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Benecomune.net
Settembre 2015 Il cielo in una stanza

  • Il cielo in una stanza




    Costruire case e città non è solo una questione di mattoni


    Il Papa, nell'enciclica Laudato si', se ne esce con un'affermazione che non ci si aspetterebbe. Mentre parla di recuperare la profondità della vita, fa un affondo sull'architettura: se questa riflette lo spirito di un'epoca – argomenta - cosa dire allora di queste grandi megastrutture, di queste case in serie? Non esprimono forse lo spirito di una tecnica globalizzata? O una novità tecnica che si traduce in una pesante noia? E più avanti il Pontefice riprende ancora il tema, quando afferma che va prestata attenzione alla bellezza, perché amarla ci aiuta ad uscire ad pragmatismo utilitaristico, cioè dalla pura razionalità strumentale. Insomma, la bellezza – ovvero un fatto, un dono dello spirito – non è un extra, un eccedenza della sostanza, ne è invece parte essenziale, perché è parte dell'esperienza umana. Sarà per questo che – ancora sulla Laudato si' – si afferma che non c'è ecologia senza un'adeguata antropologia. Insomma, quando gli urbanisti, gli architetti e i progettisti progettano spazi come case, quartieri e città, non possono pensare di omettere il "cielo". Perché così come si pensano gli allestimenti per i bisogni più materiali, non possono dimenticare che nell'uomo esiste anche una dimensione spirituale.

    Ne parliamo in questo numero con diversi – e tutti interessanti – contributi. A partire dall'intensa riflessione di Carla Danani, dove si specifica la necessità dell'uomo, cioè della coscienza incarnata, di essere allocato da qualche parte. Ma non in uno spazio qualunque e anonimo. L'essere umano non occupa uno spazio: semmai abita polis e civitas, fatto che chiama in causa la costruzione di situazioni di giustizia o ingiustizia. Lo spazio da arredare non è semplicemente uno spazio bianco. Sembra continuare la stessa riflessione Giuseppe Milanesi, quando traduce la sua esperienza di architetto in considerazioni che chiamano in causa il fatto educativo: lo spirito che abita la disposizione dei mattoni, ovvero il senso di un'umanità che quando allestisce uno spazio, lo fa pensando allo spirito del tempo.

    Ma non si tratta solo di chi gli spazi li progetta: c'è anche chi ha il compito di renderli parte della costruzione del bene comune. Ecco allora l'interessante esperienza di chi è direttamente chiamato in causa in quanto pubblico amministratore: il pezzo del sindaco di Cusano Milanino, Lorenzo Gaiani, ne è un esempio... classico. Sì, perché vogliamo anche presentare un esempio innovativo attraverso l'esperienza palermitana di Crowdfunding civico, ovvero il tentativo di allestire gli spazi a partire da percorsi di partecipazione dal basso (andate a vedere la loro pagina Facebook).

    Una possibile sintesi dei molti interventi – che si completano con la tradizionale rassegna In rete - la intravediamo in due pezzi. Il primo di Lorenzo Caselli, dove la città assume la metafora di crocevia, di esseri umani anzitutto. Ma non solo: di periferie e centri, di ingiustizie e sistemi di welfare, di ordinari caos e laboratori in cui generare nuove geometrie di solidarietà: la sfida - conclude Lorenzo - è la cittadinanza senza confini. Il secondo di Fusco Girard, dove la città assume la forma circolare: un nuovo paradigma urbano fondato su 6R, 6 opportunità per umanizzare la città del XXI secolo attraverso un'idea di fondo: far crescere insieme uomo/natura con economia/ecologia, ovvero apprendere che la città non serve solo la razionalità strumentale ma anche una razionalità relazionale/multidimensionale.



  • Una città senza confini




    La governance della città va ripensata nei suoi fondamenti. La sfida che attende è quella di una cittadinanza senza confini. Nella dialettica tra un globale omologante e un locale che si chiude in se stesso occorre riscoprire l'universale, che non presuppone una concezione statica dell'uomo. Occore trovare un codice della prossimità globale come fondamento del vivere la città


    La città è un progetto che nasce dalla volontà di vivere insieme, un progetto radicato nella storia, nella cultura, un progetto che si vorrebbe aperto alla speranza. Ma chi fa il progetto? Chi sono quelli che vogliono e possono vivere insieme? Non è facile rispondere a tali interrogativi. La città, crocevia di contraddizioni, è tante cose insieme. Certamente è fattore di modernità e di sviluppo, ambito di sedimentazione di risorse culturali e sociali che diventano brodo di coltura dell'innovazione e della sua diffusione. Ma è anche luogo di separatezze, di frammentazioni, talvolta di segregazioni. Ad ogni buon conto sempre più si presenterà come mosaico di popolazioni diverse, ognuna con una propria idea del vivere e del fruire la città.

    Le forme urbane, in questi ultimi decenni, hanno registrato profondi cambiamenti. Il rapporto industria–territorio si è fatto sempre più problematico. Le fabbriche hanno abbandonato i loro luoghi storici, lasciando spazio alle "aree dismesse", fonte sovente di grandi speculazioni immobiliari. E gli ex quartieri operai si caratterizzano per massicci ricambi di popolazione. I luoghi di incontro e socializzazione, sono messi in discussione sia dai nuovi centri commerciali sia dalla rivoluzione telematica. Le periferie sono tanto interne quanto esterne rispetto alla città. In quest'ottica i centri storici assolvono a ruoli contradditori: funzioni estetiche e di rappresentanza durante il giorno; ambiti di degrado e di violenza durante la notte.

    Nel contempo constatiamo da un lato l'affievolimento di tutta una serie di riferimenti culturali e valoriali che si erano consolidati nel corso del tempo e dall'altro lato l'emergere prepotente di molte chiusure "identitarie": identità corporative, localistiche e etnico-religiose. Le grandi città diventano "città divise", fondate sulla separazione che alimenta la violenza e la povertà secondo una miscela che rischia di diventare esplosiva. Papa Francesco già in occasione dell'incontro mondiale dei movimenti popolari (Roma, 28 ottobre 2014) ha affermato: "Viviamo in città che costruiscono torri, centri commerciali, fanno affari immobiliari ma abbandonano una parte di sé ai margini, nelle periferie: Quanto fa male sentire che gli insediamenti poveri sono emarginati o, peggio ancora, che li si vuole sradicare! Sono crudeli le immagini degli sgomberi forzati, delle gru che demoliscono baracche, immagini tanto simili a quelle della guerra".

    Welfare e governance delle grandi città
    Siamo in presenza di un panorama complesso, caratterizzato da grandi contraddizioni. La città è diventata luogo emblematico di lettura delle molte crisi del nostro tempo. Può anche essere luogo in cui sperimentare segni di cambiamento, fondativi di un nuovo umanesimo, nel cui ambito amicizia, condivisione, partecipazione non sono parole vuote. Qui sta la sfida della governance delle grandi città, dei grandi sistemi metropolitani: di un rinnovato welfare urbano.

    Sono in gioco una governance e un welfare che, mai come oggi, devono essere efficienti (le risorse disponibili non sono molte), giusti (nelle nostre città ci sono troppi squilibri), plurali (capaci di fare i conti con la molteplicità delle situazioni), condivisi e partecipati, in grado di valorizzare le energie, le capacità esprimibili dalla società civile, rispetto alla quale le istituzioni locali non hanno una posizione sovraordinata, bensì di servizio, di promozione, di regolazione. C'è una domanda di servizi sociali, di vita buona che deve essere promossa, sostenuta, trasformata da virtuale in effettiva. Nel contempo occorre assicurare la pluralità dei soggetti di offerta dei servizi evitando la formazione di posizioni di rendita e garantendo una reale libertà di scelta da parte dei cittadini.

    Il modello semplificante del decisionismo istituzionale si rivela sempre più inadeguato di fronte alla complessità e all'interdipendenza degli interessi in gioco. Né d'altro canto il semplice rapporto di agenzia tra i cittadini e i loro rappresentanti – amministratori appare risolutivo. Vi possono essere asimmetrie informative, comportamenti opportunistici. E' indispensabile allora un protagonismo dal basso che sarà tanto più efficace quanto più i cittadini sapranno organizzarsi e incorporare nelle loro preferenze elementi di equità e solidarietà. Il concetto di democrazia si fa di conseguenza più ricco ed articolato.

    Un welfare del genere non nasce a tavolino. Si deve partire innanzitutto da una lettura non intellettualistica dei bisogni. Nelle odierne società urbane le caratteristiche del bisogno non configurano più ambiti omogenei e uniformi ai quali applicare politiche standardizzate. Si impone invece una nuova attenzione alle caratteristiche del bisogno: per interventi formativi, per sostegni relazionali, per integrazioni di reddito, per servizi di cura, ecc.

    In secondo luogo, dopo aver configurato le caratteristiche dei bisogni, occorre passare alla costruzione di percorsi fondati su interventi mirati, finalizzati a promuovere processi di autonomizzazione personale, famigliare, comunitaria; di costruzione di libertà. Va da sé che nell'ottica del percorso non basta preoccuparsi semplicemente dei punti di partenza, tralasciando i punti di arrivo. All'uguaglianza delle opportunità va affiancata l'equità dei risultati. Occorre pertanto passare da un welfare che assiste a un welfare che abilita; dal risarcimento delle carenze alla promozione delle facoltà; dall'accettazione dello status quo alla presa di parola per cambiare.

    La mappa dei bisogni della gente
    Che configurazione assume la mappa dei bisogni nelle principali città italiane? Fra le determinanti dirette e indirette del malessere possiamo fare riferimento alle seguenti situazioni:
    - Invecchiamento della popolazione. La questione assume una triplice valenza. Esiste la condizione dell'anziano e in particolare dell'anziano solo. Esiste la condizione del bambino e del ragazzo in una società anziana. Esiste altresì la condizione della donna, ad un tempo moglie, madre, figlia di genitori bisognosi di assistenza.
    - Progressiva destabilizzazione di categorie sociali sino a poco tempo fa ritenute senza problemi. L'incertezza e la precarietà lavorative; la disoccupazione e l'inoccupazione; la crisi di tante piccole iniziative di lavoro autonomo commerciale e artigianale; la perdita di potere d'acquisto di salari e di pensioni determinano l'aumento dell'area delle povertà assolute e relative, materiali e anche immateriali. A questo riguardo si può osservare che, nelle grandi città, la povertà manifesta talune caratteristiche comuni. E' multidimensionale nel senso che debolezza economica, mancanza di istruzione, cattiva situazione sanitaria, alloggi fatiscenti, famiglie disgregate, diffusione della droga rappresentano altrettanti elementi di un mix sovente inestricabile. E' cumulativa ed ereditaria in quanto i figli degli emarginati hanno oggi forti probabilità di rimanere tali. Ha dimensioni etnico-culturali ed è concentrata in zone specifiche della città – nel centro storico o in periferia – destinate a diventare "off limits".
    - Sfilacciamento e atomizzazione del tessuto sociale. Aumentano le disuguaglianze e le discriminazioni. Sono colpiti i più deboli, i meno dotati, i meno rappresentati, i meno capaci di iniziativa personale. Tra non lavoro, esclusione e talvolta devianza i confini si fanno sempre più labili. L'esclusione è oggi il grande dramma e la grande paura.
    - L'immigrazione che amplifica i problemi e le contraddizioni. L'obiettivo era quello di poter avere della "braccia", sono invece arrivate delle "persone". Al semplice e comodo "rapporto di produzione" o di "strumentalità" è giocoforza sostituire il "rapporto comunitario" che va costruito a partire da soggetti liberi di scegliere, di assumere la responsabilità del proprio destino. Ma la libertà delle persone non può esplicarsi soltanto nell'autodeterminazione. Questa deve comportare anche l'autorealizzazione che richiede un rapporto costruttivo con l'altro. Autodeterminazione e autorealizzazione presuppongono l'esistenza di spazi pubblici in cui soggetti portatori di storie e identità culturali diverse possono esprimerle e confrontarle pacificamente e dialogicamente.

    Città e bene comune. Il ruolo dei governi locali
    La governance della città va profondamente ripensata nei suoi fondamenti e nelle sue strumentazioni. Per le amministrazioni comunali si prospetta l'esigenza di una rivoluzione culturale nel senso di una governance che deve essere:
    - garante dei diritti di tutti i cittadini. Il tema dei livelli essenziali delle prestazioni, dei profili di qualità che possono essere pretesi da tutti secondo equità, richiede alcuni passaggi obbligati. La garanzia dei diritti non può essere semplicemente enunciata, ma postula un organico e continuativo processo di misurazione e valutazione sulla base di parametri condivisi;
    - aperta alla partecipazione attiva dei cittadini, dei gruppi, delle associazioni che rappresentano dei giacimenti di risorse progettuali e creative, purchè si creino le condizioni per la loro esplicazione;
    - capace di lavorare in rete, sapendo anche utilizzare in maniera intelligente le potenzialità offerte dalle nuove tecnologie infotelematiche;
    - promotrice di sviluppo economico e sociale sostenibile nell'ambito di una "buona città" in cui vivere;
    - responsabile. La responsabilità consiste nel rispondere di qualcosa a qualcuno, sulla base di determinati presupposti, in maniera organizzata e strutturata: ciò impatta sui sistemi di rendicontazione, preventiva e consuntiva (accountability), posti in essere dall'amministrazione comunale. Al bilancio tradizionale (opportunamente riclassificato) occorre affiancare il bilancio sociale. La conoscenza dei risultati (output) dell'azione politica e amministrativa del comune deve essere integrata con la conoscenza delle conseguenze (outcome).
    Le spese correnti e quelle di investimento quanta felicità riescono a generare? Quanta sofferenza contribuiscono a ridurre in relazione alle diverse categorie di stakeholder ritenute rilevanti? Il dialogo, la partecipazione, il governo delle relazioni interne ed esterne concorrono a raccordare amministrazione e stakeholder. E' in gioco la costruzione di una "catena di senso" che lega tra loro visione politico-valoriale del comune, obiettivi e strategie, risorse, interventi, risultati e conseguenze. La rendicontazione sociale dà forma e sostanza a tutto ciò. Non può limitarsi a una mera operazione di immagine.

    Le città hanno bisogno di un tessuto di relazioni sociali autentiche capaci da un lato di resistere alla forza prevaricante dei grandi poteri che comprimono le esperienze individuali e dall'altro di superare situazioni di frammentazione e chiusura particolaristica. Bene comune e società civile, tra loro strettamente connessi, possono rendere la città luogo di solidarietà concreta nei rapporti comunitari, condizione per lo sviluppo delle identità personali e collettive, incubatore di creatività e imprenditorialità, ambito di regolazione sociale e garanzia di libertà.

    La città laboratorio
    E' in questo senso che possiamo parlare di città laboratorio, luogo in cui leggere segni di cambiamento più ricchi in umanità. Si tratta di:
    - ricucire, ricomporre relazioni ovvero di non rinchiudersi nel privato ma di aprirsi al sociale, coniugando libertà e solidarietà, riorganizzando i tempi e gli spazi della città, assumendo la persona e la famiglia come punto focale;
    - sperimentare nuove forme di convivenza sociale ed economica a partire dai pezzi di progetto elaborati dalle diverse soggettività e aggregazioni sociali, delegando loro risorse e responsabilità (convenzioni, accordi di programma a livello di quartiere,ecc);
    - vivere e praticare l'interculturalità in un'ottica di dialogo. La cultura della città è anche la cultura delle differenze. Le diverse società, i diversi mondi ed esperienze presenti nella città possono accogliersi reciprocamente. Questa non necessariamente deve essere una macchina tritatutto (melting pot) e neppure una macchina che genera separatezze e segregazione.

    Discendono da tutto ciò alcune piste di riflessione e di impegno. Occorre ricercare possibili sinergie tra innovazione economica, sociale e civile capendo quali sono le carte giocabili dalle città in vista del bene comune. Occorre reimpostare su nuove basi, condivise e partecipate, la progettazione urbanistica e sociale valorizzando le risorse di creatività presenti nei giovani, nelle donne e negli immigrati e anche l'esperienza degli anziani. Occorre vedere nei servizi l'incontro tra pubblico e privato nonché lo strumento di lotta contro l'esclusione e la povertà.

    Grandi trasformazioni attendono le città negli anni a venire. Si tratta di vedere se tutto ciò deve necessariamente avvenire in termini di "distruzione creativa" con la conseguente diffusione di omologhi valori di competizione, di merito individualistico, oppure se sia perseguibile un'ipotesi di "solidarietà generativa" con l'inserimento di processi di "controllo comunitario", con lo sviluppo di valori di comunicazione, dialogo e cooperazione.

    La sfida che abbiamo di fronte è quella di una cittadinanza senza confini. Nella dialettica tra un globale omologante e un locale che si chiude in se stesso occorre riscoprire l'universale che non presuppone una concezione statica dell'uomo. Nelle nostre città può dunque maturare un codice genetico-sociale centrato sulla correlazione tra la dignità indivisibile della persona e il valore del mondo nel quale ci troviamo. Potremmo in definitiva parlare di codice della prossimità globale come fondamento del fare e vivere la città.



  • Una nuova economia urbana




    Occorre apprendere dalla natura piuttosto che estrarre da essa. Esiste una ricchezza economica nascosta nelle nostre città rappresentata dal patrimonio di risorse naturali. La proposta è quella di una strategia di rigenerazione ambientale come strumento della rigenerazione del sistema economico e dello stesso sistema urbano. I benefici sul piano occupazionale sono rilevantissimi, come evidenziano tante buone pratiche


    Introduzione
    Disoccupazione e crisi ambientale sono due problemi centrali del nostro tempo, che riguardano sia i paesi in via di sviluppo che quelli sviluppati. La ricchezza economica cresce, ma con costi umani, sociali ed ecologici sempre più intensi.
    Come rigenerare l'economia, riconfigurandola ed orientandola in una direzione rispettosa della persona e dell'ambiente?
    Nell''Enciclica Laudato sì si sottolinea più volte che la crisi ambientale e la crisi sociale sono strettamente interdipendenti. I paragrafi nei quali si pone la riflessione sul modello desiderabile di organizzazione della produzione della ricchezza economica sono numerosi (nn. 16, 20, 22, 180, 192, 54, 122, 51, 106, 109, 123-124, 128-129, 141, 143-180, 185, 187, 190-191, 194-195).

    L'esortazione generale è di "riflettere responsabilmente sul senso della economia e sulle sue finalità, per correggere disfunzioni e distorsioni, ricercando altri modi di intendere l'economia"(n.163). Si parte dal riconoscimento che la finanza soffoca l'economia reale e che il principio della massimizzazione dei profitti non può intendersi come l'unico criterio di scelta per l'investimento imprenditoriale, rilevando altresì l'insufficienza del calcolo finanziario dei costi e benefici per proteggere l'ambiente. Insomma, con la visione economica corrente non si possono ridurre le disuguaglianze crescenti, la disoccupazione, le ingiustizie, il degrado ecologico.

    La tesi è che è necessario elaborare nuovi approcci ed una nuova visione generale, fondata sulla coevoluzione uomo/natura-economia/ecologia. Occorre una "ecologia economica" per conservare la qualità ambientale/ecosistemica e per redistribuire la ricchezza, nell'attuale contesto di una globalizzazione economica che tutto standardizza/omogenizza, indebolendo ogni identità specifica, ed ogni differenza. Si indica un modello fondato sulla circolarizzazione nella produzione, fondato su riuso, riciclo, rigenerazione e sulle energie rinnovabili, per ridurre il consumo delle risorse naturali sempre più scarse (n.180).

    Questo processo circolare, capace di riprodurre le varie forme di capitale originariamente disponibili, esprime in realtà le caratteristiche essenziali dello sviluppo sostenibile.
    Si evocano altresì esperienze di economia cooperativa (n.179) e comunque si sottolinea il ruolo positivo dell'Associazionismo che si muove nella direzione della realizzazione del bene comune (n. 232). Si insiste infine sulla necessità di investimento nel capitale umano, per valorizzare la creatività delle persone e per moltiplicare le opportunità di lavoro (nn. 128-129, 179).

    Più specificamente, nella Enciclica si propone un processo di rigenerazione dell'economia fondato sulla costruzione di relazioni/legami, che stimolano nuove catene di creazione di valore, che a loro volta aumentano la densità delle relazioni /legami, in un processo a spirale nel tempo che tende ad autoalimentarsi in modo virtuoso per costruire un futuro desiderabile. In altri termini, si insiste sulla costruzione delle condizioni non economiche (e cioè immateriali) dello sviluppo economico.

    Verso una nuova economia urbana
    Orbene, quanto sopra si può estendere anche alla proposta di una nuova organizzazione della città, e cioè di un nuovo paradigma urbano. Esso dovrebbe essere caratterizzato da una organizzazione circolare, fondata sul recupero, riuso, riciclo, rigenerazione (n. 22, 180, 192, 211), imitando in questo modo il sapiente metabolismo circolare della natura.
    L'attenzione alla città (esplicitata nei nn. 44, 49, 143, 148-152) si spiega perché è nello spazio fisico concreto della città che si realizzano (o meno) le relazioni ed i legami di cui sopra.
    Sempre più la ricchezza di un paese/regione è rappresentata dalla ricchezza prodotta nelle sue città.

    Ma le città sono anche grandi generatori di entropia: sono la fonte più rilevante di inquinamento e degrado ambientale, della destabilizzazione del clima, che incidono negativamente sulla salute e anche sulle condizioni economiche. Esse sono i luoghi dello spazio dove sono massimi i consumi energetici ed anche l'inquinamento oltre che le condizioni di frammentazione sociale. La causa più importante della destabilizzazione del clima e della stessa crisi ambientale è rappresentata proprio dalla organizzazione delle nostre città.

    Occorre riorganizzare le città, per farle diventare realmente "città abitabili" (n. 143). La prospettiva è quella di una economia urbana sempre più ecologica, con una estrazione di risorse naturali dall'ecosistema ad una velocità non superiore a quella della rigenerazione. L'ambiente è un bene comune fondamentale: è il sistema che assorbe / sequestra i prodotti di rifiuto della città. Se collassa il sistema ambientale, va immediatamente in crisi il sistema insediativo e quello produttivo. Il fondamento dei valori economici si trova infatti "fuori" dall'economia, e cioè nei valori ecologici.

    Questa economia ecologica, che imita processi organizzativi degli ecosistemi naturali con la minimizzazione e/o l'eliminazione di tutte le forme di rifiuto, è fondata su un metabolismo circolare (e non più lineare). Essa è meno de-territorializzata della attuale economia urbana: è legata alle caratteristiche naturali, geografiche, culturali/storiche del territorio specifico (per esempio, la produzione alimentare è legata ai luoghi di consumo) ed alla offerta di lavoro; è meno energivora, essendo sostenuta da fonti energetiche rinnovabili. Inoltre è meno fondata sul credito e molto più sul risparmio.

    L'economia ecologica
    Le caratteristiche dell'economia circolare si possono riassumere nello slogan delle "6 R": Risparmio, Riuso, Recupero, Riciclo, Rigenerazione, Rinnovabili. Occorre ri-organizzare le città e l'apparato produttivo secondo processi circolari che favoriscano scambi simbiotici. Occorre organizzare insomma la transizione verso la città ecologica, caratterizzata da tre tipi di simbiosi: quella all'interno dell'apparato produttivo della città, quella tra città con il suo sistema industriale e quella della città con il suo territorio extraurbano. Ogni simbiosi è fonte di risparmi di materie naturali ed energia e quindi di rilevanti benefici economici, oltre che di benefici ambientali.
    Occorre capacità di guidare la transizione verso la città delle energie rinnovabili, che da consumatrice di energia diventa essa stessa produttrice dell'energia di cui ha bisogno per funzionare.

    Buone pratiche di rigenerazione urbana si stanno già realizzando in diverse realtà nazionali, sperimentando diverse simbiosi che confermano quanto sopra. Tutte queste esperienze producono evidenza empirica che cooperare è fonte di benefici reciproci, cioè conviene economicamente, oltre che essere utile dal punto di vista ambientale (perché riduce gli impatti climalteranti ed inquinanti) e sociale (perché produce nuova occupazione). Esse, più in particolare, dimostrano che la costruzione di "relazioni" e "legami" è il cuore della rigenerazione economica sostenibile.

    L'elemento chiave è la prossimità spaziale. In questo modo il sistema industriale locale ed il sistema urbano diventano strettamente interdipendenti, e l'economia urbana diventa sempre più territorializzata e quindi più resiliente. La produzione della ricchezza economica viene inoltre disaccorpata dalla produzione di impatti ambientali negativi.
    L'economia ecologica, che assume un orizzonte temporale di medio lungo periodo, riconosce i valori intrinseci, oltre a quelli strumentali.

    L'economia solidale
    Inoltre, si può prevedere che nella transizione di cui sopra, l'economia urbana si caratterizzerà sempre più per nuovi modelli organizzativi di tipo ibrido tra profit e non profit, tra pubblico e privato. L'incapacità del capitalismo speculativo a combinare la produzione di ricchezza con la sostenibilità ecologica suggerisce la necessità di "andare oltre" l'organizzazione tradizionale. L'economia solidale rappresenta uno "spazio terzo" tra stato e mercato, tra pubblico e privato dove lo scambio non è solo tra equivalenti monetari (ne' sulla base di prezzi amministrati) e dove si supera l'approccio del trade off tra efficienza ed equità sociale.

    In effetti, l'impresa capitalistica è sempre più percepita - forse più della città - come la responsabile della crisi ambientale globale e del cambiamento climatico, dove cioè si lucrano profitti a spese della comunità; dove si assume che il perseguimento di istanze sociali (la salute degli operai, il loro benessere) ed ambientali è compito delle istituzioni pubbliche e non dell'impresa.

    L'impresa solidale rappresenta un ibrido tra l'impresa capitalistica e l'impresa sociale. E' l'impresa che produce non solo ricchezza economica ma anche le condizioni non economiche dello sviluppo economico, che sono il capitale sociale ed ambientale: relazioni, che diventano legami e che sono il presupposto per nuove forme di cooperazione nella produzione di nuove catene di valore.

    In un certo qual modo, questa forma ibrida si può ricondurre alla economia civile che nacque nei Comuni in Italia (con le Gilde, Le Confraternite, I Monti dei Pegni, le Corporazioni di Arte e Mestieri etc), e che Antonio Genovesi propose nelle sue Lezioni, allorquando sottolineava il ruolo della fiducia, reciprocità, mutua assistenza, virtù civili e non solo dei contratti nella produzione di ricchezza.

    Questa forma di organizzazione economica che incorpora anche obiettivi sociali, rappresenta un processo economico che produce anche comunità: relazioni e legami sociali, capacità di auto-organizzazione ed auto gestione. Essa si può esplicitare in particolare nella gestione dei beni comuni. Essa è in grado di prendersi cura degli spazi pubblici: delle piazze, paesaggi, fontane, delle aree monumentali: attraverso una loro idonea gestione si possono ri-generare relazioni legami e quindi comunità e quindi ricchezza.

    La gestione ed anche la progettazione degli spazi pubblici (n. 151), sta diventando un elemento di assoluta rilevanza e centralità, per produrre creativamente novità (cioè capacità di vivere insieme). Dagli spazi pubblici si può partire per rigenerare relazioni che diventano legami capaci di generare nuove catene di valore. Gli spazi pubblici sono i luoghi della economia ecologica, dell'economia della cultura, dell'economia solidale, oltre che della economia immobiliare, commerciale/terziaria e turistica. Essi, se bene gestiti, possono diventare catalizzatori di coesione sociale, di sicurezza, oltre che di salute, benessere, efficienza e ricchezza

    Conclusioni
    Economia ecologica ed economia solidale contribuiscono alla umanizzazione della città del XXI secolo. In esse si integrano la razionalità strumentale e la razionalità relazionale/ multidimensionale. Vengono stimolate sinergie, simbiosi, capacità coordinativa, co-evoluzione, co-creazione e non solo approcci competitivi/conflittuali.

    La sfida è quella di fare diventare queste forme di economia dalle attuali nicchie ad una realtà più diffusa, in modo da contribuire alla coesione urbana/ territoriale. Esse promuovono la sostenibilità intesa come capacità rigeneratrice di circolarità, che esprime la struttura organizzativa di tutti gli eco-bio sistemi.

    Occorre apprendere dalla natura piuttosto che estrarre da essa. Esiste una ricchezza economica nascosta nelle nostre città rappresentata dal patrimonio di risorse naturali accumulato sotto forma di rifiuti vari. La proposta che emerge, dunque, è quella di una strategia di rigenerazione ambientale come strumento della rigenerazione del sistema economico e dello stesso sistema urbano. I benefici sul piano occupazionale sono rilevantissimi, come evidenziano tante buone pratiche.



  • Spazi di giustizia




    Molte concezioni di giustizia tendono a riflette sui fenomeni sociali secondo una prospettiva cieca rispetto allo spazio. Senza cadere nella trappola del feticismo spaziale si deve dare attenzione all'interazione tra relazioni sociali e spazio. La vita delle persone ha sempre a che fare con una dialettica socio-spaziale. Con processi che sono temporali, socio-economici, politici, culturali ma anche relativi allo spazio


    Essere al mondo
    Riprendendo una lunga e feconda tradizione antropologica, diciamo dell'essere umano come coscienza incarnata. Per il tramite del corpo, esistere è sempre essere allocati da qualche parte presso altri esseri umani e le cose del mondo, ancor prima che il pensiero riesca a pensarli, e a riflettere sul modo di relazionarsi ad essi. La vita umana è un'esistenza in, e attraverso, la spazialità: proprio perché è una vita in, e attraverso, un corpo cosciente, che percepisce, agisce e si muove avendo una certa "presa" sullo spazio, grazie alla quale si orienta e si localizza. Inerisce allo spazio e al tempo, si applica ad essi e li abbraccia: ha con il mondo una familiarità che è più antica del pensiero, come insegna Maurice Merleau-Ponty.

    Esseri umani e cose hanno perciò una diversa relazione con i luoghi che occupano: degli esseri umani si deve dire, propriamente, che abitano. Essere al mondo è, per l'umano, sempre essere in un qui che ha una struttura d'orizzonte, in un nesso fondamentale con tutti i "là" rispetto a cui è "qui", ed è sempre anche una pratica di familia-rizzazione, una dinamica di orientamento. L'essere umano, più propriamente, è un abitante "en passant": abita, di passaggio. Nella dimensione spaziale, infatti, viene vissuto il tempo, in cui l'esistenza umana ugualmente si costituisce. La logica dell'esistere è perciò sempre anche una topologica. Pensare la città, allora, significa intenderla come polis, civitas, ed anche urbs.

    Una questione di giustizia
    Se agli inizi degli anni novanta il dibattito tra le teorie della giustizia si era fissato sull'alternativa tra redistribuzione e riconoscimento, opportunamente negli ultimi anni l'attenzione è stata spostata alle deliberazioni e al processo decisionale. Si è inoltre approfondita la riflessione per comprendere come evitare la deriva di un nichilismo post-moderno, in cui la diversità rischia di atomizzare e disintegrare, anziché arricchire, anche l'azione politica. Tutte queste concezioni di giustizia, tuttavia, rientrano in una tradizione che riflette sui fenomeni sociali secondo una prospettiva cieca-allo-spazio.

    Senza cadere nella trappola del feticismo spaziale (come se i processi spaziali fossero in ogni caso preminenti), si deve richiamare l'attenzione sull'interagire tra relazioni sociali e spaziali. La vita delle persone ha sempre a che fare con una dialettica socio-spaziale: cioè con processi che sono insieme temporali, socio-economici, politici, culturali ma anche spaziali. Laddove spaziale va compreso come concetto non solo di contesto, ma anche di contenuto: non si tratta cioè, solamente, di registrare che in alcuni luoghi si realizzano situazioni particolari, e di evidenziare le condizioni che vi favoriscono certi fenomeni. Lo spazio non va inteso solo come una complicazione di fondo dell'analisi, né come riferito alla mera estensione, ma, appunto, piuttosto come uno dei fattori effettivi che costituiscono la stoffa dei fenomeni. È quindi un elemento costitutivo della costruzione di situazioni di giustizia o ingiustizia.

    Certo lo spazio esiste nel prender forma di luoghi, e quindi è anche un prodotto sociale e culturale: cambia, viene trasformato, non va inteso come una sorta di sostanza fissa, definita e coerente, e neppure come una pagina bianca; i fenomeni sociali influenzano quelli spaziali tanto quanto viceversa. E, come ha insegnato Foucault rispetto all'interconnessione tra spazio conoscenza e potere, le differenti geografie non sono neutrali rispetto alle pratiche.
    Nella città questo riguarda il dar forma allo stare insieme tra estranei: cioè il convivere tra "lontani" che sono vicini.

    Come insegna il racconto mitico della prima fondazione di città (Gen. 4), il solco che traccia il confine fondativo istituisce il "noi" e separa dallo straniero: sug¬gerisce, in modo simbolico, che vivere insieme non è il mero sommarsi di una molteplicità di individui. È Caino, colui che segna il solco nel suolo, e Dio mette su di lui, il primo fratricida, un segno, perché nessuno lo tocchi. Mentre non si tace della difficoltà del convivere, nello stesso tempo si indica una direzione di senso: far vivere e non morire, spezzare il cerchio della violenza. È l'indicazione verso un convivere che resta da inventare, nel progetto fecondo di un essere-con a cui, anche, già si appartiene, e che, come dice un altro racconto delle origini, il mito di Prometeo ed Hermes, raccolto da Platone nel Protagora, necessita di pudore e di giustizia: le virtù delle buone relazioni di alterità.

    Uno sguardo olistico
    Le pratiche sociali sono possibili in quanto depositarie di un senso, non esistono solamente per la loro efficacia; rilevante, inoltre, è anche il piano degli affetti: perché l'impatto affettivo instaura associazioni e catene di rapporti, che neppure la denuncia di manipolazioni riesce a volte a spezzare.
    La considerazione della città, questo convivere tra estranei, richiede uno sguardo olistico: non solo polis, civitas e urbs sono dimensioni interconnesse, che rinviano l'una all'altra, ma interagiscono con un ambiente naturale, con un territorio, nel sistema terra costituito da ordini economici politici culturali e sociali ormai globali.

    Limito qui il discorso alla sottolineatura di due urgenze.
    La prima riguarda l'arte e la storia delle città, nelle opere e nelle forme dei luoghi pubblici: sono un potente strumento di educazione alla cittadinanza e di innalzamento spirituale. Il riferimento va al tessuto continuo, diffuso e unitario di chiese, palazzi, cortili, giardini, paesaggi: non può essere ridotto alla servitù turistica e al consumo intellettuale da spettacolo. Le opere d'arte non servono a fare qualcosa, cioè a produrre rendita, ma a essere e diventare qualcosa: più umani, più civili, fors'anche più felici. In questo senso si deve pensare alla loro tutela, ed agli organi istituzionali preposti a vegliarla. Una collettività, come fenomeno politico e sociale storico, non è un mero dato di fatto: ha un costituirsi (che è continuo), struttura relazioni (anche di po¬tere), deve conservare la propria identità (che non coincide con le radici: perché mentre queste sono statiche, quella è dinamica). Ha bisogno, perciò, di luoghi di memoria: che sono anche musei, biblioteche, certi paesaggi e località, personaggi, creazioni artistiche; manufatti o elementi naturali del paesaggio, come ha sottolineato Pierre Nora, essi «non sono ciò di cui si ricorda ma il dove in cui la memoria lavora; non la tradizione stessa, ma il suo laboratorio». Questi sono i luoghi della bellezza: confermino un senso ordinato di armonia o perturbino certezze consolidate.

    Urgente, inoltre, è una risemantizzazione dell'idea di sostenibilità, tenendo conto di cinque dimensioni indissociabili: sociale, economica, ecologica, geografica e culturale. Non si tratta semplicemente di conservare le risorse in prospettiva di risparmio, in una forma di egoismo di specie, nè solo di evitare il conflitto sociale o fallimenti imprenditoriali. Si tratta di cambiare sguardo, e questo va esercitato in molti modi: pensare e progettare in termini di territori e non solo di città, stringendo un nuovo patto tra città e campagna; riconoscere a ciascun essere umano soggettività pubblica, ridefinendo la questione dei diritti e attivando adeguati processi partecipativi che costruiscano patto sociale condiviso; aver cura di ciò che è valore, combattendo la riduzione di tutto a merce.

    È necessario, in questa prospettiva di futuro, avere il coraggio di porre la questione del senso, e non solo del funzionamento e della efficacia: pensando per scenari strategici, attivando rinnovate politiche, attraversando le pratiche quotidiane, rigettando il dominio dell'economico quanto qualsiasi ideologia che pretenda, a volte negandola, di requisire la verità. La verità resta, infatti, ciò a cui ci si dispone sempre e di cui non si dispone mai.



  • Ecologia dell'abitare




    L'architettura non è un qualcosa da ammirare, ma un luogo da vivere e da giudicare in base alle sensazioni che dà e alle funzioni che offre. Riguarda l'invenzione, la creazione degli spazi in cui l'uomo può vivere. Questo implica pensare a un "dopo" il disegno. Oggi invece le scelte di pianificazione del territorio avvengono quasi esclusivamente in nome del mandato elettorale senza guardare al bene comune


    Un misto di stupore e di soddisfazione. Questa la reazione nel vedere il Papa "avventurarsi" in una riserva di caccia molto particolare. Un posto abitato da animali rari, bellissimi, cervi dal pelo cangiante, con palchi imponenti, ramificati verso il cielo, e da piccoli insetti operosi, più o meno innocui. In fondo, pensavamo, è la prova di quanto accomuna le due passioni che ci pervadono.

    Architettura e teologia: due discipline senza disciplina! Composte, come l'uomo, da una parte immanente e una trascendente; entrambe destinate a essere studiate senza che si possa arrivare a una dimostrazione finale.
    Troppa poesia? Forse, ma costruire una casa è un atto tecnico, fare architettura (che non è prerogativa dei laureati in architettura) ha anche una valenza educativa.

    In tal senso è più che legittimo, oltre che opportuno, che l'autorità morale del Papa si rivolga anche a chi ha il potere di trasformare l'habitat umano (fingeremo qui di credere che questo potere ce l'abbia chi progetta e non sia sommamente nelle mani di quella figura mitica, ora mecenate ora kapò, che è il "committente").

    L'uomo è un animale sociale, che per vivere ha bisogno di relazioni e di spazi. Nessuno può dire con precisione se le vele di Scampia sono come le conosciamo per colpa di chi le abita o se chi le abita è portato a delinquere perché si trova a vivere in alveari impersonali. Di certo starci non è aspirazione diffusa e questo perché chi le ha progettate ha evidentemente pensato a risolvere funzioni banali, fisiologiche, dimenticando quanto necessita alla dimensione spirituale dell'essere umano.

    Ludovico Quaroni già nel 1957 (per noi c'è sempre un domani per fare cose intelligenti) scriveva: "si applicano alla cultura, alla religione e all'amore gli stessi criteri superficiali di valutazione positivistica che sono stati applicati prima al cubo d'aria e all'insolazione invernale, e non si tiene conto che il fatto più importante, nella residenza di un uomo, è la possibilità di scelta continua, fra la vita collettiva e la libertà dal controllo sociale, la possibilità di scelta fra la solitudine e la compagnia, fra il chiuso e l'aperto, fra il chiasso e il silenzio".

    L'architettura non è quella "cosa" più cara dell'edilizia, ma il risultato di un processo che ha come scopo far vivere bene chi ne fruirà, non solo costruire un riparo. Architettura non è nemmeno un qualcosa da ammirare, ma un luogo da vivere e da giudicare in base alle sensazioni che dà e alle funzioni che offre. Riguarda l'invenzione, la creazione degli spazi in cui l'uomo può vivere. E' un'arte? Sì, ma di creare ambienti, altrimenti la si chiami per quel che è: scultura. Questo implica pensare a un "dopo" il disegno. Non è difficile, di certo faticoso, ma non difficile.

    Basterebbe ascoltare un po' di più e non volere a tutti i costi insegnare (o imporre) stili di vita. Ma, parafrasando Jessica Rabbit, noi architetti non siamo cattivi è che ci disegnano così. O meglio, durante gli studi, ci viene inoculato un virus che attiva il gene egoista, che prevede la ricerca dell'immortalità (nostra e dell'opera), come Imhotep o Fidia.

    Di certo non ha migliorato le cose l'ascesa delle archistar all'empireo mondano, che ha provocato una corsa all'originalità e la comparsa, anche in periferia, di oggetti fini a sé stessi, spesso dai costi abnormi, perché nella gara di virilità tra adolescenti l'importante è vincere.

    Quante inutili dimostrazioni di forza, di energivore insensate si vedono. E' così che si diventa barzellette; ve ne sono anche di carine. Una dice essere il cammello nient'altro che un cavallo disegnato da un architetto (che risolve spesso un'impasse con un gesto barocco). Questo succede se dimentichiamo che per fare il nostro mestiere ci vuole anche un po' di vocazione. A nostro modo siamo un po' dei medici e se, forse, non possiamo letteralmente curare le persone di certo possiamo fare molto perché non si ammalino, scegliendo i materiali, l'orientamento e i luoghi più opportuni per costruire.

    Non siamo partigiani della "partecipazione", intesa come una grande assemblea condominiale. E' un processo complicato e delicato, che può essere ambiguo, perché se si parla di una scuola o di una palestra è una cosa, ma se si tratta di un aeroporto, di un inceneritore o di un dormitorio sono tutti d'accordo… di farlo altrove. In questo modo bisogni e problemi urgenti, concreti e quotidiani non avrebbero mai soluzione.

    E' pur vero che, all'opposto, le scelte di pianificazione del territorio oggi avvengono esclusivamente nelle "stanze dei bottoni", in nome del mandato elettorale, con più attenzione a esigenze particolari che al bene comune. E' uno scollamento che riguarda non solo l'urbanistica, ma ogni ambito della nostra vita quotidiana e che è solo più evidente là dove vi sono interessi economici rilevanti.

    Non sappiamo se qualcuno seguirà le lucide indicazioni del Papa, ma è bello sapere che si diffonde la consapevolezza che la costruzione di una comunità passa anche dalla realizzazione di un ambiente fisico armonico, accogliente e salubre.



  • Un[[#146]]esperienza di crowdfunding civico




    Recuperare il senso di identità e di appartenenza risulta fondamentale come strategia per rivitalizzare la città e attivare meccanismi di miglioramento dal basso, coinvolgendo gli abitanti. In tale contesto si inseriscono strumenti nuovi di gestione degli spazi pubblici e dei beni comuni: uno di questi è il crowdfunding civico, che consiste in una raccolta di contributi liberi da parte dei cittadini per la realizzazione di un bene/servizio urbano



    Le città europee si trovano oggi ad affrontare cambiamenti strutturali, problematiche vecchie e nuove rese più gravi e urgenti dalla situazione di crisi economica generale. La scarsità di risorse finanziarie e i tagli sempre maggiori ai servizi determinano la creazione di situazioni complesse soprattutto dal punto di vista sociale, difficili da trattare secondo modelli normativi standard.

    Il problema di fondo non è soltanto economico ma anche e soprattutto socio-culturale: la crisi colpisce in primo luogo i valori civici e il senso di comunità, senza i quali non è possibile attuare una seria politica urbana che abbia speranza di successo. Il disinteresse e la sfiducia dei cittadini nei confronti delle istituzioni contribuiscono al degrado e all'abbandono dei beni pubblici, con il conseguente peggioramento della qualità della vita da tutti i punti di vista.

    Recuperare il senso di identità e di appartenenza in tale contesto risulta quindi fondamentale come strategia per rivitalizzare la città e attivare meccanismi di miglioramento "dal basso", coinvolgendo gli abitanti in prima persona.
    In tale contesto si inseriscono strumenti nuovi di gestione degli spazi pubblici e dei beni comuni: uno di questi è il crowdfunding civico, che consiste in una raccolta di contributi liberi da parte dei cittadini, che si effettua tramite un'apposita piattaforma web, per la realizzazione di un bene/servizio urbano.

    L'obiettivo del nostro gruppo di lavoro, costituito da Salvatore Abruscato, Floriana Cane, Elena Giannola e Francesco Paolo Riotta era quello di mettere in pratica un'esperienza di crowdfunding civico a Palermo, per verificarne la fattibilità e valutarne vantaggi e criticità.

    Abbiamo scelto il Parco Uditore come luogo pubblico per la sua riconoscibilità all'interno della città e soprattutto del quartiere omonimo: è un luogo estremamente identitario e simbolico, in quanto realizzato su un terreno abbandonato che è stato valorizzato dagli stessi abitanti del quartiere e restituito alla città. Inoltre è un parco gestito interamente da volontari, per i quali la gente manifesta rispetto, solidarietà e collaborazione.

    La raccolta di fondi è stata solo la fase finale di un percorso di partecipazione strutturato in diversi momenti, svolto nell'arco di un anno: il nostro intento è stato quello di realizzare un'idea in modo condiviso, permettendo ai frequentatori del parco di esprimere le proprie esigenze e confrontando i risultati di tale indagine con i volontari dell'associazione Parco Uditore. L'idea nata dai partecipanti sarebbe stata così confrontata con il punto di vista dei gestori del parco e filtrata attraverso la nostra analisi tecnica, in modo da realizzare un vero e proprio processo partecipativo fondato su metodi professionalmente validi.

    La raccolta delle idee è stata realizzata sia attraverso interviste che tramite suggerimenti scritti, inseriti dai partecipanti all'interno di un raccoglitore appositamente realizzato (la "casetta delle idee"): al termine di tali operazioni, l'idea prescelta è stata quella di una struttura (o più strutture) per l'ombra. A questo punto abbiamo attivato la campagna di crowdfunding online, che tuttavia non ha ottenuto i risultati sperati.

    Una delle principali criticità riscontrate può riferirsi alla gestione dei tempi: è stato difficile mantenere alta l'attenzione su un progetto che prevedeva una fase di partecipazione "a medio termine", quindi non istantanea come le logiche di marketing suggeriscono. Inoltre è stato difficile utilizzare il web come strumento di comunicazione e raccolta di fondi, in quanto il meccanismo del crowdfunding si basa sulla coesione sociale e sulla fiducia, che si alimentano e si sviluppano attraverso rapporti diretti piuttosto che virtuali.

    Interessanti risultati sono emersi, infatti, dalla raccolta fondi "diretta" che abbiamo organizzato contemporaneamente a quella virtuale: molte persone hanno preferito lasciare una donazione anche minima al gazebo allestito presso il parco piuttosto che versare la stessa quota tramite carta di credito online, pur sapendo che in tal modo non avrebbero potuto controllare l'effettiva cifra raccolta in totale e il suo utilizzo.

    Da questa esperienza possiamo dedurre che in città come Palermo una buona parte di cittadini ha voglia di impegnarsi per il bene comune, ma la definizione dei modi e dei tempi di tali "azioni dal basso" e la gestione dell'intero percorso partecipativo sono operazioni complesse che necessitano sia di professionalità specifiche che di adeguati riscontri nell'ambito dei settori della pubblica amministrazione che si occupano di governo del territorio.



  • Intervista a Mons. Paolo Lojudice: "Una Chiesa porta aperta sulla strada"




    Proponiamo un'intervista a Mons. Paolo Lojudice, Vescovo ausiliare della diocesi di Roma per il settore Sud. E' stato ordinato sacerdote il 6 maggio del 1989 e Vescovo lo scorso 23 maggio. Per tre anni è stato vicario parrocchiale a Santa Maria del Buon Consiglio, al Quadraro, dal 1992 al 1997 a San Vigilio a Ottavo Colle. Per otto anni ha guidato la parrocchia di Santa Maria Madre del Redentore a Tor Bella Monaca. Quindi, l'incarico al Seminario Maggiore, e infine, quello di guida della parrocchia di San Luca Evangelista, al Prenestino


    Tor Bella Monaca, Corviale, Laurentino 38 sono alcuni luoghi simbolo di un urbanizzazione per grandi volumi priva spesso di spazi di socializzazione. Lei è stato parroco per diversi anni della parrocchia di Santa Maria Madre nel Redentore a Tor Bella Monaca, che cosa ha potuto sperimentare al riguardo? Quali ripercussioni hanno sulla vita delle persone scelte urbanistiche di questo tipo? Quali responsabilità abbiamo come cittadini e come comunità ecclesiale?

    Non posso dire in assoluto che a Tor bella Monaca non ci siano spazi di socializzazione, ma la testa dei progettisti difficilmente conosce le modalità di vita delle persone. Si ragiona a tavolino senza tener conto della realtà. Quando ero parroco di Santa Maria del Redentore a Tor Bella Monaca ho conosciuto l'architetto, ora defunto, che ha progettato la Chiesa e parlando mi sono accorto di quanto fosse difficile per lui comprendere la differenza tra la teoria e la pratica. Gli parlai, ad esempio, della difficoltà (quasi impossibilità) della sostituzione delle lampadine di illuminazione della chiesa, posizionate troppo in alto e impossibili da raggiungere e lui mi rispose che quelle lampadine erano state progettate per non fulminarsi mai. Dopo poco se ne fulminarono 4.
    Spesso una struttura architettonica da spazio al lato estetico però si dimentica del fatto che deve essere funzionale, a servizio della vita delle persone. Il dramma che si vive in realtà come quella di Tor bella Monaca è che si viene a creare una polveriera sociale perché si accorpano troppe situazioni di degrado. Ci sono spazi verdi ma spesso vengono deturpati. Le stesse abitazioni in alcuni casi sono molto belle e curate e in altri rese fatiscenti. La differenza la fanno le persone che ci abitano. In questi luoghi (qualcuno li chiamerebbe 'non-luoghi') manca la capacità di mobilitarsi, la capacità di costruire una vita sociale fatta di 'relazioni normali'. Ci sono sicuramente delle analogie con la situazione dei cosiddetti "campi-Rom autorizzati" che nascono per essere una risposta a dei problemi ma che finiscono per ingrandire i problemi stessi. Gli organismi decisionali dovrebbero essere più attenti e più lungimiranti. Ovviamente niente è assoluto, e non è mai tutto negativo: per alcune persone questi quartieri più popolari riproducono dinamiche "da paese" con contatti facili: la gente si siede per strada, sui muretti, davanti alle case e passa così il suo tempo, in particolare d'estate.


    Lo scorso 8 marzo papa Francesco si è recato in vista pastorale nella parrocchia di Santa Maria Madre del Redentore. In quell'occasione Il Papa ha voluto rimarcare, tra l'altro come il "primo comandamento" sia "la vicinanza a chi è solo", in difficoltà, emarginato? Quali parole del Vescovo di Roma le sono rimaste più impresse?

    Sicuramente la solitudine è una questione molto seria. A Tor Bella Monaca ci sono persone agli arresti domiciliari, situazioni di tossicodipendenza e di degrado umano. Credo che la Chiesa sia chiamata a sostenere le persone cominciando dal farle sentire meno sole. La parrocchia può essere sempre una porta aperta, come la locanda del Buon Samaritano. Nelle mie varie esperienze pastorali, prima da viceparroco e poi da parroco, ho sperimentato quante differenze ci siano tra un quartiere e l'altro, tra una comunità e l'altra. E' molto diversa l'incidenza sociale di una parrocchia collocata al centro di un quartiere di una che si ritrova, per ragioni di piano regolatore, ai margini, di una parrocchia che è punto di ritrovo e di incontro per comodità geografica da una che nemmeno si nota; da una che può essere raggiunta anche a piedi da un bambino da una dove ci si arriva solo in auto.
    Ho anche potuto osservare come vi fossero tuttavia alcune occasioni liturgiche utili, se ben sfruttate, che potevano aiutare ad avvicinare anche chi in chiesa non ci metteva piede. In particolare i funerali. Quando si trattava di giovani (e purtroppo è capitato spesso), si sono rivelati delle straordinarie occasioni di evangelizzazione, di possibilità di avvicinare persone lontane dalla Chiesa. I funerali sono infatti un momento dove si può comunicare al cuore delle persone, toccare i loro sentimenti, la loro sensibilità.


    Il Papa, in occasione della veglia di Pentecoste tenutasi nel maggio del 2013 con i movimenti, le nuove comunità, le associazioni e le aggregazioni laicali, ha dato un indicazione chiara alla sua Chiesa: quella di non chiedersi ma di uscire da se stessa. In quella occasione ha affermato che "quando la Chiesa diventa chiusa, si ammala" invitandola ad uscire "verso le periferie esistenziali, qualsiasi esse siano"? Quali sono le implicazioni pastorali di un simile invito?

    La parrocchia non può esaurirsi nella quattro mura, nella gestione dei gruppi ma deve essere un punto di riferimento del quartiere. Le parrocchie rischiano di essere delle "Ferrari che mettono solo la prima o la seconda". Spesso si nota una mancanza di fantasia pastorale, di creatività. E questo in molti ambiti dalla pastorale, in particolare quella giovanile e la preparazione ai sacramenti, che esiste in tutte le parrocchie, ma spesso vissuta come tradizione ripetitiva e abitudinaria. Credo che sia molto importante curare la pastorale giovanile a partire dal costruire un rapporto di forte collaborazione tra catechisti/educatori e sacerdoti. Serve continuità per aiutare i giovani anche a livello vocazionale e cioè un tempo relativamente lungo di presenza di bravi sacerdoti.
    Tornando al tema del rapporto con il territorio credo che sia necessario programmare dei tempi, delle ore in cui essere fuori, in strada, nei condomini, nei viali. Quando ero parroco mi prendevo del tempo per camminare per strada, per incontrare le persone, e anche nelle mia esperienza da viceparroco, insieme ai ragazzi della parrocchia, ci ritagliavamo degli spazi di presenza sul territorio andando a incontrare le persone che vivevano nelle baracche toccando con mano le situazioni di povertà e cercando di fare qualcosa per migliorare quelle condizioni aiutando le famiglie.


    Nella Laudato Si, al numero 149, Papa Francesco afferma che "…per gli abitanti di quartieri periferici molto precari, l'esperienza quotidiana di passare dall'affollamento all'anonimato sociale che si vive nelle grandi città, può provocare una sensazione di sradicamento che favorisce comportamenti antisociali e violenza…". Sottolinea inoltre come "…tante persone, in queste condizioni, sono capaci di tessere legami di appartenenza e di convivenza che trasformano l'affollamento in un'esperienza comunitaria…". La sua esperienza pastorale a quali considerazioni la porta? Quali ostacoli vede su questo cammino indicato dal Papa?

    Le considerazioni che fa il papa sono di un realismo quasi 'disarmante'. D'altra parte il nostro pontefice non è vissuto nei 'salotti buoni', ma ha incontrato e toccato con mano la miseria e la desolazione in cui si vive (e in cui ci si abitua a vivere) in una enorme metropoli come Buenos Aires. Nessuno è giustificato nel fare il male, nell'assumere "comportamenti antisociali" o nel "compiere violenze…" ma ognuno è radicalmente condizionato dalla sua storia e, con una battuta potrei dire, dalla sua geografia. La storia condiziona la vita di una persona, così come di un intero quartiere. Non è la stessa cosa nascere all'Eur o a Tor Bella Monaca, a Montesacro o a Corviale, in un campo rom o al Torrino… Gli stessi problemi, gli stessi pericoli sono ovunque ma in alcuni posti sono più numerosi, più a portata di mano. I palazzoni di Tor Bella Monaca (e non solo) sono stati costruiti per risolvere i problemi abitativi degli anni '80, quando ancora in una città come Roma tanta gente, a causa di sfratti o di altre storie, vivevano nelle baracche o in luoghi di fortuna.
    Nei fatti però è accaduto che si sono ritrovate a vivere in uno stesso luogo troppe persone " a rischio", riunite da un "comune destino". Si sono formati dei gruppi familiari che sopravvivevano nell'illegalità anche perché tante case non venivano assegnate ma "occupate". Non era il Comune e i suoi organismi competenti a destinare gli alloggi a chi ne aveva diritto ma la "legge del più forte". Ci si è impadroniti delle case che restavano vuote per un certo periodo e questo criterio dura fino ai nostri giorni.
    Le persone 'normali', quelle che si sono ritrovate a subire uno sfratto, invece, vivono il ricordo dei loro quartieri di origine con nostalgia, non sentendosi mai a casa loro ma piuttosto vivendo una sensazione di "deportazione" per usare l'espressione, che non ho mai dimenticato, di una signora abitante nel quartiere. E' evidente che vivere in torri di 14 piani con 150 condòmini, con più persone agli arresti domiciliari, con spaccio di droga nell'androne, con immondizia buttata in ogni parte non aiuta, anzi facilita l'aumento delle situazioni di degrado umano. Sicuramente i bambini, i giovani e i ragazzi che stanno diverse ore in strada, anche solo per giocare, rischiano di entrare in giri molto pericolosi (es. spaccio di droga, microcriminalità…). Le famiglie più sane arrivano a non far uscire mai i figli da casa, con conseguenze facilmente immaginabili.

    A livello pastorale,
    anche se questo può spaventare, è necessario essere vicini a tutti, sani e malati, onesti e delinquenti, ricordando che sceglie di commettere reati è 'povero due volte'. Ma anche a chi è solo, a chi è anziano… Per i più piccoli vanno creati (e qui la parrocchia può fare molto) degli spazi alternativi, degli oratori seri, guidati, degli spazi educativi pieni, non vuoti e non solo dei campi da gioco da aprire e chiudere ad orario. In ambienti dove la casa non è propriamente il "focolare domestico" che tutti vorremmo, le parrocchie possono offrire dei "centri diurni", dove accogliere tutto il pomeriggio, per i compiti, per mangiare, ma anche il vestirsi, i più piccoli. Un cortile o un campetto d'oratorio non dovrebbe mai rimanere senza un animatore giovane o adulto (meglio se insieme) capaci di 'farsi rispettare' da ragazzini (sempre più agguerriti e poco educati) ma anche di saper educare. Al di la di facili slogan tutti percepiamo l'emergenza educativa ma capiamo quanto sia difficile farsi seguire dai più giovani. Non bisogna aspettare che i nostri ragazzi abbiano 18 o 20 anni, dobbiamo intercettarli prima, dobbiamo evitare in ogni modo che si allontanino dai nostri occhi (anche se non verranno a messa tutte le domeniche), dobbiamo continuare a tessere un dialogo con loro, anche incontrandoli nei loro spazi (bar, sale giochi o centri sportivi che siano).


    Sempre nella Laudato Si, al numero 150, il Papa afferma come "la pianificazione urbanistica debba tener conto del punto di vista degli abitanti" e come sia necessario "curare gli spazi pubblici (…) e i punti di riferimento urbani che accrescono il nostro senso di appartenenza, la nostra sensazione di radicamento, il nostro 'sentirci a casa' all'interno della città che ci contiene e ci unisce". Da Vescovo del settore Sud di Roma cosa a suo avviso potrebbe consentire di raggiungere questo obiettivo? Quali sono le responsabilità degli amministratori locali, dei cittadini e dei credenti anche appartenenti ad altre religioni?

    Senza ripetere luoghi comuni c'è innanzitutto da dire che la politica è sradicata, è lontana dal vissuto delle persone. Quasi nessuno sente chi ci governa (il governo locale come quello nazionale) come una risorsa a cui attingere, come una "squadra di servizio" al cittadino ma come un nemico da cui difendersi e tutelarsi. Senza un dialogo stretto tra istituzione e cittadino non ci sarà mai questa interrelazione, questo aiutare ed essere aiutati dall'istituzione. Anzi: si percepirà la dolorosa sensazione dell'assenza (…i governanti non fanno niente…!) e ci si staccherà sempre di più da una partecipazione attiva alla 'res publica' senza la quale non si va da nessuna parte. Ci sono delle responsabilità oggettive nella (a volte perversa) gestione dei beni (e del denaro) pubblici ma più il cittadino si allontana e più la politica diventa egoista, centrata su se stessa, autoreferenziale (per usare un termine molto in voga) e, ripeto, si crea un circolo vizioso da cui è quasi impossibile uscire. Nessuno ti ascolta e nessuno sente più la responsabilità (e il diritto) di farsi ascoltare. Da credenti non possiamo farci intrappolare da questo sistema, restare a guardare.
    Non so se oggi è il tempo di un impegno attivo in politica per il cristiano (sembra che chi ci prova o resta schiacciato, o si compromette o se ne va). Dovremmo, però, a partire dalle realtà locali, non aver paura di una politica fatta (non perché vadano imposti i nostri criteri o i nostri valori) per il bene pubblico, per un bene che superi i confini del "mio e tuo" e arrivi al "nostro", orientata a migliorare sul serio la vita e il benessere di un quartiere. Mi auguro di sbagliare ma mi sembra che siano fallite le cosiddette 'scuole di formazione politica' secondo la dottrina sociale della chiesa. Ma in questo modo anche l'annuncio del Vangelo è inefficace perché resta nei limiti di uno spiritualismo intellettuale (quando va bene) se non diventa uno sterile devozionalismo.
    Anche membri appartenenti ad altre confessioni religiose, siano essi immigrati o no hanno il dovere di dare il loro contributo, superando quella tendenza a vivere il loro essere minoranza in modo chiuso ed egoistico.


    A suo avviso quali fattori possono contribuire al miglioramento integrale nella qualità della vita umana in città come Roma? Quale ruolo può avere la Chiesa?

    Leggere la realtà, conoscere il territorio e le persone che lo abitano è fondamentale. E' il primo passo per amarlo. E' importante saper leggere e rispettare il territorio avendo la pazienza di preparare il terreno. Prima di annunciare il Vangelo, o 'seminare', secondo l'immagine della nota parabola, è necessario preparare il terreno, che si traduce con l'entrare in una dinamica relazionale positiva. Ogni sacerdote, parroco o viceparroco deve essere consapevole che la parrocchia esiste prima e dopo di lui. Un sacerdote che arriva in una parrocchia, deve innanzitutto cercare di farsi conoscere e di conoscere lui stesso le situazioni, le persone, la storia del quartiere e della gente come anche le fatiche di chi lo ha preceduto nel ministero: solo dopo potrà avviare una promozione e una animazione gioiosa e generosa del quartiere e della comunità che lo abita annunciando 'esplicitamente' il Vangelo "opportunamente e inopportunamente", come direbbe San Paolo.
    Non ci sono tempi stabiliti per questo itinerario: dovrà essere il buon senso, il 'fiuto', ma anche il rispetto del parroco ad accorgersi di questo. Sarà molto importante per lui chiedere consiglio, a chi lo ha preceduto, a qualche laico maturo… All'inizio è naturale che ci si avvarrà dell'aiuto dei più vicini, dei frequentanti più assidui ma non bisognerà in nessun modo discriminare gli altri, quelli più lontani. Verso questi sarà necessario trovare forme di avvicinamento diverse, attraverso altri strumenti, come la cultura, l'arte ma anche attraverso una carità esplicita e fattiva che può trovare risposte molto edificanti anche da parte di chi non è così 'fervente' nella fede (o crede di non esserlo). E' da questa prossimità che potrà nascere o risbocciare quella 'nostalgia di Dio' che tutti gli esseri umani portano dentro. E' questo il nostro compito come 'pastori', sacerdoti o vescovi, come guide del popolo di Dio che a loro volta sanno di dover seguire "l'unico Pastore e Maestro", Gesù. Le parrocchie possono dare un grande contributo per il miglioramento della qualità della vita delle persone proprio sul terreno della qualità delle relazioni.


    Infine le chiedo di darmi un'immagine di quella che, secondo lei, dovrebbe essere la Chiesa e la città di Roma.

    L'immagine della "porta aperta" sulla strada è quella che potrebbe descrivere la città, la Chiesa di Roma nel suo insieme ma anche ogni parrocchia. Non a caso ogni Giubileo inizia con l'apertura di una (o più porte). Roma è una città che da sempre (come Gerusalemme) è stata un crocevia di culture, una città dove tutto il mondo passa. Di questo dobbiamo essere orgogliosi. Ma nessuno dovrebbe andar via da Roma e rimanere come è entrato. Mi piacerebbe (ma senza sognare) che tutte (o quasi) le chiese fossero sempre aperte, segni di una accoglienza "primaziale" (la chiesa di Roma ha il primato della carità).
    Il Colosseo, come monumento caratterizzante della città, è adatto a descrivere questa immagine con le sue aperture da ogni lato…. Purtroppo oggi Roma è un città che 'soffre', dove ogni cosa è un problema, dove ogni situazione da affrontare, anche la più semplice, diventa un dramma... E questo per tante incapacità-incompetenze diffuse, per la famosa, sempre denigrata ma mai superata burocrazia… Dobbiamo recuperare qualcosa che è nel DNA delle nostra città e della nostra fede: la capacità di accogliere e di essere aperti a tutti. San Pietro e San Paolo scelgono di venire a Roma per portare l'annuncio di Cristo nel cuore dell'Impero Romano, per testimoniare la propria fede fini al martirio. Roma è a capo della carità. La carità rimane la dimensione costitutiva del nostro essere cristiani che vivono nella città eterna.



  • Le periferie ed il centro




    La Laudato si' è un'invito alla conversione rivolto a coloro che hanno responsabilità nella vita sociale e politica. Un invito che ci spinge a un confronto continuo con chi vive la città, allo scambio delle buone pratiche, alla ricerca di soluzioni condivise e di strumenti per rispondere ai problemi delle persone. Questa è la cura principale che deve avere oggi chi si pone la sfida affascinante e terribile della carità politica


    E' noto come nel magistero di papa Francesco la questione delle "periferie" torni spesso: le periferie esistenziali, ovviamente, quelle in cui l'umanità si smarrisce e non sa più ritrovare se stessa e le proprie aspirazioni più profonde. Ma anche le periferie fisiche, quelle che il Papa conosce bene perché le ha frequentate da Arcivescovo di Buenos Aires e che costituiscono un simbolo dell'America Latina tanto quanto gli immensi latifondi: due volti di una povertà che non è solo esistenziale ma è anche materiale, ed anzi si può dire che la dimensione materiale e quella spirituale si condizionino a vicenda: come può l'uomo deprivato della sua umanità, della sua dignità unica ed irripetibile, potersi aprire alla preghiera verso un dio che sembra averlo dimenticato?

    Questa riflessione emerge anche all' interno dell'Enciclica "Laudato si'", testo ricco e complesso che tiene insieme la riflessione spirituale con l'analisi sociale, e rappresenta un potente invito alla conversione (nel senso dell'espressione greca "metànoia", cambiare il proprio modo di guardare a a se stessi, a Dio, al mondo che ci circonda), rivolto soprattutto a coloro che hanno responsabilità nella vita sociale, politica, sindacale, a coloro che insomma esercitano una certa quantità di potere e debbono metterlo al servizio del prossimo. Sono convinto che non abbia torto chi ha scritto che il vero oggetto della LS non è l'ecologia, ma il potere, ovvero l'esercizio del potere in una società che non solo non crede più in Dio ma non crede nemmeno nell' umanità, che ha rotto ogni vincolo di responsabilità verso le frange più deboli della società (è quella che il Papa ha più volte definito "cultura dello scarto") ma anche vero il proprio stesso futuro compromettendolo con la mancanza di rispetto verso la "casa comune" alla cura della quale è appunto dedicata l'Enciclica.

    Nella LS il Papa rileva come a causa della "smisurata e disordinata crescita" molte città "sono diventate invivibili (…) sono grandi strutture inefficienti che consumano in eccesso acqua ed energia. Ci sono quartieri che, sebbene siano stati costruiti di recente, sono congestionati e disordinati, senza spazi verdi sufficienti" (44) e più avanti rileva come "spesso si trova una città bella e piena di spazi verdi ben curati in alcune aree 'sicure' , ma non altrettanto in zone meno visibili, dove vivono gli scartati della società". (45).

    La distinzione fra quartieri ricchi e quartieri poveri non nasce di recente, in tutta evidenza, ma la tendenza in atto è diversa e preoccupante: un tempo i quartieri ricchi ed i quartieri popolari erano parte della stessa città, spesso in competizione aspra se non in guerra fra di loro, ma comunque appartenenti ad uno spazio comune. Ora invece sembra che progressivamente coloro che possono permetterselo vogliano disegnarsi uno spazio urbano fruibile solo da loro, totalmente separato dal resto della città, con servizi e benefici unicamente riservati ai fortunati abitanti di quello che non è nemmeno più un quartiere ma uno spazio a parte, mentre il resto della città è riservato ai meno abbienti i quali fruiscono di servizi resi sempre più precari dalla crescente scarsità di mezzi degli Enti locali.

    Da poco più di un anno sono il Sindaco di un Comune di circa ventimila abitanti del vasto hinterland milanese, forse una delle realtà urbane più densamente abitate di tutta Italia, che ha visto uno sviluppo vertiginoso nel periodo della ricostruzione post bellica e del cosiddetto boom economico, nel momento in cui masse intere di nostri concittadini muovevano da Sud a Nord alla ricerca di un lavoro e di migliori condizioni di vita per sé e per i propri figli.

    Scontiamo adesso il modo caotico in cui questa fase di crescita urbanistica e demografica venne gestito, in una fase in cui la tematica del rispetto ambientale, dello sviluppo dei servizi sociali, della pianificazione urbana erano pressochè sconosciute, e l'esigenza di costruire e di occupare ogni spazio edificabile prevaleva su ogni altra considerazione. Nel mio Comune, per fare un esempio, si permise fra gli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso di costruire villette e condomini su di un'area attigua al fiume Seveso che di fatto era una sorta di piccola depressione territoriale (infatti veniva chiamata popolarmente "la busa", la buca) che metteva le nuove abitazioni al di sotto del livello del fiume, con conseguenze immaginabili nel momento in cui esso rompeva gli argini ed ingolfava il sistema fognario.

    Più in generale, al di là di interventi occasionali di amministratori lungimiranti, del movimento cooperativo o di imprenditori "illuminati" che pensavano di disinnescare il conflitto sociale attraverso la costruzione di "villaggi modello" e di altri benefit, ciò che sembra aver connotato gli anni della crescita urbana nel contesto metropolitano milanese sembra essere stata la mancanza di visioni di insieme, e l'illusione che il modello di sviluppo in atto sarebbe proseguito indefinitamente.

    Al contrario, non solo esso si è esaurito nel giro di una trentina d'anni, ma la mancata previsione della fase successiva ha progressivamente condotto al degrado i quartieri popolari che erano sorti nel pieno della fase di crescita industriale. Infatti, un quartiere pensato essenzialmente come dormitorio in un contesto di crescita industriale sviluppata presentava ancora i tratti derivanti da un vincolo sociale - di classe, se si preferisce- comune alle persone che lo abitavano fuori dall'orario di lavoro, e che aveva propri centri aggregativi, dal Circolo ACLI alla sezione comunista, passando per le biblioteche di quartiere, le parrocchie, gli esercizi di prossimità … Chiuse le fabbriche, i quartieri dormitorio diventano, appunto, solo dei dormitori, i centri di aggregazione politica scompaiono o rimangono appannaggio solo di persone anziane e di pochi volonterosi, e spesso ai parroci tocca svolgere una funzione di presidio urbano che altri soggetti hanno abbandonato, mentre la crescente presenza di immigrati da Paesi stranieri, non gestita adeguatamente, genera disagio sociale ed ansia securitaria spesso rimestata da insidiosi demagoghi.

    Il caso peggiore è quello di certi aggregati urbani composti quasi integralmente da alloggi di edilizia popolare pubblica, la cui proprietà e gestione è stata da lungo tempo centralizzata in capo a Regione Lombardia e rappresenta una sconfitta epocale per l'Ente pubblico in termini di mala gestione di crescente degrado materiale e morale dovuto non solo ai ripetuti fenomeni di occupazioni abusive e di morosità nel pagamento degli affitti, ma anche e soprattutto all'evidente infiltrazione della criminalità organizzata, che si fa anche attore politico e sociale come testimoniato dal ripetuto scioglimento di alcune Amministrazioni comunali. A ciò si aggiunga che se la Regione è un cattivo padrone di casa, sono i Comuni, deprivati di ogni potere circa la gestione delle case ALER (l'ente gestore di emanazione regionale) a dover far fronte sul territorio agli esiti di questa cattiva gestione in termini di disagio urbano.

    Segno infallibile di degrado urbano (e morale) è anche il diffondersi sul territorio dei quartieri popolari di esercizi del tipo di rivendite di metalli preziosi, saloni di massaggio e sale scommesse (e delle slot machine negli esercizi già esistenti): per quanto non necessariamente ogni "vendo oro" sia un centro di ricettazione ed ogni salone di massaggio sia paravento per la prostituzione, è chiaro che il diffondersi di esercizi di questo tipo, insieme a quelli esplicitamente dedicati al gioco d'azzardo, sono il segno di una miseria materiale e morale che ricerca nella dissipazione e nella rendita parassitaria l'alternativa a virtù private e civili che nessuno più insegna e che comunque vengono giudicate poco redditizie.

    Ecco dunque che la conversione che si chiede a noi amministratori – sì, perché un testo come quello di Francesco un credente o una persona di reale buona volontà non lo legge con occhio distratto, ma piuttosto cercando di capire come parla a lui e che cosa gli chiede - è proprio nel senso di guardare oltre, di sapere in qualche modo prevedere come sarà la città di domani, in che modo essa possa essere un luogo accogliente, un luogo che sana le ferite e non le moltiplica, un luogo che rende liberi e non schiavi, sapendo, come ha detto con grande umiltà lo stesso Papa nel suo discorso ai rappresentanti dei movimenti popolari a Santa Cruz de la Sierra il 9 luglio scorso, che nessuno, nemmeno la Chiesa, ha la ricetta giusta in tasca, perché "la storia la costruiscono le generazioni che si succedono nel quadro di popoli che camminano cercando la propria strada e rispettando i valori che Dio ha posto nel cuore".

    E dunque il confronto continuo con chi la città la vive e spesso la subisce, lo scambio delle buone pratiche, la ricerca di soluzioni condivise e lo sforzo autenticamente riformista di trovare gli strumenti istituzionali migliori per rispondere ai problemi delle persone debbono essere la cura principale di chi ancora oggi si pone la sfida affascinante e terribile della carità politica.



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