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Ottobre 2015 Tutto intorno a te

  • Tutto intorno a te




    Il paradigma tecnocratico pensa che tutto sia possibile all'uomo


    Il Papa, nella Laudato Si', cita il paradigma tecnocratico, col quale si spiega il cambiamento più significativo che l'uomo stia vivendo sia sul piano sociale sia sul piano antropologico. Questa posizione del Papa ci pareva un ulteriore – e, non c'è che dire, assai autorevole - indizio per legittimare quella considerazione secondo cui questi anni, a cavallo tra i due secoli, ci fanno vivere un mutamento tale che la storia ricorderà come ha fatto per passaggi quali la caduta dell'Impero romano o la Rivoluzione industriale. Passaggi epocali. Se è così, allora converrà capirne qualcosa di più.

    Ecco allora il nostro direttore Leonardo Becchetti ad introdurre un pensiero che parte dalle conseguenze economiche – che sono molte, in primis in tema di lavoro – per arrivare alle conseguenze di ordine antropologico e sociale: ecco, per questo l'economia civile – che ha a che fare con entrambe le "conseguenze" - si trova di fronte ad una sfida interessante, perché il capitale sociale produce beni (relazionali) civicamente corretti. Ma come si produce capitale sociale quando le relazioni sono costituite anche da connessioni? Le relazioni sono possibili solo offline? Non è forse la stessa struttura sociale, oramai, a cercare (anche affannosamente!) l'on line? Tonino Cantelmi definisce così la società incessante, incapace di staccare la spina, di differenziare il giorno con la notte, le domeniche dai lunedì, le relazioni dalle connessioni.

    La rivoluzione digitale sollecita il fare per esserci e l'esserci per apparire. I new media sono strumenti potentissimi: apparentemente democratici, sono strumenti di dominio che possono seminare caos e instabilità. E dire che il pensiero che li genera sarebbe di segno opposto. È Giovanni Cogliandro a ripassare quell'evoluzione del pensiero filosofico, soprattutto di tradizione gnostica, che vede il mondo come caos primordiale a cui solo l'uomo può rispondere riportando il giusto ordine: il paradigma tecnocratico, che vede il mondo come una realtà informe totalmente disponibile alla manipolazione dell'uomo, ai suoi (più o meno sconclusionati) desideri di potenza. Peraltro, come ci spiega con saggezza Marco Guzzi, ad ogni miglioramento tecnico s'accompagna un pericolo reale, dato che un potere potrà essere esercitato più o meno bene, ma certamente non saremo immuni da un desiderio egoistico di dominio verso l'altro che prima o poi si manifesterà. Per questo Marco, con un finale di profonda spiritualità, ci indica un doppio livello di intervento. O di battaglia?

    Alessandro Giuliani non ha mezzi termini, anzitutto nel definire la situazione: noi non siamo di fronte ad una forma di secolarismo, ma ad una vera e propria religione alternativa al cristianesimo. La scienza e la tecnica non sono un male, ma l'idolatria – che si manifesta anche con l'idea che sia possibile ogni conquista - conquista e sostituisce lo spirito umano. Per questo Alessandro ci incita anche a lasciare, per qualche tempo, gli studi di sociologia, diritto e storia, perché il clangore delle armi è quello della chimica, della fisica, della statistica. D'altra parte, se noi pensiamo che la tecnica si limiti ad essere uno strumento, ci sbagliamo di grosso. Massimiliano Padula, proprio a partire dall'esperienza dei new media, semplifica efficacemente la questione affermando che essi sono passati dall'essere strumenti ad ambienti, da oggetti a soggetti dell'universo social: è il paradigma tecnocratico, baby.

    Non vi basta? Abbiamo voluto concludere questa qualificatissima rassegna con un'intervista ad un sociologo, Mauro Magatti, che da tempo descrive ciò che lui ha definito come capitalismo tecno-nichilista e ciò che lui pone come questione essenziale: il problema di come stabilire una corretta e virtuosa relazione tra sviluppo economico e umano. Una possibilità sta nell'idea di generatività, per superare quell'idea della libertà che si fonda solo sul poter fare tante cose, essere liberi di o liberi da, perché nel mondo per generare occorre una relazione, e quindi una libertà per. Una libertà, invece, costruita solo sull'individualità di un essere sollecitato all'egoismo non può che produrre solitudine e povertà. Non è vero che tutto è intorno a te: ma ciò che è peggio è credere a questa idea, e farla esistere e farla durare.



  • Al crocevia di una svolta antropologica




    Il superamento del paradigma tecnocratico ossia della forma estrema dell'io chiuso in se stesso, implica un lavoro insurrezionale su due livelli ormai indissociabili: quello personale del rovesciamento costante della nostra mente egoico-mortale, e quello storico-culturale e politico dell'elaborazione di una inedita cultura della trasformazione, della trans-figurazione dell'uomo


    Per comprendere a fondo la radicalità e la bellezza delle provocazioni che Papa Francesco lancia al mondo nella sua ultima Enciclica, credo che sia necessario tenere presente il suo punto di partenza, che è questo: "L'umanità è entrata in una nuova era in cui la potenza della tecnologia ci pone di fronte ad un bivio" (n. 102). Non ci troviamo cioè in una fase critica come le altre della storia, ma in un punto cruciale e fatale in cui, come aveva d'altronde gridato anche il Concilio, è "in pericolo, di fatto, il futuro del mondo" (Gaudium et spes n. 15).

    Questo pericolo è determinato da uno sviluppo tecnologico ormai sganciato da qualsiasi logica umana e quindi capace di operare distruzioni senza precedenti: "al di là di qualunque previsione catastrofica è certo che l'attuale sistema mondiale è insostenibile da diversi punti di vista, perché abbiamo smesso di pensare ai fini dell'agire umano" (n. 61).

    La situazione possiede in tal senso caratteri di terminalità, e richiede perciò, come ribadisce dall'inizio alla fine del suo testo Papa Francesco, una "coraggiosa rivoluzione culturale" (n. 114), "un nuovo inizio" (n. 207) di portata antropologica.

    Lo schema di pensiero che segue il Papa sembra molto influenzato da una parte dalle ultime riflessioni di Leonardo Boff, e dall'altra da quelle di Romano Guardini, ampiamente citato nell'Enciclica.

    Nel suo ultimo libro, Il Tao della liberazione, Boff descrive così la nostra condizione planetaria sottoposta al dominio del paradigma tecnocratico, anticipando a volte alla lettera alcuni punti della "Laudato si'": "Ci troviamo dunque ad un crocevia. Dal punto di vista tecnologico le scoperte nel campo delle comunicazioni, dell'informatica e della genetica amplificano il potere dell'uomo come non mai. Dal punto di vista economico il mondo è soggiogato a tutti i livelli dai dettami del 'mercato' e del profitto. Dal punto di vista politico, le corporations transnazionali stanno diventando poteri dominanti a livello globale, grazie al sostegno della forza militare delle nazioni al servizio dei loro interessi. Dal punto di vista culturale i mass media impongono in tutto il mondo i valori e i desideri del consumismo" (p. 58).

    Questa situazione ormai insostenibile dipende interamente dagli sviluppi abnormi di un potere tecnico che l'uomo non sembra più capace di orientare,e cioè di direzionare verso una autentica evoluzione. E qui interviene l'analisi di Guardini (e in sottofondo di Heidegger, ispiratore di Guardini): la tecnica in sé non è un male, in quanto l'essere umano è sempre creatore di tecniche (e cioè di linguaggi), ma è come se in questi ultimi tempi, a partire dalle accelerazioni dell'epoca industriale, l'intrinseca ambiguità del potere tecnico avesse raggiunto un punto di rottura che richiede una sorta di capovolgimento e di cambio di rotta. Mi spiego: ogni aumento del nostro potere, attraverso lo sviluppo di nuove tecniche (dalla ruota al computer), implica sempre una crescita dei pericoli insiti nell'utilizzo di questi poteri. Per cui ad ogni crescita del potere tecnico abbiamo visto aumentare anche le distorsioni e le forme violente e distruttive del suo utilizzo. Ad un certo momento però questa ambiguità è come se non fosse più contenibile dall'uomo, è come se l'uomo, per come lo conosciamo, non fosse più in grado di guidare e di mantenere nell'orbita dell'umano i poteri immensi che sta creando, in quanto, dice il Papa "l'immensa crescita tecnologica non è stata accompagnata da uno sviluppo dell'essere umano per quanto riguarda la responsabilità, i valori e la coscienza" (n. 105).

    Potremmo dire così: l'io egoico, centrato su di sé, la forma di umanità che in definitiva ha governato finora l'intera storia del pianeta, non è più in grado di proseguire l'evoluzione del mondo, non sa più gestire i suoi poteri, manifestandoli solo come dominio e distruzione. Da ciò deriva la radicalità antropologica della rivoluzione in atto. Non potremo cioè mai affrontare le devastazioni del paradigma tecnocratico dominante mantenendoci nell'alveo della medesima forma di soggettività ego-centrata, che lo ha prodotto e continua ad alimentarlo. E' un'intera "concezione del soggetto" (n. 106) che si sta mostrando fallace, unilaterale, riduzionistica, e mortale.

    Se vogliamo perciò "svoltare" per davvero, cambiare rotta e dare inizio ad una nuova fase evolutiva della storia, dobbiamo lavorare e pensare a questo livello di radicalità, al livello di una transformazione del modo in cui l'essere umano vive e sperimenta la propria soggettività. Non bastano perciò le esortazioni morali né tantomeno i programmi riformistici di una politica quasi del tutto ormai priva di pensiero, qui urge "una profonda conversione interiore" (n. 207), una spaventosa e vertiginosa dilatazione della coscienza, che ci apra, uno per volta, ai misteri del nostro essere in comunione col Tutto e con tutti. Qui si tratta di una umanità nuova, relazionale, trans-egoica, e postbellica, che per i cristiani è poi quella inaugurata dal Cristo, la quale però sembra emergere proprio adesso dal corpo lacerato della storia, come unica alternativa biologica, ecologica e culturale, alla devastazione dell'io ego-centrato.

    Questa è la novità assoluta, che Papa Francesco rilancia: il superamento del paradigma tecnocratico, e cioè della forma estrema dell'io chiuso in se stesso, implica un lavoro insurrezionale su due livelli ormai indissociabili: quello personale del rovesciamento costante della nostra mente egoico-mortale (meta-noia), e quello storico-culturale e politico dell'elaborazione di una inedita cultura della trasformazione, della trans-figurazione dell'uomo.

    E questo immenso lavoro lo possiamo avviare nella serena certezza che la nuova umanità, la nostra umanità nascente, il Cristo in noi evocato da san Paolo, già c'è, già è nato, già cresce nei nostri cuori, e nella carne dolente e fiorente del mondo, sia pure coi suoi tempi e con le sue modalità spesso paradossali: "L'autentica umanità, che invita a una nuova sintesi, sembra abitare in mezzo alla civiltà tecnologica, quasi impercettibilmente, come la nebbia che filtra sotto una porta chiusa" (n. 112).



  • Armonia é... senso del limite




    La falsa tecno-scienza che riempie di proclami i nostri media non funziona, non produce farmaci o strumenti utili all'uomo, non produce nuova conoscenza della natura. La scienza deve tornare a ricercare l'armonia e a riscoprire il limite. Più uno scienziato è a contatto con il reale, con la necessità di costruire 'qualcosa che funzioni', più deve avere ben presente il senso del limite


    Enrico Medi, uno dei più brillanti fisici italiani dello scorso secolo, uomo di fede profonda e fondatore della Lega Missionaria Studenti, così motivò la sua scelta di iscriversi alla facoltà di fisica piuttosto che a una facoltà umanistica 'Non mi interessa studiare la storia degli errori degli uomini, piuttosto sento il desiderio di contemplare l'opera di Dio'.

    Lo stesso afflato si ritrova in quasi tutti gli scienziati veramente creativi della storia, è un sentimento che ha una stretta parentela con l'ispirazione artistica e quindi con l'amore per l'armonia. Senza armonia non può esistere né scienza né bellezza. L'armonia implica l'esistenza di una relazione che lega i differenti fenomeni per cui solo poche combinazioni delle infinite possibili sono reali e osservabili (se così non fosse sarebbe privo di senso scrivere le regolarità della natura sotto forma di equazioni).

    La scienza dove forse l'armonia del creato è più facilmente palpabile è la chimica. Non a caso la tavola periodica degli elementi è stata immaginata da scienziati-musicisti (Mendeleev era un ottimo pianista, il suo collaboratore Borodin uno dei membri più creativi del cosiddetto 'gruppo dei cinque' che fondarono la moderna tradizione musicale russa): gli elementi si distribuiscono in ottave e le valenze corrispondono agli accordi ben formati della scala tonale.

    Armonia è senso del limite, e più uno scienziato è a contatto con il reale, con la necessità di costruire 'qualcosa che funzioni', di ottenere un 'risultato ripetibile', più deve avere ben presente il senso del limite. La termodinamica è l'unica scienza fondata (non semplicemente applicata) dagli ingegneri, cioè dai tecnici per eccellenza, essa tratta precipuamente delle 'trasformazioni possibili' dei vincoli a cui qualsiasi sistema macroscopico deve obbedire nella sua evoluzione temporale.

    Non a caso Einstein affermava: "Una teoria è tanto più importante quanto maggiore è la semplicità delle sue premesse, quanto più diversi sono i tipi di cose che correla e quanto più esteso è il campo della sua applicabilità. Di qui, la profonda impressione che ho ricevuto dalla Termodinamica classica. E' la sola teoria fisica di contenuto universale di cui sono convinto che nell'ambito di applicabilità dei suoi concetti di base non verrà mai superata".

    La termodinamica classica di cui parlava Einstein era stata fondata da ingegneri alle prese con problemi tecnici: se volevano che le loro macchine funzionassero si dovevano rendere conto dei loro limiti di rendimento, di cosa si poteva e non si poteva fare, di ciò che rimaneva invariato (il primo principio della termodinamica, la conservazione dell'energia) e, cosa ancora più rilevante, ciò che non si poteva ottenere, il secondo principio che pone dei limiti insormontabili alla trasformazione del calore in lavoro e quindi dimostra impossibile il moto perpetuo.

    Come può allora il Santo Padre, scrivere nella sua ultima enciclica "di fatto la tecnica ha una tendenza a far sì che nulla rimanga fuori dalla sua ferrea logica, e «'l'uomo che ne è il protagonista sa che, in ultima analisi, non si tratta né di utilità, né di benessere, ma di dominio; dominio nel senso estremo della parola». Per questo «cerca di afferrare gli elementi della natura ed insieme quelli dell'esistenza umana'. Si riducono così la capacità di decisione, la libertà più autentica e lo spazio per la creatività alternativa degli individui (n. 108)".

    Di quale tecnica sta parlando se abbiamo visto che il vero pensiero tecnico-scientifico è esattamente l'opposto? Come può l'uomo Bergoglio essersi dimenticato i suoi studi di perito chimico e quindi la necessaria conoscenza dei principi della termodinamica?

    Evidentemente sta parlando di un'altra tecnica, di una tecnica stravolta, del solito vecchio trucco dell'Antico Nemico di atteggiarsi a 'scimmia di Dio'. E allora andiamo a vedere di quale sia la tecnica che punta al 'dominio estremo'. Intanto notiamo che essa non vive nella materia, la materia (al contrario di quanto pensava l'eresia gnostica di cui l'attuale pensiero dominante è una versione aggiornata, prima i cattolici si renderanno conto che siamo di fronte a una religione alternativa e non a un secolarismo, meglio sarà per tutti) è cosa buona, è opera di Dio, non di un artefice maligno. La falsa tecno-scienza che riempie di proclami i nostri media (trovato il gene responsabile del cancro, la molecola della memoria, l'elisir per vivere fino a cento anni..) semplicemente non funziona, non produce farmaci o strumenti utili all'uomo, non produce nuova conoscenza della natura.

    Sono circa trenta anni che la ricerca farmacologica non genera cure veramente nuove (abbiamo bisogno di abbandonare i proclami ideologici e ripartire con l'umiltà della ricerca di base) e gli indubbi progressi nelle protesi, negli strumenti di diagnostica, nello sfruttamento di energie alternative sono stati fatti da tecnici e scienziati che umilmente si sono dati da fare con i vincoli posti dalle leggi di natura che soli rendono possibile e fruttuoso il loro lavoro. Ogni tronfio proclama di dominio lanciato da chi confonde il linguaggio con la realtà materiale (la tecnologia informatica incorre speso in questo errore) si è sempre coperto di ridicolo.

    Mi ricordo ancora quando venti anni fa l'IBM lanciò il progetto 'Big Blue' in cui un super-computer avrebbe dovuto risolvere, per pura forza bruta di calcolo, il problema del ripiegamento tridimensionale delle proteine…un fiasco colossale! Eppure ancora ai nostri giorni il presidente Obama magnifica le magnifiche sorti e progressive della 'Brain Initiative' miliardi di dollari buttati per 'ricostruire la mappa del cervello sul computer'.. c'è da rimanere sconcertati, basta un corso universitario di materie biologiche per sapere che questa mappa semplicemente non esiste in quanto il cervello è struttura eminentemente plastica la cui funzione non ha un rapporto univoco con la struttura.

    Ma allora? Sono diventati tutti ignorantissimi? Magari fosse, io temo che le cose stiano in maniera molto peggiore, qui si tratta di promuovere una perniciosa idolatria attraverso un feticcio: la tecnica risolutrice che rende automaticamente impossibile ogni opposizione a meno di non voler essere tacciati per persone di piccola intelligenza, la tecnica come unica e superiore sorgente del diritto. Che poi questa tecnica non sia vera, non funzioni nel mondo materiale, alle elite dominanti non importa nulla, la nuova religione predica la programmatica separazione della volontà dai limiti della natura (non a caso Papa Francesco nella stessa enciclica ci fa notare le risonanze tra questa ottica di dominio e la teoria del gender). Al contrario la tecnica deve solo essere adorata e mai messa alla prova.

    Roba tosta insomma, battaglie epocali a cui noi cattolici dobbiamo andare ben corazzati e preparati, arma essenziale dell'esercito del bene è allora proprio la scienza vera, onesta e leale, quella splendida creazione della cultura cristiana che ci consente di smascherare gli inganni di una falsa tecnocrazia. E' il tempo di aprire i libri di metodologia statistica e di chimica-fisica, lasciate stare per un pò storia, diritto e sociologia, non c'è tempo da perdere, dal campo di battaglia già si sente il clangore delle armi.



  • Le sfide della wikieconomia




    I nuovi strumenti della rete rendono possibili enormi progressi in ambito sociale, economico e tecnico-scientifico. Bisogna però analizzare con attenzione le potenzialità e i rischi  connessi a questi strumenti. Per questo motivo gli uomini di buona volontà non possono estranersi ma devono partecipare alla costruzione della nuova comunità globale


    La tecnologia sta cambiando il mondo ad una velocità impressionante. L'innovazione trae grande spinta dalla rivoluzione industriale ma accelera in modo non lineare dopo la rivoluzione della rete. Il motivo è molto semplice. Con la rete il mondo diventa una comunità di ricerca interconnessa in tempo reale e i tempi di comunicazione delle nuove conoscenze si azzerano, compatibilmente con i vincoli e i limiti delle protezioni dei diritti di proprietà intellettuale (in un ideale mondo open source un ricercatore da qualunque parte del mondo mette in rete le proprie scoperte che sono immediatamente apprese da tutti gli altri).

    La dimensione dove possiamo osservare il progresso lineare della tecnologia è quella dell'aspettativa di vita. Con il contributo (ove questo riesce ad essere univocamente positivo) della qualità delle condizioni economiche la vita media continua a crescere. Facendoci passare da i meno di 30 anni dell'unità d'Italia ai circa 80 anni ed oltre per le donne che ci mettono tra i primi tre paesi al mondo per longevità.

    I successi della tecnologia finiscono per attribuire agli scienziati e ai tecnocrati una reputazione che finisce per andare oltre le loro stesse possibilità trasformandoli spesso in stregoni o sacerdoti di una nuova religione quando gli stessi non riescono a resistere a quella tentazione scientista che si accompagna all'euforia di ogni nuova scoperta. E che pretende di estendere il successo alla comprensione del senso della vita e del suo mistero sconfinando nei campi della filosofia e della religione.

    Il progresso tecnologico pone sfide complesse e affascinanti all'economia e alla società. La prima è quella del lavoro. La rivoluzione della rete e i progressi delle macchine rendono obsoleti quei lavoratori a bassa qualifica e alta sindacalizzazione impiegati nell'ambito delle conoscenze codificate e routinarie. Le macchine e l'esercito di riserva dei lavoratori ad un dollaro al giorno tendono progressivamente a sostituirli. In futuro dunque la parte maggiore e migliore dei lavori si creerà nell'ambito delle conoscenze generative, ovvero in quei campi in cui le competenze si applicano in modo diverso ad ogni nuova situazione. Il compito fondamentale dunque dei mondi della scuola, della formazione, del lavoro e della politica sarà quello di favorire l'approccio delle competenze e del problem solving.

    Quando immaginiamo questo spazio dei "creativi" non dobbiamo limitare l'orizzonte agli scienziati o agli inventori. Creativi nel senso di lavoratori che applicano conoscenze creative e non standardizzate sono tutti coloro che lavorano nei servizi alla persona (la cura delle relazioni non è per natura standardizzabile), nei settori dove si crea valore socialmente ed ambientalmente sostenibile, nell'artigianato, nella cura del patrimonio artistico, storico e naturalistico e più in genere in tutti i servizi professionali. In questa gigantesca trasformazione e necessaria riconversione di settori e competenze un sistema robusto di reti di protezione e ammortizzatori sociali diventa fondamentale. Per questo motivo il dibattito sul sussidio universale di disoccupazione (oltre le discriminazioni del passato tra lavoratori di grandi e piccole imprese) e di un reddito di cittadinanza (a cui le Acli assieme ad un'ampia rete di organizzazioni della società civile hanno contribuito con il progetto del Reis) assume importanza decisiva.

    Un altro tema affascinante per l'economia civile e per gli scienziati sociali in generale, sempre più consapevoli oggi del fatto che le fondamenta di sistemi socioeconomici funzionanti sono le risorse invisibili del capitale spirituale e sociale, è l'effetto della rete e della nascita dei social su queste fondamentali variabili. Sappiamo bene che il capitale sociale nelle sue diverse dimensioni (fiducia, meritevolezza di fiducia, senso civico, fiducia nelle istituzioni, disponibilità a pagare per i beni pubblici) rappresenta il collante della vita economica. E sappiamo che la qualità dei beni relazionali "civicamente corretti" (ovvero orientati non alla protezione dei termini del legame a scapito di terzi, ma a produrre benefici verso terzi) sono un complemento fondamentale allo sviluppo del capitale sociale.

    Ci si domanda dunque oggi se le relazioni digitali siano un sostituto che spiazza le relazioni face to face e la costruzione di capitale sociale, o un loro complemento. Per dare una risposta è necessario capire fino in fondo in che modo la rivoluzione tecnologica della rete ha modificato la gestione delle relazioni attraverso l'invenzione dei social.

    Un primo elemento fondamentale è che gli strumenti per la socialità disponibili in rete hanno eliminato in parte le barriere spazio-temporali andando oltre l'esigenza di "prossimità" fisica e di "simultaneità" temporale per poter sviluppare e/o coltivare una relazione (le vecchie lettere spedite per posta realizzavano anch'esse questo secondo obiettivo ma i nuovi strumenti informatici consentono un'interazione così accelerata da non poter essere paragonabili alla vecchia corrispondenza).

    I nuovi strumenti della rete hanno reso possibili enormi progressi nel condividere ed elaborare informazioni, nel chiamare a raccolta un gran numero di persone per un obiettivo comune (sia esso la raccolta di soldi o un appello o raccolta di firme) producendo una decisiva accelerazione in quel processo di creazione di un'unica comunità globale (la noosfera) che il teologo e scienziato Tehillard de Chardin già preconizzava ai tempi della prima guerra mondiale.

    Le potenzialità e i rischi dei nuovi strumenti sono dunque enormi. E' per questo motivo che tutti gli uomini di buona volontà non possono pensare di ritirarsi confortevolmente in un loro Aventino disconnesso dalla virtualità ma devono partecipare alla costruzione della nuova comunità globale.



  • Il potere della connessione




    Il potere della connessione ha generato una mutazione psicosociale e forse antropologica. Il potere della tecnologia è infatti prima di tutto, un potere sulla mente. Ma i new media potrebbero anche rappresentare una risposta alla crisi della democrazia. Le manifestazioni di piazza e le rivoluzioni dell'epoca predigitale appaiono risposte insufficienti. La formazione del consenso e dell'opinione potrebbero ripartire dal basso e rifondare una democrazia partecipata proprio grazie ai social


    La "società incessante" è sempre attiva, sempre più incapace di staccare la spina (ITSO, Inability To Switch Off, così si chiama la sindrome che affligge i workalcoholics del III millennio), sempre lì a digitare, a twittare, a condividere, senza differenze tra giorno e notte, tra feriale e festivo, tra casa e ufficio, come se fosse avviata verso una colossale dipendenza dalla "connessione". Il potere della connessione ha generato una mutazione psicosociale e forse, come sostengono alcuni, antropologica. All'inizio fu patologia. Poco più di dieci anni fa presentai in un congresso di psichiatria a Roma i primi quattro casi italiani di dipendenza da Internet. Oggi parliamo di "tecnoliquidità", quale nuovo paradigma esplicativo della postmodernità. La ricerca di emozioni (sensation seeking), il narcisismo pervasivo e l'ambiguità sono esaltati dalla tecnologia, definendo così le caratteristiche dell'uomo postmoderno nell'era digitale. Il potere della tecnologia è innanzitutto un potere sulla mente. Il prodotto della tecnoctazia è la digital mind.

    In altri termini, la rivoluzione digitale e la virtualizzazione della realtà intercettano, esaltano e plasmano alcune caratteristiche dell'uomo liquido: il narcisismo, la velocità, l'ambiguità, la ricerca di emozioni e il bisogno di infinite relazioni light. La rivoluzione digitale è tale perché la tecnologia è divenuta un ambiente da abitare, una estensione della mente umana, un mondo che si intreccia con il mondo reale e che determina vere e proprie ristrutturazioni cognitive, emotive e sociali dell'esperienza, capace di rideterminare la costruzione dell'identità e delle relazioni, nonché il vissuto dell'esperire.

    La tecnomediazione della relazione è forse la maggiore espressione della tecnocrazia. Molti osservatori hanno evidenziato come l'inizio del III millennio sia stato contrassegnato dalla più straordinaria ed epocale crisi della relazione interpersonale. La tecnologia digitale ne è la risposta e forse anche una concausa, come se, in una sorta di causalità circolare, l'esplodere della rivoluzione digitale avesse intercettato una crisi della relazione interpersonale in parte già esistente e al tempo stesso ne avesse accelerato drammaticamente lo sviluppo: la relazione interpersonale sempre più acquista modalità "liquide", indefinite, instabili e provvisorie. In questo senso la tecnomediazione della relazione (chat, blog, sms, social network) offre all'uomo del III millennio una risposta formidabile e affascinante: alla relazione si sostituisce la "connessione", che costituisce la nuova privilegiata forma di relazione interpersonale. E' fluida, consente espressioni narcisistiche di sé, esalta l'"emotivismo", è provvisoria, liquida e senza garanzie di durata, è ambigua e indefinita: la connessione (cioè l'insieme della tecnomediazione della relazione grazie alla tecnologia digitale) è dunque la più straordinaria ed efficace forma di relazione per l'uomo "liquido".

    Ma a questo punto vorrei aggiungere una riflessione contraddittoria: proprio nella Rete troviamo nuove forme di esaltazione della democrazia. Il passaparola elettronico e la sua capacità di influenzare le opinioni trova forse una delle sue più evidenti espressioni in Twitter, che rappresenta il social network che più realizza il crowdsourcing, cioè lo sforzo collettivo di costruire una metodologia di collaborazione tra le persone, con inevitabili ricadute sulla credibilità dell'azione politica dei governi grazie alla possibilità di spostare il potere di influenzamento dalle gerarchie ai cittadini. Questa azione può essere svolta in modo costruttivo e democratico, ma al tempo stesso Twitter e in generale i new media possono prestarsi ad essere utilizzati come potentissimi strumenti per distruggere, confondere o seminare il caos.

    Così le trending topics sviluppate dall'incontrollato ping pong dei cinguettii di 140 caratteri si trasformano in onde off line rapide ed imprevedibili, che modificano il consenso dei cittadini, in una dialettica dentro-fuori (on line – off line) infinita ed incontrollabile. Tutto ciò avviene nell'epoca della globalizzazione, caratterizzata, tra l'altro, dalla fine dello Stato moderno e dalla separazione tra politica e potere: il potere è spalmato nel pianeta e non è più localizzato in un luogo definito, slittando di livello e sfuggendo al controllo dei cittadini. In questa separazione risiede l'origine della crisi della democrazia: i governi legittimamente votati e democraticamente eletti non hanno il potere di decidere e la globalizzazione non consente scelte locali. Per questo Twitter e i new media potrebbero rappresentare una delle risposte alla crisi della democrazia nell'epoca postmoderna. In altri termini nell'era della dittatura della globalizzazione, le manifestazioni di piazze e le "rivoluzioni" dell'epoca predigitale appaiono risposte insufficienti e prive di efficacia: se il potere è delocalizzato non ci sono "palazzi del potere" da scardinare ed assaltare. E allora, forse, la formazione del consenso e l'influenzamento dell'opinione potrebbero ripartire dal basso e rifondare una democrazia partecipata grazie al ciarliero, rapido, sincopato e planetario cinguettare di Twitter.



  • Intervista a Mauro Magatti: "Pensiero generativo come risposta al tecno-nichilismo"




    Proponiamo un'intervista a Mauro Magatti, uno dei più autorevoli sociologi italiani. E' professore  ordinario di  Sociologia presso la Facoltà di Scienze politiche e sociali dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Il colloquio propone, tra l'altro, il suo pensiero sul tema del capitalismo tecnonichilsta


    Nel suo libro Libertà immaginaria. Le illusioni del capitalismo tecno-nichilista mette in evidenza come il nichilismo sia stato capace di stringere un'alleanza con la tecnica ed il capitalismo che ha messo a repentaglio proprio quella libertà che, a parole, viene quotidianamente celebrata. Quali sono le conseguenze di questo processo? Il capitalismo tecno-nichilista è destinato a vincere? Questo paradigma va cambiato radicalmente o è sufficiente operare dei correttivi?

    Attraverso la combinazione tra il denaro e l'innovazione tecnologica aumentano potenzialmente i mezzi per raggiugere i fini che ci si immaginava. Questo produce la nascita di un soggettivismo sulla base del quale ognuno decide in base ai propri gusti. Apparentemente questo dovrebbe descrivere un mondo di libertà tendenzialmente infinite. La verità è che il soggettivismo tecnologico ha le sue leggi – una tra tutte la velocità – che richiedono ad ognuno di noi di adeguarsi ad esse. Ad esempio nel lavoro viene chiesto di essere il più possibile flessibili. L'idea di fondo sottesa a questa visione del mondo è che ciascuno abbia la forza di costruire un senso a livello soggettivo. Ma questa idea è un'illusione. Non è possibile cambiare questo paradigma tecno-nichilista, non abbiamo nè le possibilità nè gli strumenti. Tuttavia qualcosa si può fare. Si può, prima di tutto, comprendere il problema e confidare sul fatto che l'uomo sia in grado di cogliere le contraddizioni del tempo come è già accaduto nel passato. Ma per far questo serve una consapevolezza maggiore, servono delle forme sociali e politiche che ci aiutino ad andare avanti. Segnalo in particolare tre temi che mi sembra stiano attivando questa consapevolezza: quello della sostenibilità, quello della disuguaglianza economica e sociale e la questione migratoria messa alla ribalta dalle reazioni fondamentaliste rispetto alla necessità di accogliere i profughi. Si tratta di impulsi che vanno analizzati e che danno il senso della dimensione di questi cambiamento. Un cambiamento ancora in fieri che va colto e incoraggiato.

    Papa Francesco nell'enciclica Laudato si' propone interessanti spunti di riflessione sul ruolo della tecnica e sulle conseguenze dell'applicazione dell'attuale paradigma tecnocratico sia sul piano sociale che su quello economico (capitolo 3 paragrafi 1 e 2). Cosa le ha suggerito la lettura dell'enciclica ed in particolare il capitolo terzo? E' possibile opporsi all'attuale paradigma tecnocratico sul piano culturale, sociale, politico ed economico? Quali strade percorrere?

    L'enciclica è importante e si colloca in una tradizione che parte dalla Rerum Novarum (1891), che affronta la questione del lavoro operaio, che prosegue con la Pacem in terris (1963) e con la Populorum Progressio che si interroga sul rapporto tra il Nord e Sud del mondo e che arriva alla Centesimus Annus (1991) negli anni che segnano la fine del modello sovietico. La Laudato si' pone al centro il tema dell'ecologia umana e ambientale come questione di fondo. L'enciclica coglie il nodo di fondo: la presenza di un paradigma tecnocratico che separa ed estranea. Le tecnologie applicate al campo umano sono un esempio evidente di questa operazione di separazione. Il papa sottolinea, come aveva già fatto nell'Evangelii Gaudium, che tutto è connesso, unito, cattolico ossia universale. Il papa dice che la scienza e la tecnica sono buone, positive se mutuano questo principio relazionale che è costitutivo dell'universo oltre che dell'essere umano. L'enciclica ci invita a contrastare le derive disumanizzanti che distruggono la natura e propone una critica lucida al modello tecno-nichilista indicando un principio diverso: quello dell'unità.


    La scienza e la tecnica sono due esperienze con grandi potenzialità generative ma anche distruttive? Come possono essere orientate? E' possibile metterle finalmente a servizio dell'uomo?

    Non bisogna operare una demonizzazione della scienza e della tecnica. Un atteggiamento oscurantista e luddista non va bene, non aiuta. La scienza e la tecnica e la stessa economia hanno dimostrato di essere in grado di produrre cose buone. Quello che bisogna combattere è l'assolutizzazione delle forme dell'economica e dell'organizzazione sociale che tendono ad escludere tutto il resto, come ad esempio la religione che, se torniamo al suo significato originario derivante dal termine latino religio, tiene insieme le cose, le lega. Tutto quello che non corrisponde agli standard viene scartato. Non si tratta di essere contro ma di cercare dei pesi e dei contrappesi valutando le conseguenze di alcune applicazioni tecnico-scientifiche.


    Nel suo ultimo libro
    L'infarto dell'economia mondiale, introducendo il volume, lei afferma "L'uscita dalla crisi comporta di cambiare i nostri paradigmi mentali che ne sono il presupposto e di avviare una fase di innovazione economica, sociale, istituzionale" (p. 9). Quali sono questi paradigmi mentali a cui fa riferimento? Come si può ristabilire una relazione virtuosa tra economia e società, tra efficienza tecnica e sviluppo umano?

    Dal 1989, ossia dalla caduta del muro di Berlino, abbiamo vissuto un ventennio in cui si è registrata una dinamica espansiva dell'economia e quindi un periodo fecondo di crescita collettiva. Nel settembre 2008 con il fallimento della banca d'affari Lehman Brothers, questo processo si è interrotto ed è iniziata la grande crisi che in questi anni ha prodotto tanta sofferenza. Si è trattato di un vero e proprio infarto del cuore del sistema finanziario mondiale che si era fondato sull'illusione di un'espansione illimitata. Per venti anni è stata portata avanti l'idea che la liberalizzazione avrebbe fatto crescere l'economia e conseguentemente anche la società. Quest'idea si è dimostrata falsa. Il problema che abbiamo di fronte è come stabilire una relazione tra sviluppo economico e sociale. Senza sviluppo umano non ci può essere un sviluppo economico duraturo. Un vero sviluppo economico deve andare di pari passo con lo sviluppo sociale che in qualche modo ne costituisce il limite. La finanza non può andare per conto suo.


    Il libro Generativi di tutto il mondo unitevi! Manifesto per la società dei liberi, scritto con sua moglie, sostiene che il tempo in cui viviamo è ricco di opportunità da cogliere e propone cinque linee di indirizzo per investire sul futuro che chiamano in causa le capacità, la responsabilità personale e la voglia di collaborare per la costruzione del bene comune. Quale messaggio intendete lanciare? A chi è rivolto il vostro invito?

    Il pensiero generativo è una risposta al tecno-nichilismo, è un modo per uscirne. I processi sono collegati tra loro. Il pensiero generativo riscopre il fatto che gli uomini e le donne sono liberi di agire. Nel tecno-nichilismo questa possibilità di libertà dell'uomo viene schiacciata. L'idea della generatività è tratta dal pensiero di Erikson che utilizza il concetto nello studio delle fasi evolutive dell'uomo e lo utilizza per qualificare lo stadio adulto della vita. La generatività è quindi un concetto che ci consente di superare l'idea esplorativa del mondo che corrisponde alla visione tecno-nichilista ossia l'idea di libertà intesa come possibilità di fare tante cose.

    Nella prospettiva del pensiero generativo è importante invece scegliere di fare qualcosa che sia legato al mondo circostante, decidere di fare qualcosa per le generazioni future. In sostanza questo modo di concepire il mondo ci richiama alla nostra responsabilità personale e ci consente di applicare un criterio regolativo che può formare una base culturale che è in grado di andare al di là del soggettivismo e di correggere le storture del tecno-nichilismo: la crisi demografica dei Paesi occidentali, l'indebitamento che pesa come un macigno sui destini di interi popoli e nazioni, la questione ambientale e della sostenibilità. La soggettività del tecno-nichilismo pensa di sapere tante cose della nostra condizione ma in realtà non comprende in profondità. Bisogna fare lo sforzo di arrivare ad una comprensione delle principali tematiche sociali del tempo presente. In questa prospettiva occorre superare l'illusione di avere già pronte le chiavi interpretative della realtà.



  • Praticare la lode




    La rielaborazione cristiana del limite e di forme nuove e impensate di grandezza non ritiene esistano processi ineluttabili nell'anima o nella società. Questo pensiero è comune a tanti pensatori  provenienti dalla tradizione cristiana ma anche da altre spiritualità o opzioni filosofiche e politiche accomunati dal rifiuto della tecnocrazia. L'obiettivo è quello di far proprio il titolo dell'enciclica, praticare la lode, pensare e agire di conseguenza


    Le genealogie dei diversi movimenti e delle tendenze ricorrenti nell'evoluzione del pensiero, che solo superficialmente possono essere analizzati limitatamente al loro aspetto sociale e politico, sembrano invece risalire a opzioni teoretiche antiche e sempre attuali e tra queste primeggia l'anelito elitario a una redenzione tramite una sapienza nascosta ai più e riservata a pochi eletti. Diversi autori classici del pensiero, tra i quali ricordiamo Fichte, affermavano che il tipo di filosofia che si sceglie dipende da che tipo di uomini si è.

    Papa Francesco ha scritto con la Laudato sì l'enciclica più lunga fino ad oggi pubblicata da un Pontefice, e in questo denso testo propone una ricostruzione delle cause della crisi del mondo contemporaneo, di cui la crisi ecologica rappresenta una tra le più evidenti conseguenze, che va compresa non isolatamente ma in connessione con la profonda crisi politica e prima ancora antropologica che caratterizza la contemporaneità. L'enciclica afferma sin dal suo incipit il suo situarsi nel Magistero sociale della Chiesa, esplicitando una collocazione che in genere veniva constatata in precedenti documenti solo successivamente dagli esegeti. Questa scelta di chiarezza va di pari passo con la precisazione delle due fonti cui ha attinto: l'etica e la spiritualità cristiana e quelli che il Papa e gli esperti che lo assistono considerano i migliori frutti della ricerca scientifica odierna.

    Prendiamo spunto dal terzo capitolo dell'enciclica che espone la genealogia filosofica e culturale della crisi ecologica, le cui cause possono essere ricondotte al relativismo e alla tecnocrazia. Il dominio tecnocratico era già un tema portante dell'enciclica di Benedetto XVI Caritas in veritate, ripetutamente citata dalla Laudato sì.

    Il paradigma tecnocratico si sta imponendo ormai in modo che sembra irreversibile e porta le menti a considerare il mondo intero come una «realtà informe totalmente disponibile alla sua manipolazione» (n. 106). Il paradigma della cura della casa comune viene proposto in opposizione al paradigma tecnocratico che «tende ad esercitare il proprio dominio anche sull'economia e sulla politica» (n. 109). Cercare di condurre una breve genealogia del paradigma tecnocratico è quanto cercherò di fare in questo contributo.

    Diverse espressioni della filosofia e più in generale dell'arte e della cultura contemporanea possono essere interpretate come rifrazioni di una mentalità inconsciamente gnosticheggiante. Tale mentalità è caratterizzata dall'aver fatto proprie le fondamentali tesi dello gnosticismo antico, ovvero un sostanziale pessimismo nei confronti del mondo, che si crede creato da un demiurgo malvagio o peggio ancora emergente da un caos primordiale, al quale l'uomo illuminato deve imporre un ordine. La possibilità della redenzione dalla malvagità propria del mondo può quindi darsi per la mentalità gnostica senza la grazia divina, ma tramite le virtù immanenti e la sola azione dell'uomo. In questo si può trovare la giustificazione di figure eroiche tipiche della cultura degli anni '60 e '70 del secolo scorso, come il rivoluzionario politico, oppure una figura evocativa di aneliti attuali come quella dello scienziato. Al riguardo di quest'ultima si trovano interessanti concetti in un libro di Raymond Ruyer che per diversi anni è rimasto quasi sconosciuto e che da poco è stato riedito in Italia, La gnosi di Princeton (Mimesis 2011). Questo testo con toni misteriosofici presentava al pubblico una tendenza esoterica comune a diversi scienziati sin dalla seconda metà del XX secolo, che a nostro parere può essere fatta risalire quanto meno al cosmismo russo contemporaneo a Lenin (teorizzato da autori non troppo noti come Fjodorov, Tzjolkovskij e Vernadski), fatta propria di una comunità di fisici, astronomi, biologi e filosofi, accomunati dall'interesse per una religione indeterminata e non rivelata apertamente, in particolare a partire nelle università d'eccellenza negli Stati Uniti.

    Questo gruppo di persone si attribuirebbe il merito di aver compreso che i limiti dell'ordine naturale originariamente corrotto derivano da un principio negativo e oscuro, un dio rovesciato o demiurgo che li impone come dei fastidiosi vincoli all'auto-trascendimento o addirittura alla auto-divinizzazione dell'uomo. E' l'ideale di Ercole, l'uomo divinizzato. Mentre il pensiero greco, grazie a geni filosofici e teologici come Tommaso d'Aquino, Bonaventura e Duns Scoto, è stato fatto proprio dal Cristianesimo, insieme all'anelito a una realtà sempre ulteriore ma concreta nei suoi precetti e ispirata dall'estremo realismo dell'umiltà, nel pensiero gnostico l'illimitato tipico del superbo viene divinizzato, mentre la finitezza e la limitatezze dell'esistenza concreta viene disprezzata e rifiutata.

    La commistione tra scienze sociali e matematiche oggi è tipica anche di pensatori à la page come Zizek e Badiou, rispettivamente indagatori dei confini porosi e osmotici tra psicanalisi lacaniana e scienza politica fino poi a spingersi con Badiou all'analisi della più esoterica tra le discipline matematiche, l'affascinante teoria degli insiemi che da fondamento della matematica e analisi dell'infinito attuale (che risulta avvincente anche per chi scrive) diviene una sorta di metafisica riservata ad alcuni eletti. Tali due pensatori sono certo interessanti sperimentatori ma alla fine ripetitori di un paradigma salvifico mondanizzato interpretabile come ulteriore ripetizione di una dinamica gnostica a noi contemporanea. Un tentativo diverso che mi limito anche qui ad accennare è riscontrabile nell'ultima produzione di Habermas che porta il suo paradigma filosofico alle conseguenze di neutralizzazione della trascendenza già implicite nella considerazione della religione delle sue opere precedenti in cui non viene mai intesa davvero come Rivelazione ma sempre come creazione sociale.

    Sempre gli stessi sono gli obiettivi polemici e critici di ogni metamorfosi dello gnosticismo: il Cristianesimo in quanto per la sua dottrina il mondo è intrinsecamente buono, in quanto è creato da Dio (il Bene) e in quanto per salvarlo Dio si è persino incarnato.

    Emanuele Samek Lodovici nei suoi scritti e nelle sue conferenze ha cercato di smontare all'inizio degli anni '80 del secolo scorso la strategia della rivoluzione culturale gnostica nelle sue diverse forme del riduzionismo antireligioso, della filosofia radical-relativista diffusa attraverso i media, della corruzione della memoria storica attuata anche attraverso la corruzione del linguaggio ed infine nella strategia della distruzione della famiglia, che è stata potentemente colpita in particolare con la rivoluzione sessuale e con alcuni tipi di femminismo. Samek Lodovici afferma con Del Noce che proprio a partire dalla post-marxistica crisi del pensiero secolarista si deve delineare non solo la possibilità ma addirittura la necessità di ritornare alla tradizione metafisica occidentale, da lui indicata sulla linea di Platone, Plotino e soprattutto Agostino. In ciò sarebbe in disaccordo con Chesterton, che nella sua biografia di san Tommaso ribadiva con forza come una tale linea di pensiero platonico e ad agostiniano sarebbe profondamente pessimista e rischiosa finchè non è stata mitigata dall'ottimismo tomista che trovava ispirazione nella dettagliata analisi della realtà propria dell'aristotelismo cristianizzato, analisi della bontà di Dio nelle sue creature.

    La crescente ideologia del transumanesimo ambisce al superamento dei limiti congeniti alla generazione e all'appartenere alla nostra specie, dalla sofferenza alla morte. Sarebbe riduttivo riassumere in poche pagine, figuriamoci in poche righe, la molteplice e proteiforme declinazione di questa corrente di pensiero che spazia da correnti parareligiose ed escatologiche a movimenti politicamente connotati in senso elitario come anche in senso egualitarista. Ciò che è comune è la convinzione che sia l'uomo ad ordinare il caos, un caos originario e pervasivo caratteristico della zoè o vita indistinta, che va determinata in forme nuove di bioi, per cui è meglio convogliare gli sforzi per superare i limiti imposti da un presunto demiurgo al creato, anzi al plasmato. Tale ideologia somiglia a quanto affermava alcuni decenni addietro nel menzionato testo di Ruyer e la osserviamo consolidarsi in diversi istituti di ricerca che si dedicano alla futurologia, presenti ad esempio ad Oxford e in diverse università negli USA.

    Gli attuali progetti di mente estesa accarezzati dalle neuroscienze, i sogni di un mondo unificato sotto tribunali dalle giurisdizioni quasi illimitate sono il risvolto di una visione elitaria della virtù (una delle possibili letture precristiane dell'opera di Aristotele) che lascia ai non eletti la dissoluzione dell'intelligenza del reale, aprendo le porte a un mero dominio privo ormai del proprio sorvegliante o katéchon senza reintegrazione che segua la nigredo (cioè l'ultimo stadio della trasmutazione alchemica, quello della decomposizione o dissoluzione nera) dello spirito. Contro questo processo che viene esibito come ineluttabile tuttavia si erge sempre la sorridente e sempre nuova rielaborazione cristiana del limite e di forme nuove e impensate di grandezza, del cosmos di chi non ritiene esistano processi ineluttabili nell'anima o nella società, in specie se miranti a delineare una nuova divisione in caste. Questo pensiero è comune a tanti pensatori che, provenienti dalla tradizione cristiana o anche da altre spiritualità o opzioni filosofiche e politiche, sono accomunati dal rifiuto la tecnocrazia e ambiscono all'intelligenza del servizio. Possiamo concludere che la conseguenza è il tentativo di far proprio il titolo dell'enciclica, praticare la lode, pensare e agire di conseguenza.

    Alcuni stimoli originali in tal senso provengono da pensatori come Taylor, accomunato a diversi autori dall'interesse per la nozione di fioritura della persona. Taylor rileva successivamente un limite della contemporanea vita ecclesiale nel fatto che i laici sono ancora troppo raggruppati in movimenti o aggregazioni costituiti a partire dalle proprie affinità e così non incontrano persone che hanno punti di vista diversi. Pur non avendo nulla contro questi gruppi che si riuniscono in base alla loro sensibilità, per Taylor è necessario che si creino organismi che spingano quanti hanno prospettive diverse ad incontrarsi. Per migliorare l'analisi critica della realtà contemporanea e creare forme di aggregazione più gratificanti si potrebbe incentivare la realizzazione di gruppi trasversali, che ripropongano modelli già efficaci per le passate generazioni.

    Con questa opzione semplice ma rivoluzionaria si può realmente affrontare con serenità la crisi antropologica che caratterizza la contemporaneità e anzi considerarla come una opportunità. Nella pratica politica si può di conseguenza agire concretamente contro una deriva culturale caratterizzata da rassegnazione e accettazione di una presunta ineluttabile tendenza del nostro tempo e riconoscere in nuove buone prassi cristiane sia l'azione di grazie che la lode.



  • I media, proiezioni dell[[#146]]umano




    I media non possono dominarci perché i media siamo noi. Questo è l'assunto da cui partire, la consapevolezza che ci rende in grado di vivere con bellezza e libertà gli ambienti mediali. Ogni resa verso derive autodominanti smentisce il senso autentico di questo legame sacrificando e scarnificando quella cultura dell'incontro e della prossimità tanto auspicata da Francesco e che i media possono contribuire ad affermare e diffondere


    Quando si prova a esplorare il complesso legame tra universo comunicativo e bene comune, non si può non iniziare da una concettualizzazione intorno al suo "centro", ossia l'uomo: «Unico ed irripetibile nella sua individualità – si legge nel Compendio della dottrina sociale della Chiesa (n. 61, 2004) – ogni uomo è un essere aperto alla relazione con gli altri nella società. Il convivere nella rete di rapporti che lega fra loro individui, famiglie, gruppi intermedi, in relazioni di incontro, di comunicazione e di scambio, assicura al vivere una qualità migliore».

    È innegabile che i media, nell'ultimo secolo, abbiano rappresentato non soltanto un universo simbolico popolato da uomini (e donne), ma siano stati percepiti (dagli stessi uomini) come opportunità qualitative per alimentare la propria relazionalità e conoscenza. Eppure, nonostante questa loro centralità (o forse proprio per questo), i media soffrono di una palese mancanza: non si sa bene che cosa siano. Tutti ne parlano; si sprecano terminologie e interpretazioni. Si sa che sono digitali, che possono essere "caldi" o "freddi" (secondo una delle celebri descrizioni di McLuhan), personal, social, mobile, smart, open e anche educational. La riflessione sulle fenomenologie dei media, quindi, si traduce in tante spiegazioni parziali che invece di dipanare le controversie, erigono barriere, alimentano la confusione e impediscono una riflessione organica dell'oggetto in questione. Dunque, pur parlandone molto, è evidente che si sa davvero poco di cosa essi siano realmente.

    Sono certamente strumenti e come tali vanno trattati, dispositivi tecnici, algoritmi complessi risultanti della ricerca e delle competenze dell'uomo. Ma sono anche ambienti (secondo la concettualizzazione più in voga negli ultimi anni), autentici territori abitati dall'uomo in una sorta di continuum esistenziale con quelli materiali, tangibili, offline. Questa dualità interpretativa attribuisce ai media uno status di "soggetto", li rende capaci di azioni, li etichetta come attori sociali e culturali. Questa lettura che "soggettivizza" i media dimentica che i media altro non sono che la determinante dell'azione dell'uomo; essi sono proiezioni (da proiĕctus) dell'umano, ossia un loro progetto. Riflettono istanze, desideri, gioie e angosce di coloro che li pensano, progettano e creano.

    Decodificare i media alla luce dell'umano, intenderli come mera rifrazione delle sue intenzioni, è l'unica chiave possibile per non cadere nella spirale di quello che Francesco (nell'Enciclica Laudato si') definisce "paradigma tecnocratico". Elevarli a soggetti, a idoli, a propulsori di consumo, di tendenze, a esclusivi soddisfattori di bisogni, orientare cioè la nostra vita in loro funzione e direzione, determina una "logica del dominio" da cui Papa Bergoglio mette certamente in guardia: «Di fatto la tecnica ha una tendenza a far sì che nulla rimanga fuori dalla sua ferrea logica, e "l'uomo che ne è il protagonista sa che, in ultima analisi, non si tratta né di utilità, né di benessere, ma di dominio; dominio nel senso estremo della parola". Per questo "cerca di afferrare gli elementi della natura e insieme quelli dell'esistenza umana". Si riducono così la capacità di decisione, la libertà più autentica e lo spazio per la creatività alternativa degli individui».

    I media non possono dominarci perché i media siamo noi. Questo è l'assunto da cui partire, la consapevolezza che ci rende in grado di vivere con bellezza e libertà gli ambienti mediali. Ogni resa verso derive autodominanti smentisce il senso autentico di questo legame (tra media e uomo) sacrificando e scarnificando quella cultura dell'incontro e della prossimità tanto auspicata da Francesco e che i media (come proiezioni dell'uomo) possono contribuire ad affermare e diffondere.



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