benecomune.net http://www.benecomune.net/ it Valutazione delle politiche pubbliche e democrazia deliberativa http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2297 Thu, 03 Aug 2017 16:07:03 +0200   La qualità di una democrazia si fonda infatti sulla possibilità che i cittadini si formino un giudizio riflessivo, ponderato e informato, e che questo avvenga attraverso un dialogo pubblico. Non basta assecondare come fa oggi il nuovo populismo “quel che dice o vuole la gente”. Occorre che ciò che i cittadini vogliono sia il frutto anche di una trasformazione riflessiva delle loro opinioniimmediate
Ciclicamente si ripropone la domanda su quale possa essere il contributo dei credenti al miglioramento della qualità della vita democratica della Repubblica italiana, all'interno dell'Unione Europea, nel contesto globale.

Questa domanda ha acquisito nuova linfa da quanto, recentemente, papa Francesco ha invitato ad impegnarsi nella Politica con la maiuscola (discorso all'Azione Cattolica Italiana, 1 maggio 2017).

Vorremmo proporre una dimensione concreta per questo rinnovato impegno cattolici per il bene comune, facendolo coincidere con la deliberata scelta di agire per la promozione, diffusione, sperimentazione di una cultura della valutazione delle politiche pubbliche.

Le politiche pubbliche sono campi di azione e riflessione in cui le scelte parlamentari trovano (o dovrebbero trovare) attuazione. Riguardano tutti i settori della vita democratica: la sanità, le tutele sociali, la qualità della vita, l'istruzione, la ricerca, gli investimenti in grandi infrastrutture. Le politiche pubbliche possono essere definite come realtà multi-attoriali: politici nazionali, regionali, locali, differenti burocrazie, esperti: i cittadini e le loro diverse tipologie di aggregazioni sono tutti coinvolti nelle politiche pubbliche. Le politiche pubbliche sono inoltre delle realtà multi fase: la fase della scelta eminentemente politica relativa al Che fare?, a cui seguono quelle della programmazione degli interventi, della loro progettazione, della successiva realizzazione ed implementazione ed infine la fase purtroppo fino ad oggi in Italia ampiamente negletta della valutazione.

Opportunamente, il Senato della Repubblica ha deciso di creare all’interno dell’amministrazione una struttura dedicata alla valutazione delle politiche pubbliche, una realtà articolata e un vero e proprio think-tank, riprendendo un punto qualificante presente nella recente legge di riforma costituzionale respinta dal referendum del dicembre 2016, dedicato proprio alla necessità di valutare le politiche pubbliche. Nel testo si prevedeva che al Senato nascesse l'Osservatorio sulle politiche pubbliche e, nel caso la legge fosse passata, a Palazzo Madama si era da tempo cominciato a lavorare per essere pronti.

La constatazione da cui l’amministrazione ha preso le mosse è stata che fosse necessario fornire una base di partenza - per quanto possibile imparziale - per valutare se le centinaia di leggi che si fanno ogni anno in Italia funzionano, per comprendere che tipo di impatto producono su popolazione e territorio. L'osservatorio "Valutazione di impatto delle politiche pubbliche" è consultabile sul sito internet di Palazzo Madama: al momento vengono monitorati 10 temi, tra cui le province, le aliquote marginali e le politiche contro il sovraffollamento carcerario. Diverse realtà istituzionali come l'Asvap, l'Irvap e l'Università di Cà Foscari si sono prestate a partecipare a questo processo di valutazione.

Un punto qualificante di questa decisione è quello di rendere fruibile ai cittadini la consultazione dei singoli dossier online. Oggi infatti mentre i cittadini chiedono maggiori spazi partecipativi, aumenta il divario rispetto alla classe politica.

Segnaliamo altre due coincidenze temporali: oltre all'Ufficio del Senato, meritano attenzione le Linee guida sulle consultazioni pubbliche, emanate dalla Ministra Madia e pubblicate nella Gazzetta ufficiale del 14 luglio 2017: si propongono dei principi guida per disegnare i processi di consultazione dei cittadini e per valutarli.

In ultimo, va ricordato anche il decreto ministeriale all'esame del Parlamento recante individuazione degli indicatori di benessere equo e sostenibile.

Una recente evoluzione teorica che ben si accompagna a queste evoluzioni istituzionali è il fiorire di studi e confronti teorici in tema di democrazia deliberativa, impresa che coinvolge da tempo filosofi della politica e del diritto come Ackerman, Habermas, Mansbridge e Rawls, e che si pone l’obiettivo di studiare forme inclusive di deliberazione volte a coinvolgere nelle decisioni anche i gruppi sociali che per vari motivi non sono propensi a partecipare. Recentemente Antonio Floridia nel suo Una idea deliberativa della democrazia (Il Mulino 2017) ha offerto una ricostruzione critica e approfondita della storia dell’idea di democrazia deliberativa, dalle prime formulazioni fino all’analisi delle diverse modalità con le quali Rawls e Habermas hanno elaborato le basi teoriche e filosofiche di questa concezione della democrazia.

La democrazia deliberativa è contigua, ma distinta (ed a volte distante) dalla democrazia partecipativa. La democrazia partecipativa in genere si limita a mobilitare chi parteciperebbe comunque spontaneamente alle decisioni, non di ampliare lo spettro dei partecipanti. Accanto alla democrazia partecipativa, ha acquisito recentemente rilevanza, soprattutto presso la comunità degli scienziati politici, un’ulteriore proposta di riforma della prassi rappresentativa: si tratta della democrazia deliberativa.

Punto qualificante della valutazione delle politiche pubbliche è l’analisi controfattuale, che avviene riprendendo un tema che a partire da David Lewis è diventato uno dei riferimenti della metafisica analitica contemporanea. Il controfattuale – come recentemente sostenuto da Alberto Martini, docente di valutazione delle politiche pubbliche - è ciò che sarebbe successo se un intervento non fosse stato attuato. E' quindi non osservabile per definizione, e richiede la scelta di una strategia di identificazione, una capacità di immaginare scenari alternativi in cui il coinvolgimento di più punti di vista è ancora più necessario che nella teoria repubblicana della democrazia.

L'effetto di un intervento è la differenza tra cosa è successo e il controfattuale, cioè cosa sarebbe successo agli stessi individui se l'intervento non fosse stato attuato. La deliberazione pubblica ha una dimensione cognitiva che è connessa alla ricerca del modo migliore di dare risposta alle questioni pubbliche, modo che trova attuazione nel confronto discorsivo di argomenti plurali, il quale dà luogo ad un accordo razionalmente motivato.

Siamo di fronte ad un modello che è il frutto di un complesso dibattito, ormai più che decennale, che annovera voci di studiosi afferenti a differenti discipline (dalla filosofia politica, alla sociologia, fino alla scienza politica); il risultato è, pertanto, un corpus teorico altamente variegato e complesso, non esente, peraltro, da contraddizioni interne, per il quale risulta, quindi, opportuno un lavoro finalizzato a rintracciarne filo conduttore e linee comuni su ciò che viene inteso come democrazia deliberativa.

Nel pensiero di Habermas la democrazia deliberativa è in grado di costruire una politica ed una società che non siano basate sul compromesso ma sul consenso, inteso come accordo ottenuto secondo i procedimenti dell’argomentazione razionale intorno a un interesse comune che non è legato alla particolarità degli interessi privati.

La democrazia deliberativa ha la prospettiva di creare uno spazio pubblico realmente adatto all’espressione della libertà degli individui e della loro diversità di interessi privati, in conformità a norme e procedure che portino ad un consenso razionale di tutti i suoi partecipanti, ritenuti uguali in diritto e capaci di autogestirsi autonomamente.

Rawls considera la democrazia deliberativa come una democrazia costituzionale bene ordinata e ne afferma la necessità, soprattutto in relazione al fatto che “in mancanza di un pubblico informato sui problemi più urgenti, prendere decisioni politiche e sociali importanti è semplicemente impossibile” (J. Rawls, Liberalismo politico). Egli auspica quindi che le discussioni pubbliche che coinvolgono i cittadini siano rese possibili dalle istituzioni e riconosciute come una caratteristica di base delle democrazie. La deliberazione presenta aspetti problematici (autoselezione, prevalenza di chi ha interessi e preferenze definite) ma rappresenta una delle forme più innovative per riconnettere i cittadini alla politica. Deliberazione infatti non vuol dire, come comunemente si intende, decisione, ma indica la fase della discussione che precede la decisione.

Ci sembra questo un tempo propizio per investire cuore e impegno intellettuale, da credenti, sul tema della valutazione delle politiche pubbliche.

La teoria della democrazia deliberativa che supportiamo e stiamo indagando si oppone alle visioni plebiscitarie e tecnocratiche della democrazia, ma anche alle ricorrenti illusioni su un possibile ritorno alla democrazia diretta di impronta rousseauiana.

La qualità di una democrazia si fonda infatti sulla possibilità che i cittadini si formino un giudizio riflessivo, ponderato e informato, e che questo avvenga attraverso un dialogo pubblico. Non basta assecondare come fa oggi il nuovo populismo “quel che dice o vuole la gente”, magari inseguendo le ondate pulsionali diffuse sulla rete o dalla rete stessa: occorre che ciò che i cittadini vogliono sia il frutto anche di una trasformazione riflessiva delle loro opinioni immediate.

Nel medioevo, i cattolici elaboravano Quaestiones, oggi potrebbero elaborare nuove forme di Questionari, intesi non come meri strumenti sondaggistici ma al contrario come schemi concettuali, articolati, comprensivi di più approcci per la valutazione delle politiche pubbliche. A partire dalla vita quotidiana, seguendo i principi della Dottrina sociale della Chiesa che per prima ha teorizzato la sussidiarietà come strumento di sviluppo imperniato sulla prossimità alla concretezza ontologica e geografica: quindi nelle proprie concrete realtà di impegno e di vita sociale, nella propria organizzazione lavorativa, nel comune, a scuola, nel quartiere.

* Il presente articolo è stato realizzato anche con il contributo di Giandiego Carastro
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Le sfide del sindacato di fronte al lavoro 4.0 http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2296 Thu, 03 Aug 2017 12:15:23 +0200   La rivoluzione digitale tocca il rapporto tra tecnologia, uomo e società. Se la fabbrica del XX secolo conservava al lavoro una dimensione collettiva, con una stretta correlazione tra spazio e tempo, oggi questo legame si sta affievolendo. Questi cambiamenti chiedono al sindacato di affrontare nuove sfide uscendo dalla chiacchiera generica per entrare nel merito dei problemi  
Semplificando un po', ma non troppo, possiamo dire che il Novecento e buona parte dell’Ottocento sono stati i secoli del lavoro. Il lavoro ha occupato le migliori menti, ha interessato economisti, filosofi e sociologi, ha ispirato poeti ed artisti. In nome del lavoro i popoli hanno lottato, sperato, sognato, fatto rivoluzioni.

Al lavoro, inoltre, dobbiamo un rapporto intimo con la nostra identità e il nostro essere nella società. Non a caso ogni volta che facciamo conoscenza con una personale la prima domanda è “Che lavoro fai?”, anzi il “Che fai?” sottende, una domanda su quale sia la tua occupazione. Ciò significa che connessa al lavoro c'è la questione della nostra identità: identità non solo personale, ma anche di gruppo. Questo riflesso comunitario non va dimenticato perché serve a metterci in guardia contro ogni riduzionismo, contro ogni economicismo che identifica il lavoro come una merce pura e semplice da scambiare sul mercato contro un salario.

In realtà, negli ultimi 30 anni, giornalisti, intellettuali, hanno dimenticato la questione lavoro, riscoperta in modo forzoso a causa della crisi ma senza che si risvegliasse, analogamente la curiosità di capire, cosa fosse accaduto durante questo black-out di attenzione. Questa coda di narrazione del lavoro risente di una stantia ideologizzazione, che rappresenta un comodo caliedoscopio che priva di ogni lucidità e attinenza con la realtà.

Il problema della tecnologia si inserisce in questo contesto. Oggi, nonostante una parte del Paese e dell’intellighenzia poco informata o strumentale veda nei cambiamenti indotti dalla digitalizzazione addirittura il rischio della “fine del lavoro”, un sindacato che non vuole perdere aderenza con la realtà ha il dovere di riaffermare una visione del lavoro non materialista. E di respingere come false utopie alcune teorizzazioni che puntano a stabilire un'incompatibilità di fondo tra progresso tecnologico e contributo della persona. E' il caso del reddito di cittadinanza, che qualche guru della Silicon Valley vorrebbe eleggere a perno di un nuovo welfare in cui il 90% delle persone verrà pagato per non lavorare, per stare a casa ad osservare da dietro le finestre il restante 10%. Papa Francesco ci ha ricordato che: “l’individuo si fa persona quando si apre agli altri, alla vita sociale, quando fiorisce nel lavoro. La persona fiorisce nel lavoro. Il lavoro è la forma più comune di cooperazione che l’umanità abbia generato nella sua storia. Ogni giorno milioni di persone cooperano semplicemente lavorando: educando i nostri bambini, azionando apparecchi meccanici, sbrigando pratiche in un ufficio... Il lavoro è una forma di amore civile: non è un amore romantico né sempre intenzionale, ma è un amore vero, autentico, che ci fa vivere e porta avanti il mondo”.

Altrimenti si finisce però col dimenticare che il lavoro è qualcosa di più di un'occupazione: c’è una dimensione spirituale, etica e sociale dell’uomo che non può ridursi al solo reddito (che, beninteso, resta pur sempre un attributo fondamentale). C’è uno spazio di lavoro e di nuovo lavoro che le persone riempiranno sempre con la loro energia insostituibile. Uno spazio di realizzazione, di dignità. Piuttosto che disegnare tragici scenari del futuro non è meglio lavorare su cosa serve già oggi e nel presente ai lavoratori?

L’idea di una Repubblica, di una democrazia fondata sui sussidi non ci piace. L’accostamento a San Francesco e ai francescani di quella proposta grida vendetta, come ci ricorda Luigino Bruni.

Per questo serve individuare percorsi nuovi, interrogarsi rispetto al cambiamento in atto, mettendo in campo la nostra intelligenza e fantasia. Leggere con le lenti novecentesche o con la sovrastruttura ideologica che ha contraddistinto il '900 la rivoluzione digitale significa mettersi sulla difensiva, pensare di fermare con le mani l’acqua di un fiume in piena. Oggi quello che serve al sindacato, ma non solo al sindacato, è una rinnovata capacità progettuale: dobbiamo aprire cantieri partecipativi con tutti i soggetti coinvolti, tenendo insieme la dimensione umana del lavoro e usare la tecnologia per avvicinare di più il lavoro alla vita delle persone riportandole al centro.

La rivoluzione digitale tocca il rapporto tra tecnologia, uomo e società. Se la fabbrica del XX secolo conservava al lavoro una dimensione collettiva e faceva in una stretta correlazione tra spazio e tempo il terreno su cui organizzarlo, oggi questo legame va via via affievolendosi. Le nuove modalità lavorative rese possibili dalle tecnologie rendono sempre più sfumato il rapporto tra spazio, tempo e lavoro. Con la quarta rivoluzione industriale tecnologie come i robot autonomi, la realtà aumentata, il cloud computing, i big data e analitica, la sicurezza informatica, l’internet delle cose industriali, l’integrazione dei sistemi orizzontali e verticali, la simulazione e produzione additiva - già ampliamente implementate singolarmente in un modo o nell’altro – confluiranno nel modello Industry 4.0 e troveranno una loro integrazione a livello industriale. Cambierà il concetto stesso di impresa, e con esso le città e le comunità. Si profila un ecosistema 4.0 in cui tutto è interconnesso, in cui mobilità, energia, processi, città necessiteranno di una rigenerazione urbana. Ciò impone che anche i lavoratori siano coinvolti, che partecipino in modo consapevole alla trasformazione dell'impresa e del lavoro.

L'Italia si è mossa con un certo ritardo sul terreno di Industry 4.0. Tuttavia, dopo non poche titubanze, il governo si è messo al passo con i partner europei e con le più importanti esperienze internazionali approvando il piano Calenda, che prevede un massiccio ricorso agli incentivi fiscali (13 miliardi) per consentire alle imprese italiane di dotarsi delle tecnologie abilitanti di Industry 4.0, ma anche una forte spinta sul versante delle competenze e della ricerca attraverso la creazione dei Competence Center, al cui centro stanno le eccellenze universitarie italiane nel campo della ricerca e della tecnologia, e dei Digital Innovation Hub. Sui primi la Fim ha condotto insieme ad Adapt uno studio mirato che ha portato alla pubblicazione di un Libro Verde, cui seguirà poi un Libro Bianco dedicato al tema dei cambiamenti indotti da Industria 4.0 sul lavoro (il cosiddetto Lavoro 4.0).

Dietro queste iniziative c'è l'idea che il lavoro si trasforma ma non si esaurisce. Certo, per governare le grandi trasformazioni serve un investimento non solo sulle tecnologie, sull'hardware, ma anche sulle persone, sul software. Ecco perché con il contratto nazionale dei metalmeccanici abbiamo introdotto il diritto soggettivo alla formazione. Siamo cioè consapevoli che il miglioramento continuo delle proprie competenze vale oggi per il lavoratore quanto il diritto alla sicurezza o alla salute. Per questo insistiamo nel dire che l'alternanza tra scuola e lavoro deve stare al centro del nostro sistema formativo e che il contratto di apprendistato deve diventare la forma principale di accesso al mercato del lavoro.

Cruciale è anche il ruolo della contrattazione, ovviamente. Con il nuovo contratto dei metalmeccanici firmato, abbiamo finalmente risolto l’ambiguità che esisteva tra il primo e il secondo livello contrattuale. La ricchezza verrà distribuita in azienda, cioè laddove si crea, e gli incrementi salariale rifletteranno gli incrementi di produttività. Fermo restando, naturalmente, il ruolo del contratto nazionale, cui è demandato l'adeguamento dei salari al costo della vita e, più in generale, la funzione di quadro regolatorio generale. L'estensione della contrattazione aziendale è ancora piuttosto limitata, anche se nel settore metalmeccanico interessa circa il 70% dei lavoratori. Il problema riguarda soprattutto le piccole e medie imprese. Per uscirne, la Fim da tempo propone la via della contrattazione territoriale, senza trovare molto ascolto in una controparte che resta abbarbicata ad una logica centralista delle relazioni industriali.

Credo che l’approccio pragmatico sia quello giusto, lontano da vecchie e nuove ideologie. Perché sappiamo per esperienza che nella fabbrica del futuro l'uomo conterà di più, non di meno. Lo dimostra già oggi l'esperienza del World Class Manufacturing maturata a Pomigliano e negli atri stabilimenti Fca, che la Fim ha posto al centro della più grande inchiesta operaia degli ultimi trent'anni. Il Wcm, questa nuova metrica del lavoro che valorizza l'ingaggio cognitivo dei lavoratori e i loro suggerimenti, provoca sì più stress – così come emerge dalla nostra ricerca – ma amplia anche le possibilità dei lavoratori di divenire coprogettisti, non semplici esecutori come nella vecchia fabbrica fordista. Questo significa che aumentano di pari passo gli spazi di partecipazione, a patto di saperli vedere ed interpretare. Il sindacato che serve, e che servirà ancor di più con Industry 4.0, è un sindacato che esce dalla chiacchiera generica ed entra nel merito dei problemi, che prima di parlare studia.

C’è poi un altro terreno di sfida per il sindacato che consiste nella capacità di dare rappresentanza a tutte quelle forme di lavoro legate alla tecnologia del blockchain. Certo, se pensiamo di poter ingabbiare queste nuove forme di lavoro in una categoria giuridica classica, come quella del lavoro autonomo o del lavoro subordinato, facciamo un errore. Asfaltare le startup non è una soluzione, come non lo è eliminare i voucher. I lavoratori della Gig economy come quelli di Foodora sono come i vecchi pony express, ma sono ‘ gestiti ‘ attraverso una app. La Gig economy non occupa, ancora, grandi quantità di lavoratori, si tratta di un modello economico sempre più diffuso dove non esistono più le prestazioni lavorative continuative (il posto fisso, con contratto a tempo indeterminato) ma si lavora “on demand”, cioè solo quando c’è richiesta per i propri servizi, prodotti o competenze, su “chiamata” gestita online da una piattaforma o una App.

Chi lavora sulle piattaforme o nella Gig economy non sempre rispetta orari standard, spesso lavora di notte. Il luogo di lavoro non è fisso, non è necessario essere in azienda, si può scegliere liberamente il luogo più consono all’attività che si svolge. Con la Gig economy cambiano le modalità di lavoro, le relazioni si intrecciano sulla rete e spesso non si conosce il datore di lavoro.

Per valutare come si sposterà il valore del lavoro dentro la nuova catena del valore è importante avere il coraggio e la capacità di scrivere su un foglio bianco. Le lenti del ‘900 non aiutano a capire molto. Se osserviamo tutto con il dito pronto sul tasto “sfruttamento” per catalogare tutto ciò che a fatica riusciamo a incanalare fuori dalle tradizionali categoria di “lavoro dipendente” o “autonomo”, non faremo grandi sforzi interpretativi. Il lavoro che emerge si configura sempre più come un “progetto”, di diverso valore e portata. Non so quanti lavoratori della Gig economy vi saranno in futuro, so solo che le app, il digitale cambieranno tutti i lavori.

Solo chi saprà giocare d’anticipo, accettando la sfida della sostenibilità sul campo, nella progettazione delle nuove architetture economiche, industriali e sociali, potrà orientare il mondo del lavoro verso la centralità della persona. Altrimenti parteciperemo al coro dei “denunciatori dei rischi”, anch’essi utili, ma innocui rispetto ad una partita sull’ estensione delle opportunità per tutti.

Per il sindacato, a cambiare è lo spazio organizzativo, che diventa anche digitale. E allora come intercettare il nuovo lavoro, sempre più frammentato? Non certo con le sole assemblee, come nelle medio grandi fabbriche: dovremmo pesare a delle “app” ad hoc e monitorare i social network, dove questi ragazzi si parlano, e lavorare su forme organizzative e comunicative del tutto nuove. Il lavoro del futuro si configura sempre più come un progetto, con un legame di reciprocità tra chi lo chiede e chi lo svolge, dove la fiducia è l’architrave sui cui poggiano anche una serie di nuove tecnologie.

In un momento in cui tutti vogliono liberarsi del lavoro, la nostra battaglia è quella di far sì che le persone si liberino nel lavoro. Perché, come dice Papa Francesco, bisogna fare in modo che la persona fiorisca nel lavoro. La tecnologia può essere una occasione che aiuta l’umanizzazione del lavoro. Ci sono lavori in cui di umano c’è assai poco, non li rimpiangeremo, soprattutto se porteremo l’umanità verso un lavoro migliore e realmente realizzativo.
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Intervista a Michele Faioli: "Per i millennials è necessario un Jobs Compact europeo http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2295 Thu, 03 Aug 2017 11:47:33 +0200   Proponiamo un’ampia intervista a Michel Faioli, docente di Diritto del lavoro presso l’Università di Roma Tor Vergata e l’Università Cattolica (sede di Roma), Coordinatore scientifico della “SERI-Scuola Europea di Relazioni Industriali” e consulente del CNEL. L’intervista riprende ampiamente un articolo apparso sulla rivista Coscienza del Meic
Sono passati ormai venti anni dall’introduzione del pacchetto Treu. Che valutazione da delle riforme del mercato del lavoro realizzate in Italia? Quali effetti hanno prodotto? I cambiamenti normativi introdotti sono in linea con le alte legislazioni europee in materi di lavoro?

Per osservare, a vent’anni dall’introduzione, gli effetti del Pacchetto Treu, ci si deve porre almeno due domande, di cui una è premessa dell’altra. La domanda principale è la seguente: un legislatore prudente come può dare forma oggi, nella primavera del 2017, a un sistema di relazioni industriali e di lavoro capace di mettere l’Italia in una sana logica di convergenza normativa con altre economie europee comparabili (soprattutto Francia e Germania)? Questa domanda deve essere preceduta da una domanda-premessa: cosa troveranno negli anni successivi al 2025 di ciò che noi oggi riteniamo siano lavoro, produzione, impresa i giovani millennials, cioè quella Net-Generation a cui si fa lezione oggi nelle aule d’università o che frequenta gli ultimi anni di scuola superiore? In queste due domande si può leggere anche la logica del pensiero sociale della Chiesa, la quale ci invita a tenere presente che i fini di riconoscimento della dignità della persona nel e sul lavoro restano permanenti e immutabili, sebbene si debbano periodicamente aggiornare i mezzi concreti per realizzare tali fini.

A differenza di altre economie sviluppate, la struttura industriale italiana non ha beneficiato di relazioni industriali resilienti rispetto ai processi di globalizzazione. Il Pacchetto Treu del 1997 ha avuto il merito di avviare il processo di riforme di cui l’Italia necessitava già negli anni Ottanta (si veda in proposito la Relazione Cnel del 1984 curata da Giugni e Mengoni). Le riforme successive al 1997 (quella del 2003 di Biagi, quella del 2007 di Damiano, quella Del 2009-2011 di Sacconi e quella del 2012 di Monti e Fornero) non hanno centrato l’obiettivo. Nei fatti, cioè nella pratica delle relazioni di lavoro e sindacali, quella legislazione del primo decennio di questo millennio non è stata sufficiente per aggredire la crisi nel momento in cui essa si è presentata. Ciò è tanto più vero se osserviamo ciò che accaduto nello stesso periodo nei sistemi giuslavoristici della Francia e della Germania, i quali sono stati molto più resilienti del nostro sistema alla crisi.

La riforma del 2015 (Jobs Act) ha, invece, consolidato la visione più europea del Pacchetto Treu, disponendo un quadro complesso: il Jobs Act ha promosso politiche attive che hanno una regia nazionale, anche a art. 117 Cost. invariato (Anpal, agenzia unica nazionale per le politiche attive, e rete regionale dei centri per l’impiego), ha effettuato una profonda rimodulazione del collegamento tra politiche attive e sostegno al reddito in caso di disoccupazione (condizionalità, patto di servizio, eccetera), ha messo in pratica esperienze collaudate a livello regionale (assegno di ricollocazione), ha spostato il focus dalle flessibilità in entrata/in uscita (tipi di lavoro e licenziamento) alla flessibilità interna (mansioni e inquadramento, orario, etc.), ha corretto le distonie del lavoro a progetto, ha delegato alla contrattazione collettiva l’attuazione delle flessibilità interne, ha iniziato a garantire più efficacemente i percorsi di alternanza scuola/lavoro (apprendistato e garanzia giovani).


Cosa si può fare oggi per allinearci con Francia e Germania? Cosa si può mettere in cantiere, seguendo l’impostazione del Pacchetto Treu e del Jobs Act, per i giovani Millennials?

La buona flessibilità deve essere supportata dalla capacità di definire negozialmente a livello aziendale l’organizzazione del lavoro. Ciò viene in evidenza soprattutto se si osserva il programma di rivoluzione digitale dell’industria europea (Industry 4.0) e le nuove modalità di economia circolare (Gig-Economy – cioè, Uber, Deliveroo, etc.). Ma il problema che ci si pone sin dal 1997 resta il medesimo: il mutamento delle “regole del gioco” è sufficiente? Si deve procedere con sperimentazioni locali/settoriali prima di introdurre a livello nazionale nuove norme? Chi può svolgere un fair assessment delle sperimentazioni e riferire al Parlamento/Governo? Chi valuta l’efficacia delle nuove misure? La politica sta facendo la sua parte per riformare le relazioni industriali e del lavoro. Mi pare difficile immaginare che per legge si possa fare di più per favorire e promuovere il collegamento tra contrattazione collettiva e organizzazione del lavoro.

Probabilmente andare oltre questa linea non è neanche auspicabile, data la tradizione di autonomia che le relazioni industriali italiane rivendicano. E questo perché il valore delle riforme nei sistemi di relazioni industriali nasce dall’esperienza concreta, dall’applicazione di norme di legge e di contratto collettivo alle specificità dei contesti in cui l’imprenditore e le rappresentanze sindacali operano. In questa prospettiva, gli studi più accreditati di giuslavoristi che si occupano di diritto comparato ci insegnano che Francia e Germania, anticipando la crisi del 2008, avevano già efficacemente aggiornato i propri sistemi di relazioni industriali, rendendo modulabili, adattabili, flessibili i contratti collettivi nazionali e aziendali.

Le nostre riforme del 1997, 2003, del 2007 e del 2009-2012 hanno iniziato un percorso senza consolidare i risultati. In altre parole, nel medesimo arco temporale, in Francia e in Germania, facendo scorta di esperienze di crisi precedenti o trasformazioni istituzionali, si rese elastico ciò che era per definizione anelastico. In Francia il sostegno legislativo è stato meno blando che in Germania. In entrambi i casi, però, decisiva è stata la volontà delle parti sociali di appoggiare alla norma di legge, che promuoveva la riforma, le modifiche interne ai sistemi di contrattazione, che sono state auto-regolamentate dalle medesime parti, più o meno estensivamente. È stato, dunque, il protagonismo delle parti sociali in quei Paesi ad aver avuto esiti positivi.


Il patrimonio, anche storico, delle relazioni industriali italiane può essere un elemento positivo in un contesto di cambiamenti così profondi nel mondo del lavoro? Quale ruolo può avere il welfare aziendale?

I recenti fatti francesi sulla riforma del lavoro ci fanno capire che le vie alternative all’auto-regolamentazione delle parti sociali, sostenuta adeguatamente dal legislatore, crea solo scompiglio. In Italia le relazioni industriali e di lavoro sono un “bene-esperienza” molto prezioso, che ha una propria grammatica, spesso incagliata in artifici linguistici pseudo-paranoici, che coprono persino le intenzioni più vere dei soggetti sindacali che amministrano le regole. Le parti sociali si stanno muovendo per aprire un confronto. Il legislatore italiano ha spazio per agire, anche rapidamente, nelle relazioni di lavoro, mettendo da parte le tecniche normative omnicomprensive. Il legislatore italiano, per allinearsi con la Francia e la Germania, potrebbe da subito specificatamente aggiornare lo schema di rappresentanza dei lavoratori in azienda, muovendo dalla giurisprudenza costituzionale del 2013 relativa all’art. 19 dello Statuto dei Lavoratori. Il welfare aziendale, attuato per contrattazione aziendale/territoriale (si veda la legge di bilancio 2017) è, in questa ottica, un caso positivo, un’esperienza di best practice da valorizzare (in questi due anni sono stati chiusi circa ventimila contratti aziendali), che conferma come il decentramento contrattuale funzioni, ma debba essere controllato con un rinvio a “nuovo” – perché più europeo – art. 19 dello Statuto.


Quale diritto del lavoro si può introdurre per migliorare le prerogative della rappresentanza sindacale e per facilitare le forme di partecipazione dei lavoratori? Quali misure si possono adottare per favorire i giovani millennials?

Credo si potrebbe costruire un percorso, individuando sull’esempio del Pacchetto Treu cose concrete rispetto alle urgenze future delle relazioni industriali italiane e disciplinando per legge un quadro preliminare. In primo luogo, a livello nazionale, si dovrebbe disporre la regola dell’esclusività della rappresentanza in azienda (cioè si vota a maggioranza ed è giuridicamente irrilevante il dissenso delle minoranze e dell’individuo), fissare nella contrattazione aziendale le materie o prerogative della rappresentanza aziendale che sono connesse alla gestione dei rapporti di lavoro (flessibilità normative su orario di lavoro, mansioni, controlli, inquadramento, eccetera), fissare il principio di prevalenza del contratto decentrato su quello nazionale nelle materie indicate sopra (di nuovo, flessibilità normative su orario di lavoro, mansioni, controlli, inquadramento, etc.), introdurre sistemi per l’attuazione dell’arbitrato (o di commissioni conciliative) nelle relazioni collettive, a livello aziendale e livello nazionale. Tale dinamica condurrebbe finalmente l’Italia in una posizione di pareggio con i sistemi francesi e tedeschi anche nelle forme partecipative dei lavoratori. Il che avrebbe ricadute immediate sulla resilienza delle nostre relazioni industriali rispetto agli effetti della globalizzazione sul lavoro, anche in tempo di crisi.

In un secondo passaggio, avendo assunto il formale impegno di garantire ai giovani millennials un’Europa sociale (Dichiarazione di Roma del 25 marzo 2017), sarebbe auspicabile costruire da subito un Jobs Compact europeo. Esso è tanto urgente quanto determinante per il futuro stesso dell’Europa. Job Compact europeo significa definire almeno due istituti giuridici euro-unitari: il primo attiene a uno schema armonizzato a livello europeo di disoccupazione (il modello teorico è stato già studiato e si definisce “EUBS” – European Unemployment Benefit Scheme); il secondo istituto riguarda la promozione della mobilità geografica dei giovani per ragioni di lavoro e di apprendimento. In quest’ultimo caso, il Pacchetto Treu lascia traccia di un’idea vincente: se nel 1997 si pose mano ai contratti che garantivano lavoro e formazione per i giovani, oggi nel 2017 si deve costruire una forma contrattuale europea che, componendo lavoro e formazione, nel contempo favorisca/obblighi una mobilità geografica dei giovani per brevi periodi (3/6 mesi), durante le scuole superiori, con forme di incentivo economico-retributivo sul modello della garanzia giovani.

In altre parole, si sta proponendo una specie di programma Erasmus con finalità di apprendimento di un lavoro, finanziato con la garanzia giovani e obbligatorio per studenti delle scuole superiori. L’abbinamento tra EUBS e contratto europeo di formazione/lavoro sarebbe l’inizio di una nuova fase per le relazioni industriali e di lavoro in Europa. Si creerebbe un linguaggio comune, basato sul binomio lavoro/formazione per giovani a livello continentale, e di conseguenza sui diritti e sulle prospettive di integrazione e di crescita solidale. In definitiva, è un linguaggio comune che, basandosi sul valore condiviso del lavoro «libero, creativo, partecipativo e solidale, [in cui] l’essere umano esprime e accresce la dignità della propria vita» (Evangelii Gaudium), si adatta alla situazioni concrete e si aggiorna con mezzi volti a realizzare i fini di libertà, solidarietà e partecipazione.
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Valore lavoro http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2294 Thu, 03 Aug 2017 11:37:23 +0200 Valore lavoro robot Editoriale di Paola Vacchina
Valore Lavoro. L’umanità del lavoro nell’economia dei robot è il titolo che le Acli hanno scelto per il loro 50° Incontro nazionale di studi, che si terrà a Napoli dal 14 al 16 settembre. Abbiamo deciso di dare lo stesso titolo anche al nostro focus estivo, che tradizionalmente prepara a questo importante appuntamento ed affronta questioni che in quell’occasione troveranno ulteriore approfondimento.

Siamo partiti da alcuni principi essenziali capaci di orientarci di fronte alle trasformazioni: la dignità degli uomini e delle donne che lavorano e l’importanza di promuovere un lavoro che costruisca una società più equa, solidale e sostenibile.
Il percorso di riflessione delle Acli ha poi seguito diverse tappe: abbiamo iniziato con una riflessione sulle novità che industria 4.0 ha portato nelle fabbriche, per esaminare in seguito lo scenario che l’avvento di un nuovo paradigma culturale ci pone di fronte. Abbiamo allargato il nostro orizzonte verso gli obiettivi della 48a Settimana sociale dei cattolici italiani e preso a cuore il tema dei giovani e il loro difficile percorso di inserimento lavorativo.

Il tentativo era quello di fornire una bussola per orientarsi dentro un sistema che va strutturandosi e che affronta questioni nuove con nuovi linguaggi. Abbiamo poi iniziato a ipotizzare vie per prendere una posizione capace di indirizzare il cambiamento. A partire dal Piano Industria 4.0 che è certamente un’importante azione del Governo, ma deve contemplare un più complessivo ammodernamento del sistema produttivo, anche, e soprattutto, in termini di politiche e servizi per i giovani, per il lavoro e i lavoratori.

Viviamo un periodo di passaggio. Ci saranno mestieri che saranno sostituiti da altri, ci saranno lavori manuali che saranno svolti da macchine connesse in rete. Ci sarà però offerta anche la possibilità di rimodulare i tempi e gli spazi di vita dentro una nuova prospettiva organizzativa, più flessibile e integrale.

Dopo la nostra prima esplorazione ci accorgiamo della necessità di riservare un’attenzione particolare alle persone coinvolte nella gig economy, perché non possono rimanere schiacciate da lavoretti usa e getta gestiti da piattaforme impersonali. Siamo convinti che rimane essenziale dare voce ai giovani sulla loro vera presenza nel mondo del lavoro, spesso descritta in modo retorico e scorretto, come è altrettanto essenziale fornire loro competenze adeguate nell’ambito di un sistema di istruzione e di formazione rinnovato e rafforzato. Riconosciamo l’importanza di individuare hub di produzione che valorizzino le reti territoriali esistenti, le comunità locali, le aziende, il terzo settore e i centri universitari. Nelle reti che si vanno strutturando va dato spazio anche ai territori più vulnerabili, poiché il vero sviluppo di tutto un paese parte dalla cura delle aree più fragili.

Il focus di BeneComune.net vuole dunque introdurre queste riflessioni e orientare i lettori sulle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro; intende ragionare in particolare attorno ad alcune domande: quali trasformazioni stanno interessando il mondo del lavoro sulla spinta di processi come industry 4.0 e la Gig economy? Cosa distingue questi due processi? Queste trasformazioni quali conseguenze avranno sui lavoratori, anche in termini occupazionali, e sui lavori? Nasceranno nuovi lavori e nuove figure professionali? Quali settori saranno interessati da queste trasformazioni? Il terzo settore avrà nuove opportunità derivanti da queste trasformazioni? Quali opportunità si potranno generare nel nostro Paese? Le aree più in difficoltà e deindustrializzate potranno avere nuove opportunità? La qualità del lavoro aumenterà? Sarà possibile tutelare i lavoratori? Quali forme di tutela si dovranno mettere in campo? Quale ruolo sarà chiamato a svolgere il sindacato? Ed ancora: il lavoro 4.0 che questioni antropologiche sta aprendo? Che cammino sta realizzando la Chiesa italiana in vista delle Settimane Sociali di Cagliari?

Iniziamo con padre Francesco Occhetta (Giornalista della redazione de “La Civiltà Cattolica” e membro del Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani) che osserva come “sul piano antropologico l’uomo è chiamato a rimanere il soggetto della tecnologia, e non un oggetto. Il dispositivo tecnologico è e resta frutto della sua intelligenza. Occorre negare ciò che i fautori del dominio della tecnologia sull’uomo affermano: naturale è uguale ad artificiale”.

Proseguiamo con Leonardo Becchetti (Economista e membro del Comitato Scientifico e Organizzatore delle Settimane Sociali dei Cattolici Italiani) che sottolinea come “di fronte alle sofferenze in materia di lavoro e di povertà la reazione, pur comprensibile, mira spesso al bersaglio sbagliato. Gli uomini sono cercatori di senso e vanno subito alla caccia di untori, ovvero di una risposta facile rappresentata da un nemico facilmente identificabile che, una volta sconfitto, ripristina la soluzione ideale”. Per questo motivo la scelta delle Settimane Sociali è stata quella di analizzare i problemi per poi raccogliere delle buone pratiche “identificando 400 realtà del paese che stanno rispondendo con successo alla sfida del lavoro”.

Francesco Seghezzi (Direttore Fondazione Adapt, uno dei massimi esperti italiani di Industry 4.0), dopo aver osservato che rispetto all’innovazione tecnologica “non siamo di fronte ad un fenomeno caratterizzato unicamente dalla distruzione, quanto soprattutto dalla trasformazione”, sottolinea come “la sfida resta quella relativa a quale mondo e quale società vogliamo costruire. Troppo spesso ci dimentichiamo che la tecnologia non è un destino ma uno strumento ed una opportunità, scaricando così su un progresso cieco ed eterodiretto le responsabilità che sono di tutti, oggi più che mai”.

Ciro Cafiero (Avvocato ed esperto di diritto del lavoro) mette in evidenza come “la rivoluzione tecnologica offre straordinarie opportunità come il rilancio dell’occupazione nei territori senza industria ma, per trarne benefici, bisogna avere la capacità di governala fuori dagli schemi novecenteschi”.

Maurizio Sorcioni (Responsabile dello Staff di Statistica, Studi e Ricerche di ANPAL Servizi) sottoliena che "solo garantendo investimenti adeguati sulla formazione professionale post diploma, sui servizi di intermediazione e sulle diverse forme di alternanza formazione lavoro sarà possibile creare le condizioni di contesto necessarie e garantire il successo di Industria 4.0, uno dei programmi più ambiziosi che il nostro paese abbia messo in campo nell’ambito politiche industriali".

Per Marco Bentivogli (Segretario generale FIM-CISL) “la rivoluzione digitale tocca il rapporto tra tecnologia, uomo e società. Se la fabbrica del XX secolo conservava al lavoro una dimensione collettiva e faceva in una stretta correlazione tra spazio e tempo il terreno su cui organizzarlo, oggi questo legame va via via affievolendosi”. In questa prospettiva deve cambiare anche il ruolo delle parti sociali.

Maurizio Busacca (Sociologo e imprenditore sociale) “propone un'altra angolazione dello sguardo, che è frutto della scelta precisa di intendere il fenomeno industria 4.0 come un processo sociale e non come mera promozione di innovazione tecnologica al servizio della produzione. Come processo sociale coinvolge sia i meccanismi di formazione della conoscenza e dell’innovazione sia i meccanismi di organizzazione del lavoro, temi chiave del costrutto innovazione sociale e dell’impresa sociale”.

Angela Schito (Dipartimento Lavoro delle Acli nazionali) osserva come “lo sviluppo della tecnologia e le sue applicazioni (dall’industria alla medicina) dovrebbero presupporre un dibattito più allargato, una condivisione ampia di idee, di valori, che tengano conto dell’uomo innanzitutto, non solo dei profitti. Le istituzioni, le forze politiche e la società civile, a vari livelli, dovrebbero occuparsi del tema non solo “a valle”, dipanando la matassa delle responsabilità civili e penali dei robot per introdurre nuove tassazioni o contributi previdenziali, ma diventando interlocutori attivi di un processo, l’accelerazione tecnologica, che, per quanto inarrestabile e veloce, deve avere una governance più allargata”.

Marco Moroni (Centro Studi Acli Marche) sottolinea come “la politica deve guidare (cioè indicare la direzione) e governare i processi economici e tecnologici. Come di fronte a tutti i problemi, se si vuole evitare un futuro in cui masse enormi di disoccupati saranno a pronte a scagliarsi contro chi concentra il potere nelle proprie mani, occorre trovare una soluzione socialmente sostenibile. Nei prossimi decenni l’umanità avrà la possibilità di migliorare le proprie condizioni di vita approfittando delle opportunità offerte dal progresso tecnologico. Serve una classe politica che, controllata e pressata da cittadini attivi e consapevoli, faccia scelte coraggiose: creare una società più giusta e più solidale, nella quale i vantaggi ottenuti dalle nuove macchine siano distribuiti fra tutti

Il contributo di Matteo Bracciali (Segretario Giovani delle Acli) – che verrà pubblicato nei prossimi giorni – ragiona sul rapporto giovani e lavoro alle luce delle trasformazioni in atto nel mondo del lavoro. Così come quello di Santino Scirè (membro della Presidenza nazionale Acli con delega al lavoro) che propone il punto di vista delle Acli rispetto alle questioni che le innovazione tecniche aprono sul piano sociale, economico ed antropologico.

Concludiamo con un’ampia intervista a Michele Faioli (Esperto di diritto del lavoro e neo-nominato Consigliere del CNEL) che tra l’altro sottolinea come “per i giovani millennials sia necessario un Jobs Compact europeo ossia uno schema comune per la disoccupazione e uno per la promozione della mobilità geografica dei giovani”. Faioli propone anche una valutazione del Jobs Act che “ha promosso politiche attive che hanno una regia nazionale, ha effettuato una profonda rimodulazione del collegamento tra politiche attive e sostegno al reddito in caso di disoccupazione, ha spostato il focus dalle flessibilità in entrata/in uscita alla flessibilità interna”.
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Le politiche attive per l’Industria 4.0 http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2293 Thu, 03 Aug 2017 09:59:59 +0200   Solo garantendo investimenti adeguati sulla formazione professionale post diploma, sui servizi di intermediazione e sulle diverse forme di alternanza formazione lavoro sarà possibile creare le condizioni necessarie e garantire il successo di Industria 4.0. Uno dei programmi più ambiziosi che il nostro paese abbia messo in campo nell’ambito delle politiche industriali.
Con il piano nazionale “Industria 4.0” il tema dell’innovazione torna al centro delle politiche di sviluppo ed in un paese come il nostro, con una struttura economica caratterizzata da un’imprenditoria diffusa, realizzare un programma che punti a sollecitare le imprese ad intraprendere “la quarta rivoluzione industriale”, non è cosa facile. Il programma punta a sostenere le imprese che vogliono acquisire competitività, offrendo un supporto negli investimenti, nella digitalizzazione dei processi produttivi, nella valorizzazione della produttività dei lavoratori, nella formazione di competenze adeguate e nello sviluppo di nuovi prodotti e processi. Ma se le diverse misure dedicate al rafforzamento tecnologico ed organizzativo appaio delineate e per certi versi collaudate, l’aspetto più critico è certamente quello della formazione delle competenze necessarie a sostenere i processi di innovazione, soprattutto di quelle imprese di piccole e medie dimensioni che rappresentano l’ossatura del nostro sistema produttivo e che sono il verro target del processo di digitalizzazione.

Il piano si innesta in uno scenario non proprio brillante. Il mercato del lavoro presenta oggi un significativo gap in termini di qualificazione e dotazione di competenze potenzialmente spendibili nella quarta rivoluzione industriale. Sulla base dei dati di previsione Unioncamere si valuta che nel periodo 2016-2020 ci sarà una crescita dell’occupazione (agricoltura esclusa) del 2,1%. Considerando anche la componente di replacement demand, rappresentata dalla domanda di lavoro delle imprese derivante dalla necessità di sostituire i lavoratori in uscita (pensionamento e mortalità), il fabbisogno medio annuo è di circa 500 mila lavoratori, generato non tanto alla crescita quanto alla sostituzione del personale in uscita che rappresenterà l’82% del totale a fronte di una domanda di lavoro incrementale pari al 18%.

Nel prossimo triennio, dunque, il fabbisogno riguarderà per il 40% figure di alto profilo (high skill), per il 33% figure di livello intermedio e nel 27% profili non qualificati. Ma il fatto nuovo è nei prossimi anni è prevista una crescita del 30% del fabbisogno di figure high skill e del 16% per le figure di livello intermedio.

La domanda che sorge spontanea è quindi la seguente: è in grado il nostro sistema di garantire le competenze professionali necessarie a rispondere alla nuova domanda di lavoro? Difficile dirlo ma quel che è certo e che per quattro imprese su dieci tra quelle che intendono assumere gran parte delle high skills sono di difficile reperimento. Gli imprenditori incontrano serie difficoltà nel reperire analisti e progettisti di software, ingegneri meccanici, specialisti in scienze economiche, ingeneri industriali e gestionali tecnici programmatori ma anche rappresentanti di commercio, tecnici della vendita e della distribuzione. Insomma il cuore di quelle professioni più strettamente legate alle innovazioni di processo e di prodotto.

Ciò dipende da due fattori: da una parte dalla storica mancanza di “passerelle” tra il sistema della formazione tecnica ed universitaria ed il sistema produttivo e, dall’altra, dalla assenza di un sistema di intermediazione efficiente che consenta alle imprese di intercettare le competenze necessarie ai propri piani di innovazione. In Italia gran parte della domanda di lavoro resta “nascosta” e quasi mai le aziende, soprattutto le piccole e medie, scelgono i canali formali dell’intermediazione (agenzie pubbliche e private autorizzate). Parallelamente l’offerta di formazione professionale inziale e continua, soprattutto quella di livello tecnico specialistico messa a disposizione da parte delle regioni, si contrae significativamente. Secondo i dati Eurostat nel 2006 partecipavano alla formazione professionale in Italia circa 911 mila persone. Nel 2014 il loro numero si è ridotto a 620 mila con una contrazione di quasi trecentomila partecipanti.

Ma i problemi non riguardano solo l’offerta di formazione. Dalla analisi delle comunicazioni obbligatorie si evince, ad esempio, che l’apprendistato per l’alta formazione e la ricerca - che dovrebbe rappresentare il principale strumento per favorire l’ingresso di personale giovane e qualificato in azienda - è fermo al palo. Si contano in tutto il 2016 appena 728 contratti di cui la gran parte nelle grandi imprese manifatturiere di Lombardia e Piemonte. Eppure l’apprendistato cosiddetto di terzo livello, oggi realizzabile anche attraverso il modello duale, beneficia di fortissimi incentivi economici che dovrebbero stimolare le imprese ad utilizzarlo.

Si potrebbe continuare con esempi di questo tipo ma la sostanza non cambierebbe. Per accompagnare il processo di innovazione sostenuto dal Industria 4.0 c’è bisogno di un forte investimento sulle politiche attive ed in particolare sui servizi di intermediazione e sulla formazione professionale specialistica, sostenendo il sistema delle imprese anche nel ricorso alle forme contrattuali incentivate tra cui appunto l’apprendistato di terzo livello.

Con il Jobs Act e con l’insieme degli interventi normativi che hanno ridefinito il quadro nazionale delle politiche attive del lavoro (non ultima l’istituzione dell’Agenzia nazionale per le politiche attive del lavoro) sul piano strettamente normativo e regolamentare si è fatto molto ma manca ancora “la messa a terra” di tali principi ossia la traduzione delle indicazioni contenute nel decreto legislativo 150/2015 in interventi operativi soprattutto nelle regioni del mezzogiorno.

Solo garantendo investimenti adeguati sulla formazione professionale post diploma (ad esempio attraverso gli ITS) sui servizi di intermediazione e sulle diverse forme di alternanza formazione lavoro sarà possibile creare le condizioni di contesto necessarie e garantire il successo di Industria 4.0 uno dei programmi più ambiziosi (almeno sulla carta) che il nostro paese abbia messo in campo nell’ambito delle politiche industriali.
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Intervista a Ermete Realacci: "Costruire un futuro all’altezza della nostra storia" http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2292 Thu, 03 Aug 2017 08:43:33 +0200   Proponiamo un'intervista all'on. Ermete Realacci Presidente della Commissione Ambiente della Camera dei Deputati e Presidente di Symbola  
La stesura della nuova Strategia Energetica Nazionale, su cui si è aperta una consultazione pubblica e un confronto in Parlamento, è un primo banco di prova per definire la direzione di marcia. Su cosa occorre puntare in particolare? Cosa emerge dal rapporto Symbola-Unioncamere? Che legame c’è tra coesione competizione?

La nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN) è un passaggio importante per orientare la nostra economia alla sostenibilità e al futuro, per capire se l’Italia ha colto la posta in gioco. Rispetto alla “vecchia” SEN che è stata rapidamente superata dai fatti, la proposta iniziale del Governo è positiva. A partire da una base conoscitiva condivisibile e dal lavoro comune del Ministero dello Sviluppo Economico e del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare, in maniera da integrare pienamente la SEN con gli impegni presi a Parigi sul contenimento dei mutamenti climatici, i cui effetti sono sempre più evidenti.

Oggi parlare di Strategia Energetica Nazionale, di mutamenti climatici, significa affrontare una sfida non solo ambientale ma economica, tecnologica, geopolitica, sociale e culturale senza precedenti. E’ quindi necessario porsi obiettivi al tempo stesso ambiziosi e praticabili. Sono già in atto cambiamenti formidabili. Pensiamo alla produzione dell’energia elettrica: l’obiettivo di eliminare totalmente il carbone nei prossimi anni e puntare al 100% di rinnovabili nel 2050 è oggi assolutamente alla portata. Per non parlare del settore della motorizzazione privata con la Tesla, l’azienda di auto elettriche californiana fondata da Elon Musk, che ha superato in borsa le quotazioni della Genel Motors. E l’AD di General Motors, Mary Teresa Barra, ha dichiarato che nei prossimi anni le automobili cambieranno più che negli ultimi 50 anni. Cambiamenti che sono anche sociali e culturali. Pensiamo al diffondersi dell’uso delle biciclette e del car-sharing: una variante del “voto col portafoglio”, cara al mio amico Leonardo Becchetti, che rappresenta un formidabile strumento di pressione dal basso per costruire un’economia più a misura d’uomo. Symbola ha sempre cercato di ragionare sul futuro guardando all’Italia con occhi diversi. C'è una frase di Proust molto bella, che dice “un vero viaggio di scoperta non è cercare nuove terre ma avere nuovi occhi”. Abbiamo enormi problemi - non solo il debito pubblico, ma anche le diseguaglianze sociali, la mancanza di lavoro, l’economia in nero, quella criminale, il ritardo del Sud, una burocrazia spesso soffocante – possiamo affrontarli solo chiamando a raccolta i talenti e le energie disponibili.

La visione di Symbola e i rapporti prodotti in questi anni ci dicono che se l’Italia scommette sulla qualità trova il suo posto nel mondo. Una tesi confermata anche dall’aumento del nostro export. I nostri rapporti: “Green Italy”, sulla green economy, “Io sono cultura”, sul valore aggiunto prodotto dalle industrie culturali, “Coesione è competizione”, su imprese, territori e comunità, lo dimostrano. Si vede così che il 26.5% delle nostre imprese hanno fatto investimenti in campo ambientale e sono quelle che crescono ed innovano di più, esportano di più, producono più posti di lavoro. Il 44.5% dei nuovi posti di lavoro prodotti nel 2016, circa 250.000, hanno competenze green. O che le imprese che sono più “coesive”, che hanno migliori relazioni con i lavoratori, le comunità, i territori crescono di più e producono più posti di lavoro. Vale in molti paesi del mondo, ma in Italia in particolar modo: essere buoni insomma è anche conveniente. Una consapevolezza che può dar forza ad un cambiamento positivo.

Il G7 ambiente di Bologna ha confermato la linea emersa a Taormina: gli Usa sono isolati e i Sei andranno avanti con gli impegni sul clima assunti con l’Accordo di Parigi. Che ruolo può avere l’Europa e l’Italia?

Trump forse ci ha fatto un favore tenendo fede agli impegni elettorali e mettendo in discussione gli Accordi di Parigi. La sua posizione ha compattato gli altri paesi e in particolare ha messo assieme Germania, Francia e Italia nel difendere un'idea di Europa che scommette sulla lotta ai mutamenti climatici anche per rilanciare l'economia. Bisogna andare avanti su questa strada, tenendo presente che oggi il ruolo e la posizione della Cina sono molto diversi rispetto al passato. Rispetto ad esempio al 2009, quando si mise di traverso durante i lavori della Cop di Copenaghen: ora la Cina si presenta in tutti i consessi internazionali dichiarando la sua volontà di tenere fede agli accordi sul clima.

L’Europa ha quindi una grande occasione per riscoprire la sua anima, per concepirsi – come dichiarava il preambolo della Carta dei diritti Fondamentali dell’Unione Europea - come “spazio privilegiato della speranza umana”. L’Europa vista a Taormina e poi a Bologna sembra aver ritrovato nella partita del clima una sua missione chiave nel puntare ad un’economia a misura d’uomo. Un punto di vista che era anche dell’America di Obama ed ora risuona con forza nelle parole della Merkel, di Macron, di Gentiloni. Molto meno per la verità nel nostro dibattito politico interno.


Come e perché gli Obiettivi di sviluppo sostenibile 2015-2030 e la Laudato si’ possono rilanciare il multilateralismo?

Il multilateralismo è un passo obbligato. La politica di Trump produrrà dei danni non solo per ciò che riguarda l’economia ambientale. Larga parte degli Usa, dei suoi attori economici più importanti va da un’altra parte rispetto al Presidente. Ad esempio lo Stato della California sta seguendo gli obiettivi dell’Europa rispetto alla questione climatica. La politica di Obama ha cercato di gestire un approccio multilaterale. Come è noto l’Accordo di Parigi ha stabilito di destinare ingenti risorse finanziarie per aiutare i Paesi più deboli: l'obiettivo della road-map è creare un green-fund da 100 miliardi di dollari l'anno fino al 2020, con l'impegno ad aumentare i fondi per l'adattamento e la cooperazione internazionale. La mancanza dei contributi promessi degli USA può essere un problema se non verrà sostituita dalla Cina. Penso, ad esempio, ai Paesi africani che si affacciano sul Mediterraneo, in cui spesso i mutamenti climatici producono povertà, conflitti, migrazioni. Gentiloni ha annunciato uno stanziamento di 30 milioni di euro da parte del governo italiano nei prossimi tre anni per far fronte a una delle crisi umanitarie più gravi al mondo: quella che sta colpendo i Paesi del bacino del Lago Ciad (di cui fanno parte oltre alla Nigeria anche Camerun, Ciad e Niger); quasi 11 milioni di persone. Bisogna ricordare che negli ultimi trenta anni la superficie del lago Ciad si è ridotta da 25mila kmq (più grande della Lombardia) del 1963 a meno di 2000 dei nostri giorni (più piccolo della Valle d’Aosta). Proprio alcune zone a ridosso del Lago sono diventate le roccaforti di Boko Haram. Il tema della stabilità e lo sviluppo economico del Camerun e dell’intera sotto-regione è cruciale per il futuro dell'Africa centrale e del Sahel e l'Italia, con Paolo Gentiloni, lo ha capito bene. La tutela ambientale è sempre più collegata allo sviluppo economico, alle tensioni internazionali, ai flussi migratori.


Quale è la portata innovativa della Laudato sì’ in campo sociale, economico, politico oltre che ambientale? Perché oggi la crisi ambientale e crisi sociale non possono essere più separate?

La “Laudato si’” è il tentativo più serio, sistematico e fertile di leggere i tempi che ci è dato vivere. Vi è una verticalità e una ampiezza della riflessione senza precedenti. Si parla della pianificazione urbanistica, del degrado umano e ambientale, della questione climatica, dell’acqua della biodiversità, del ruolo della tecnologia, della crisi finanziaria, del ruolo della politica con espressioni suggestive, straordinarie. Con parole molto chiare. Cito una passaggio tra i molti che mi hanno colpito: "Il paradigma tecnocratico tende ad esercitare il proprio dominio anche sull’economia e sulla politica. L’economia assume ogni sviluppo tecnologico in funzione del profitto, senza prestare attenzione a eventuali conseguenze negative per l’essere umano. La finanza soffoca l’economia reale. Non si è imparata la lezione della crisi finanziaria mondiale e con molta lentezza si impara quella del deterioramento ambientale. In alcuni circoli si sostiene che l’economia attuale e la tecnologia risolveranno tutti i problemi ambientali, allo stesso modo in cui si afferma, con un linguaggio non accademico, che i problemi della fame e della miseria nel mondo si risolveranno semplicemente con la crescita del mercato. Non è una questione di teorie economiche, che forse nessuno oggi osa difendere, bensì del loro insediamento nello sviluppo fattuale dell’economia. Coloro che non lo affermano con le parole lo sostengono con i fatti, quando non sembrano preoccuparsi per un giusto livello della produzione, una migliore distribuzione della ricchezza, una cura responsabile dell’ambiente o i diritti delle generazioni future. Con il loro comportamento affermano che l’obiettivo della massimizzazione dei profitti è sufficiente. Il mercato da solo però non garantisce lo sviluppo umano integrale e l’inclusione sociale (tesi n. 109)”.

L’enciclica coglie molto bene il nesso tra crisi finanziaria, crisi sociale e ambientale mostrando un forte impianto umanistico, che afferma senza mezzi termini come le migliori qualità umane debbano essere messe in campo per eliminare una cultura e una logica dello scarto oggi dilagante. La Laudato si’ è un documento di grande forza che ha avuto un impatto positivo sulle scelte del mondo ed in particolare sui lavori della COP21 di Parigi.


Che nesso esiste tra disuguaglianza sociale ed economica e questione ambientale?

Bisogna costruire un’economia a misura d’uomo, fondata sulle relazioni comunitarie, che scommetta sulla bellezza, sulla qualità, sulla conoscenza, sull’innovazione, sul paesaggio e la coesione sociale. Questa è la strada per ridurre le disuguaglianze tra le persone e i territori valorizzando il nostro patrimonio. La cultura è nel nostro dna e grazie ad essa possiamo costruire un futuro all’altezza della nostra storia. L’Italia infatti è forte se fa l’Italia, se scommette su ciò che la rende unica e desiderata nel mondo. Come sostiene lo storico Carlo Cipolla “l’Italia ha la vocazione di produrre cose che piacciono al mondo”. La via italiana allo sviluppo non può essere quella di competere con altri Paese riducendo i diritti o la salvaguardia dell’ambiente. La nostra storia ci dice che la bellezza produce bellezza, che deriva anche dalla capacità di curare e sviluppare le relazioni.


Gli Obiettivi di sviluppo sostenibile 2015-2030 adottati dall’ONU, possono cambiare profondamente il modo di concepire la questione ambientale sul piano politico?

Credo proprio di si. Qui vedo una missione per l’Europa e per le sue culture fondative. Anche se non mancano spinte di segno diverso, ad esempio nei paesi dell’Est, la missione dell’Europa, la sua forza morale, il suo soft-power è coerente con gli” Obiettivi di sviluppo sostenibile 2015-2030” adottati dalle Nazioni Unite.
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In rete http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2291 Tue, 01 Aug 2017 17:28:37 +0200   ]]> Perché parlare di innovazione sociale, impresa sociale e industria 4.0? http://www.benecomune.net/articolo.php?notizia=2290 Tue, 01 Aug 2017 16:18:03 +0200   L’accostamento di questi tre concetti non è scontato. Nella maggior parte dei casi quando ci si riferisce all'industria 4.0 si parla di tecnologie, innovazioni, investimenti e macchinari. Qui si propone un'altra prospettiva che sceglie di intendere il fenomeno industria 4.0 come un processo sociale e non come mera promozione di innovazione tecnologica al servizio della produzione
L’accostamento di questi tre concetti non è scontato. Nella maggior parte dei casi quando si parla di industria 4.0 si parla di tecnologie, innovazioni, investimenti e macchinari. Qui si propone un'altra angolazione dello sguardo, che è frutto della scelta precisa di intendere il fenomeno industria 4.0 come un processo sociale e non come mera promozione di innovazione tecnologica al servizio della produzione. Come processo sociale coinvolge sia i meccanismi di formazione della conoscenza e dell’innovazione sia i meccanismi di organizzazione del lavoro, temi chiave del costrutto innovazione sociale e dell’impresa sociale.

Nel corso degli ultimi anni il tema del lavoro, o forse sarebbe più opportuno dire del non lavoro, è diventato centrale nel campo delle politiche sociali. Le ragioni sono molte ma per motivi di spazio e di economia del discorso possiamo semplificarle attorno a due.

La prima, quella più lungamente e approfonditamente trattata, imputa le cause del lavoro/non lavoro all’avvento del paradigma dell’economia della conoscenza e alla rapidità con la quale i saperi professionali diventano obsoleti in una organizzazione del capitale e del lavoro orientata alla produzione continua di nuovi saperi e innovazione. Secondo questo approccio, per rispondere proattivamente ai rischi connessi al non lavoro è necessario promuovere azioni di formazione continua per dotare gli individui di quelle competenze indispensabili a reggere le pressioni di un mercato del lavoro che richiede uomini e donne sempre più flessibili (Sennet 1999). Derivata di questa visione è la flexicurity (Keune & Serrano 2014), ovvero l’introduzione di forme di sicurezza sociale per i sempre più frequenti periodi di non lavoro.

La seconda prospettiva ribalta in parte la prima; non mette al centro della sua riflessione persone flessibili da aggiornare continuamente ma veri e propri jobless, i cui lavori sono stati rimpiazzati da macchine o da variegati processi di automazione. Una derivata di questo approccio è l’emergere di proposte finalizzate al reddito di cittadinanza, universale, di base, minimo, etc. L’idea di fondo è piuttosto chiara e lineare, efficace anche quando assunta dal suo lato poco sociale o umanitario: il progresso tecnologico renderà obsoleta parte della forza lavoro mondiale, che però un reddito minimo di sopravvivenza potrà contribuire a rendere ugualmente utile al sistema economico come produttrice di dati digitali e come consumatrice di prodotti.

È interessante notare come questi due discorsi riescano a mettere d’accordo i tre regimi di stato sociale enucleati da Esping-Andersen nel 1990: conservative/corporatist, liberal e social democratic. Il modello americano con quello europeo, insomma.

Discutere oggi di Industria 4.0 senza discutere anche di lavoro/non lavoro e di possibili forme di reddito sociale sarebbe come cercare di conversare di applicazioni e connettività senza avere a mente cosa sia e come funzioni uno smartphone: impossibile o comunque poco proficuo.

Allo stesso modo non è superfluo elencare i modi, essenzialmente due, nei quali si parla di industria 4.0 associata all’innovazione sociale. Il primo dei due, quello più di moda e visibile, disegna un futuro artigiano (Micelli 2011) dove le nuove tecnologie consentono nuove forme collaborative e aperte di organizzazione del lavoro. Il secondo, forse meno famoso ma ugualmente rilevante, prospetta la centralità di nuovi luoghi dell’innovazione (Montanari & Mizzau 2016) e di imprese ibride (Venturi & Zandonai 2016). Entrambe queste visioni evocano forme di innovazione cooperativa e di produzione culturale collettiva (Subirats 2011). Alla situazione di crisi del lavoro/non lavoro propongono risposte sia attraenti per i meccanismi di mercato sia di valorizzazione di gruppi e organizzazioni che sostengono meccanismi di cooperazione sociale capaci di superare la storica dicotomia Stato-mercato.

Come testimoniato dalle sempre più imponenti iniziative della Commissione Europea a queste risposte ci si affida per contrastare il problema crescente della segregazione urbana e delle manifestazioni spaziali di crescita delle disuguaglianze. In Italia hanno colpito meno duramente rispetto ad altri paesi, ma hanno ugualmente lasciato il segno. Laddove né i meccanismi di pianificazione e regolamentazione del territorio né le politiche sociali tradizionali né i meccanismi di mercato hanno portato a città e aree metropolitane più egualitarie, ci si affida oggi all’innovazione sociale. Questo però avviene di frequente senza porsi una domanda cruciale: siamo tutti in grado di generare innovazione sociale?

Una valida risposta a questa domanda arriva da un interessante lavoro di 4 ricercatori catalani che nell’articolo El papel de la innovación social frente a la crisis (Blanco et al 2016), in esito alla mappatura di oltre 700 pratiche di innovazione sociale e a un'analisi comparativa di sei studi di caso, propongono la tesi che l'innovazione sociale non si verifica necessariamente tra le comunità più svantaggiate, ma piuttosto tra i gruppi con le maggiori risorse per l'azione collettiva. Secondo loro, quindi, non sarebbero i più colpiti dalla crisi ad essere favoriti nella produzione di innovazione sociale bensì quelli che hanno gli strumenti immateriali (cognitivi, culturali, relazionali, etc) e materiali (beni, denaro, mezzi, etc) per farvi fronte, con il rischio conseguente di aumentare le disuguaglianze che si vorrebbero contrastare.

Discutere di, e ancora di più programmare l’industria 4.0 senza avere in mente questi rischi potrebbe significare aumentare ancora di più i fattori di disuguaglianza sociale. Al contrario, si potrebbero immaginare e favorire forme di innovazione tecnologica capaci di supportare movimenti cooperativi e di emancipazione.

Questa rappresenta una possibile sfida sia per i movimenti sociali e imprenditoriali che attorno a questi temi ed esperienze sono nati di recente (ad es. i Fablab, i coworking, etc) sia per le tradizionali imprese sociali (cooperative sociali in primis). È forse dall’incontro tra queste due famiglie di imprese che potrebbe scaturire l’inaspettato, ovvero lavorare sul paradosso delle forme emergenti di economia sociale: per le prime la scarsa presenza di modelli cooperativi per la gestione di nuovi processi e per le seconde la presenza di imprese che dichiarano di avere nello sharing il loro principio di regolazione. È così che l’industria 4.0 potrebbe evolvere dall’innovazione tecnologica a quella sociale, ad una nuova imprenditorialità sociale vista come opportunità per generare processi di cambiamento organizzativo delle imprese, sociali e non, e del lavoro.
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