso economico dell’Europa. Siamo di fronte ad un situazione di oggettiva fragilità sul fronte Est – si pensi al rapporto Russia-Ucraina - e sul fronte Sud. Putin e Trump si muovono sicuramente in una logica aggressiva e di competitività che va in qualche modo arginata. Dobbiamo capire se abbiamo argomenti e ragioni per stare insieme tenendo conto che le nostre economie producono meno del 25% del PIL mondiale. Bisogna rispondere alla gente rispetto al tema della sicurezza. Credo sia necessaria una nuova narrazione sull’Europa, più positiva improntata alla fiducia.

La terza direttrice è quella culturale. La cultura è un bacino di energia di fronte alle grandi tragedie che stiamo vivendo. Il vero e il bello possono essere un grande veicolo di rilancio dell’Europa. Per questo ho lavorato insieme a Silvia Costa e a Federica Mogherini perché la Commissione europea presentasse al Parlamento europeo e al Consiglio per la designazione del 2018 quale anno europeo del patrimonio culturale. L'obiettivo è mettere in evidenza il ruolo del patrimonio culturale dell'Europa nel promuovere la consapevolezza di una storia e di un'identità condivise. Bisogna ripartire dalla cultura perché questa è una leva che può aiutare l’Europa ad acquisire una nuova consapevolezza del patrimonio di cui è depositaria, che può alimentare una speranza nuova di fronte alla situazione di paura e incertezza che stiamo vivendo.
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In rete http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2242 Thu, 23 Mar 2017 16:01:01 +0100
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Europa, la nostra ultima reale utopia http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2241 Thu, 23 Mar 2017 12:58:39 +0100 Oggi bisogna rafforzare la nostra consapevolezza di essere europei per cui i confini non sono situati là dove il mondo finisce, ma proprio dove il mondo si chiarisce. Infatti lo spazio culturale dell'Europa è sempre stato più ampio dello spazio economico e politico...
Oggi serve rafforzare la nostra consapevolezza di essere europei per cui "i confini non sono situati là dove il mondo finisce, ma esattamente dove il mondo si chiarisce" (Christian Salmon).

Sarebbe bello pensare a quel 25 marzo 1957 come all'inizio di una storia irreversibile ed inattaccabile ma, dopo 60 anni, il dibattito istituzionale e pubblico è lanciato sulla confutazione dell'idea di Europa come luogo di governo e di comunità. Dalla scelta (termine non casuale) di coltivare spazi politici comuni aldilà dei confini nazionali, siamo passati ad un messaggio di costrizione che le regole continentali danno sulle policy dei singoli stati.

Se diamo uno sguardo alla storia del nostro continente, i decenni di pace sono stati pochissimi e solo l'Unione Europea è stata una garanzia per la convievenza pacifica. Oggi la "retorica populista" sta introducendo una dinamica nuova di separazione quando un leader rivendica una sorta di monopolio morale nella rappresentazione della realtà per la quale chiunque vi si opponga diventa nemico della gente. È il rigetto del pluralismo, dove le mediazioni sono tradotte come un impaccio.

La dinamica di rancore si sviluppa intorno ad alcuni concetti chiave sui quali scaricare le tensioni e far ripartire la giostra del conflitto. Sembra una dinamica astrusa, fuori dal tempo ma è assolutamente reale ad attuale. Regole, burocrazia, integrazione. Questi sono i feticci utilizzati da chi ha iniziato ad attaccare con violenza verbale il processo di integrazione europea, senza nessuna cura di analizzare in profondità le sfide che i processi economici globali ci pongono e per le quali è necessario ripartire dalla storia e dalla cultura europea.

Esattamente storia e cultura, perché anche noi europeisti convinti non riusciamo a declinare profondamente le ragioni dello stare insieme. "Lo spazio culturale del Continente è sempre stato più ampio dello spazio economico e politico" come scrive il saggista Christian Salmon. Invece abbiamo costruito lo storytelling europeo sui trattati economici, come se la creazione di un grande mercato fondato su una unione doganale e sulla libera circolazione delle merci e delle persone costituisse di per se' una visione salvifica. Adesso, però, cosa c'è di ispirato quando la politica e la pubblica opinione si confrontano, in gergo burocratico, su tappe, compensazioni, deficit? Ancora peggio: per quanto continueremo a cercare di definire, con conseguenti conflitti, l'identità culturale dell'Europa senza tenere conto che Dante, Joyce, Picasso, Pasolini mescolavano tempo, spazio ed hanno attinto fuori dalle frontiere identitarie.

Allora, se proviamo a dare questa chiave di lettura al futuro politico del continente per i prossimi cento anni diventa sempre più urgente uscire il più velocemente possibile dalla logica del momento per cui la politica legge e corregge trascinata solo dalla contingenza. Le ricette costruite con questi criteri sono destinate ad essere superate dalla società ancor prima che vedano la luce. Le sfide del nostro futuro sono tre e tutte legate indissolubilmente: mantenere la pace e promuovere la convivenza tra popoli, abbattere le disuguaglianze economiche e di accesso alla cultura e alla educazione, salvare il pianeta dalla mano invasiva dell'uomo.

Gli strumenti del passato non sono più sufficienti per garantire la pace. Le nuove dinamiche mondiali che vedranno Cina e USA (con la presenza attiva e ambigua della Russia) confrontarsi sul piano della leadership mondiale aprono spazi di politica impressionanti. Il protagonismo europeo, unico interlocutore che potrebbe essere capace di equilibrio, sarà fondamentale. Non solo, quindi, l'organizzazione di un sistema difensivo europeo integrato (finalmente) ma anche una presenza unica all'interno della NATO per bilanciare il peso di un America che cambierà segno nelle relazioni con l'Europa, scommettendo sulla sua disgregazione. Una presenza di stabilità sempre più forte nel continente africano perché, aldilà della retorica, sarà la vera sfida per una crescita globale giusta e nella pace in un continente cruciale anche per il futuro economico e demografico dell'Europa.

Poi c'è la grande questione del governo dell'economia mondiale: rimanere uniti è l'unica speranza contro una dinamica nazionalista che porterà solo minus nelle economie dei singoli stati. Come è possibile pensare di passare da un governo sovranazionale che media con potenze molto più coese, demograficamente ed economicamente forti, ad una serie di accordi tra nani e giganti che avvantaggeranno solo i secondi? Questo però non può significare investire solo per essere competitivi: il pilastro economico, come abbiamo visto vero motore e motivo dell'integrazione europea, deve agganciarsi al pilastro sociale che permetta a tutti i cittadini europei di riconoscersi tali: educazione, cultura e sostegno. Gli Stati diano gli strumenti all'Unione Europea per raggiungere l'obiettivo della consapevolezza, perché non sono più sufficienti i progetti Erasmus a costruire integrazione.

Anche se la sensibilità ambientale è notevolmente cresciuta negli ultimi anni, il modello economico e i governi delle potenze mondiali fanno pensare ad una incredibile retromarcia sugli obiettivi e gli standard che faticosamente erano stati fissati. Solo l'Europa più tenere la barra dritta sul mantenimento degli impegni presi e, soprattutto, nell'innalzamento degli standard produttivi ambientali. Ci carichiamo sulle spalle un problema di dimensione planetario ma, a quanto pare, siamo gli unici che ne comprendono il valore. Per questi obiettivi i trattati non sono sufficienti e chiedono una rivisitazione, come auspicato dallo stesso Presidente Mattarella nel suo discorso alle Camere.
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La mobilità e il sogno dell'Europa http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2240 Thu, 23 Mar 2017 11:53:55 +0100
Come sarebbe questa Europa, se gli oltre dieci milioni di cittadini comunitari che vivono in un paese dell’Unione diverso da quello in cui sono nati fossero una nazione a sé? Se potessero eleggere un loro parlamento, dei loro rappresentanti, se la loro voce avesse un peso nella crisi di oggi?

Come sarebbe questa Europa se, anche solo più banalmente, questi dieci milioni di cittadini avessero la percezione del proprio posto nella Storia e remassero tutti in una stessa direzione? Se a loro si aggiungessero tutti coloro che all’estero hanno fatto una breve o meno breve esperienza, ma poi sono tornati nel loro paese? E quelli che, in tutto questo movimento, magari si sono sposati, e hanno avuto dei figli bi-cittadini? E quanti milioni saranno, tra pochi anni, gli europei con una doppia cittadinanza in tasca, magari sin dalla nascita, come mio figlio?

Tra sessant’anni, saranno di più coloro che avranno vissuto questo genere di esperienze o quelli che non le avranno vissute? Ed ora, in mezzo al guado, come rispondere ai cori di sirene che ci vogliono riportare a riva? E quella riva, poi, tra l’altro, esiste ancora? Quel concetto, di Stato Nazione, ha viaggiato anche lui. Possiamo ragionevolmente pensare che possa tornare nei suoi confini?

Questo viaggiare, abbiamo imparato a chiamarlo con un nome, forse meno romantico, non sempre associato a casistiche fortunate: mobilità.

La mobilità è forse il frutto più evidente e bistrattato di questa nostra Unione. Più evidente perché l’abbiamo voluto intensamente e perché una generazione, la mia, l’ha spremuto fino a trovare normale continuare a militare in associazioni e partiti italiani pur vivendo all’estero, tenendo insieme due fili del viaggio e spesso tessendone una propria tela originale.

Più bistrattato, perché in questo viaggio tanti altri perdono le radici e l’appartenenza, e smettono di darsi da fare in un contesto collettivo, perché non conoscono a sufficienza i codici del paese d’adozione e/o perché recidono i legami con i codici del paese d’origine (spesso pieni di stizza per il modo in cui sono stati trattati, ci dicono gli studi, nel caso dei giovani italiani che emigrano).

E tanti, troppi, di quei più di dieci milioni di europei che vivono in un paese diverso da quello di nascita, finiscono per essere sospesi tra due mondi, senza riuscire a far sentire la propria voce né qui né lì e, soprattutto, non nell’Unione Europea. Nessuno ha mai detto loro che emigrare non necessariamente deve fare rima con ripiegarsi nel proprio privato, anche se ovviamente una prima fase di assestamento è necessaria. Nessuno spiega a chi parte come trovare l’aiuto dei connazionali all’estero, o che come cittadini comunitari abbiamo tanti diritti, per esempio quello di votare alle elezioni comunali e di scegliere, per il Parlamento Europeo, se votare per candidati del paese di origine o di residenza.

Cioè i frutti dell'Europa della mobilità rischiano di non essere colti perché si è piantato il seme, ma non si è predisposto il raccolto. Possiamo permetterci questo spreco, visto il contesto? E se non possiamo permettercelo, come evitarlo?

Da aclista non posso non pensare al ruolo dei famosi “corpi intermedi”: moltiplicare per i nostri militanti le occasioni di toccare con mano l’esperienza dell’Europa, nella profondità della sua storia di guerre, e poi per fortuna di pace stabile, con la prospettiva di una normalità raggiunta, che è quella di poter considerare tutto il territorio Comunitario come il luogo dove esprimere i nostri talenti e la nostra affettività, così come potremmo farlo in qualsiasi città italiana diversa da quella d’origine. Come fondatrice di Exbo, rete di bolognesi nel mondo, progettando (così come anni fa agganciammo alla questione della cittadinanza italiana all’estero, il tema della cittadinanza italiana per chi viene dall’estero) un incontro sulla mobilità intra e extra Italia, per lavorare insieme sui punti politici comuni delle esperienze, “normalizzare” l’esperienza dell’estero, e fare avanzare il più possibile le amministrazioni nella considerazione dei giovani in mobilità (votare e partecipare è complicato per noi all’estero, ma anche per chi vive fuori sede in Italia…).

Come presidente della Commissione Nuove Migrazioni e Generazioni Nuove all’interno del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero creando ponti coi nostri confratelli degli altri paesi dell’Unione (portoghesi all’estero, francesi all’estero...), come ci siamo impegnati a fare anche in sede di Commissione territoriale Europa e Nord Africa dello stesso Consiglio, magari partendo proprio dalle grandi metropoli in cui collettività di tutti i paesi dell’Unione vivono stabilmente da tempo, fondendosi nel tessuto sociale urbano, ma senza dimenticare i contesti non urbani, spesso più sinceramente europeisti, grazie a tradizioni di gemellaggi, scambi, perché no, pellegrinaggi medievali....

E questo, per elencare solo le prospettive ristrette del mio operare quotidiano. Ma una volta scosso l’albero dei frutti della mobilità, il raccolto resterà ancora da fare, perché si sposterà su un terreno politico. Quante strutture sono disposte a valorizzare le esperienze di mobilità all’interno delle proprie compagini? Quante liste alle amministrative, alle regionali, alle politiche, alle Europee penseranno, finalmente, a lasciare un piccolo spazio di espressione anche a chi ha vissuto l’Europa e la può testimoniare con la propria vita e il proprio sguardo? Non sono certo vie nuove. Una critica feroce a tutti i partiti, diciamo, Novecenteschi, che avrebbero potuto già pensarci e farne un tema da tempo, ha la sua legittimità. Ma l’orizzonte dei nuovi movimenti, che nascono come potenziale alternativa ad essi, non mostrano certo una vocazione spiccata per queste tematiche.

Eccoci qui, dunque. Con frutti maturi sull’albero che l’agricoltore non vede nemmeno. Forse queste tempeste (che a mio avviso non sono nemmeno i populismi o le minacce terroristiche, ma, a monte, una perdita del senso del vivere insieme) servono davvero a far cadere per terra una parte del raccolto perché qualcuno si decida a organizzarne il salvataggio. O magari, visto che nella parte della mela spiaccicata al suolo non mi ci vedo, queste tempeste serviranno a sfrondare un po’ di foglie e aiutare a vederci meglio. Sicuramente se non saremo noi per primi ad associarci e a risplendere al sole con la nostra grinta e le nostre proposte, limitiamo di gran lunga la possibilità di un riconoscimento. E questo, ovviamente, vale per tutti. Per chi vive all’estero (che di modi per impegnarsi ce ne sono, non fate gli struzzi!) come anche per chi non ha avuto certo bisogno di passare le frontiere per sentire nel proprio cuore l’urgenza dell’incontro con l’Altro e per capire che, nel contesto geopolitico mondiale, marciare da soli, significa perdersi nel bosco, non guadagnare un raccolto in più.
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