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Benecomune.net
Maggio 2015 Dimmi la verità

  • Dimmi la verità




    Islam e Occidente tra finzioni, dogmi e realtà 


    Dimmi la verità.
    Sì, è il ritornello di Cuore matto, niente di sofisticato: tutto molto popolare. Ma è esattamente quello che chiediamo alla religione: la verità. Lo diciamo perché siamo alla ricerca di quella verità che sia un po' più profonda di ciò che la realtà ci restituisce in modo apparentemente incomprensibile, disordinato. Dimmi la verità: è ciò che chiediamo al nostro Dio per dire che vorremmo sapere dove veniamo e dove andremo per capire dove siamo, chi siamo veramente e che senso ha il nostro transito terreno.

    E la verità potrà essere una sola? Oppure, nella multiforme realtà, essa si manifesterà in modo altrettanto multiforme? Cosa vediamo e cosa vedremo? Cosa ascoltare? Non possiamo certo ignorare la realtà... Ecco, ci vorrebbe una relazione col divino che si accordi perfettamente con la realtà che osserviamo, che la confermi, che la giustifichi. Dimmi la verità: lo chiediamo sia alla religione sia alla realtà. Senza separarle. La realtà – e non la sua falsa immagine riprodotta da alcuni ambienti politici – ci restituisce anche quell'Islam che cerca la verità nella pace, che cerca il rapporto con Dio e con l'uomo.

    Per questo inizierei il nostro piccolo viaggio della e nella verità dall'articolo scritto dai giovani del Co.Re.Is che – come tutti i giovani - ci parlano di futuro, di come siano riusciti a realizzare spazi di confronto con l'Ugei e on la Fuci su temi quali il perdono, la giustizia, il volto di Dio, l'amore. Come affermano con semplice intelligenza delle cose, la religione – ovvero il legame tra l'uomo e Dio – non può separare il legame tra uomo e uomo, pena l'ideologizzazione, la strumentalizzazione. Il dialogo interreligioso, che i nostri giovani dimostrano di praticare, può invece rivelarsi come aulica (e banale) dichiarazione d'intenti nel mondo degli adulti, così come afferma Gabriele Tecchiato: il mondo non si separa su base religiosa, con i cristiani e l'occidente da una parte e i musulmani e l'oriente dall'altra: sarebbe una forzatura.

    Non si tratta neppure di costruire un ponte tra due entità, perché stiamo parlando di una delle tante facce di una stessa medaglia. Sul dialogo interreligioso si spende anche la ricca riflessione di Chiara Canta, che va oltre il pluralismo delle religioni per penetrare un altro fenomeno, quello del pluralismo interno alle religioni. L'Islam non è un tutt'uno compatto come ci viene presentato in termini strumentali: un monolite. L'Islam, come tutte le grandi religioni, porta dentro di sé la complessità di più modi di pensare e di vivere la religione, ha delle pieghe, delle faglie: sarà così anche per l'esperienza dell'Islam europeo. Altro che Eurabia! Il confronto con la modernità europea ed occidentale, afferma Edoardo Scognamiglio, consentirà all'Islam di accelerare il necessariamente lento passo del dialogo. L'Islam non sarà un fenomeno di pochi anni: in realtà c'è sempre stato un Islam europeo, ci dice padre Edoardo.

    Certamente tutte queste riflessioni non possono far a meno di considerare che esse sono influenzate dal contesto nel quale si vive. La geopolitica influenza anche le credenze (e viceversa, ovviamente). Lo leggiamo nelle parole di Gianni Bottalico, che offre qualche elemento per ripensare alle strategie mondiali unilaterali e multilaterali, in una situazione dove Usa e Europa potrebbero avere ruoli e punti di vista diversi. 

    Siamo consapevoli di vivere in un mondo difficile, a più dimensioni del reale. Ecco perché ci rivolgiamo alle religioni cercando forme di unità, di collegamento, di comprensione: in sostanza di verità.



  • L[[#146]]Islam è "compatibile" con l'Occidente?




    La chiave di lettura proposta è il dialogo, che valorizza il pluralismo delle due culture religiose, islamica e occidentale-cristiana. L'Islam non è un monolite, non può essere omologato al fondamentalismo, all'odio e alla violenza per cristiani e occidentali. Né, tantomeno, l'occidente è sinonimo di cristianesimo, democrazia, rispetto, diritti umani ed altro


    I fatti di cronaca recenti, che si riferiscono alle minacce dell'Islam all'Occidente sono una tentazione fortissima per condurre la riflessione su questo piano e lasciarsi andare a difese e accuse che i due soggetti, musulmani e occidentali, mettono in campo. Da una parte ci sono coloro che hanno paura e dall'altra quelli che alimentano tale sentimento.

    La domanda se sia possibile e necessario un discorso comune sul rapporto tra islam e occidente deve necessariamente collegarsi alla riflessione condotta in questo ambito già da anni, ancora prima dell'attentato del 2001, ormai simbolo dell'odio islamico nei confronti dell'Occidente.

    Esiste, da una parte, un occidente democratico, civile, che si ispira a valori cristiani e laici e, dall'altra, un Islam antidemocratico, fondamentalista, ostile e incompatibile con la laicità? Si propone una riflessione, necessariamente sintetica, argomentata anche da chi scrive nel corso degli anni.

    La chiave di lettura proposta è il dialogo, che valorizza il pluralismo delle due culture religiose, islamica e occidentale-cristiana. Ma l'Islam non è un monolite, non può essere omologato a fondamentalismo, odio per cristiani e occidentali, violenza nei confronti dei miscredenti. Né, tantomeno, l'occidente è sinonimo di cristianesimo, democrazia, rispetto, diritti umani ed altro.

    Il pluralismo è il sale delle culture e ne esalta le ricchezze che ne definiscono le identità, che sono dinamiche, in movimento e che si evolvono nel confronto reciproco con quelle altrui. Nel pluralismo co-abitano diverse identità, le quali non sono né dogmatiche né statiche. Per la verità non è poi ovvio per tutti che il pluralismo religioso sia un bene. Il mondo religioso, laico e agnostico conduce da tempo una battaglia contro il pluralismo culturale, combattendo una vera e propria "Crociata del pensiero monista". Ciò che accomuna i nemici del pluralismo è il fatto di pensare in termini di "mio", "nostro", che diventano aggettivi di "tradizione", "cultura", "identità" "religione".

    Se in Europa il pluralismo "delle" religioni è una realtà di fatto, c'è anche un pluralismo "dentro" le religioni. Queste non costituiscono più un "blocco monolitico" e diversi sono i modi in cui esso si coniuga. È dal pluralismo culturale e religioso, ma non solo, che scaturisce la necessita del dia-logo, il parlarsi e confrontarsi tra diversi, al quale nessuno può sottrarsi.

    Il dialogo interreligioso e interculturale è pertanto la "cifra simbolica" che si impone nella post-modernità, in cui si assiste a varie forme di ibridazioni e "inseminazioni" di una cultura nell'altra. Il quesito che ci riguarda come "comunità umana" è quello di chiederci "che cosa è possibile fare per permettere la coesistenza pacifica tra islam e occidente"?

    La risposta evidenzia la necessità di un dialogo che non sia solo "urgente" e "necessario" ma anche "possibile", un dialogo che non sia solo "strategico" e "strumentale" rispetto ai conflitti che oggi il mondo e, in particolare, il Mediterraneo stanno vivendo. Intraprendere la strada del dialogo significa non conoscere in anticipo dove ci condurrà, non dare niente per scontato ma affidarsi ad una possibilità aperta ad ogni punto di vista, dal suo nascere fino alla fine.

    Sinteticamente si possono individuare tre livelli di dialogo interreligioso tra Islam e cristianesimo-occidente:
    - Il primo è quello che si realizza tra istituzioni e confessioni religiose (Islam e cristianesimo), che dialogano a partire dalle teologie di riferimento. È il dialogo più difficile e problematico che presuppone il riferimento alla "Verità", che ciascuna religione ritiene di possedere.
    - Il secondo è condotto sul piano della riflessione, del confronto culturale e religioso, realizzato tra istituzioni culturali religiose e/o laiche (Laboratori, Master, Seminari, Università, ecc.). È il dialogo più fecondo, che parte dal presupposto epistemologico che la conoscenza sia un processo dinamico, che genera trasformazioni.
    - Il terzo è quello realizzato e vissuto nell'esperienza dalle persone concrete, che affrontano i problemi della quotidianità, con le difficoltà di tutti gli esseri umani, anche a prescindere della loro identità religiosa. È quello vissuto da bambini, ragazzi nelle scuole, dalle famiglie multireligiose, dalle donne che vivono le medesime difficoltà, da coloro che lavorano nello stesso ambiente. In questo ultimo livello il dialogo interreligioso è il più naturale e il più fecondo, perché il più quotidiano.

    In occidente c'è ancora spazio per dialogare con i musulmani"? Come afferma la dichiarazione dal Pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso del 23 aprile 2015, la maggior parte dei musulmani "non si riconosce nella barbarie" della violenza in nome della religione. Il dialogo con l'Islam resta "un formidabile potenziale di pace". Da qui l'invito ad avere "il coraggio di rivedere la qualità della vita in famiglia, le modalità dell'insegnamento della religione e della storia, il contenuto delle prediche nei nostri luoghi di culto". Soprattutto il dialogo nella famiglia e nella scuola, "sono le chiavi perché il mondo di domani si basi sul rispetto reciproco e sulla fraternità".



  • Un dialogo fondato sulle differenze




    L'articolo, frutto della collaborazione della sezione giovani della Co.Re.Is, mostra tutta la ricchezza e l'impegno dei giovani musulmani che vivono in Italia impegnati concretamente in un dialogo interreligioso fondato sulla conoscenza della propria religione e sul profondo rispetto della religione cristiana e di quella ebraica.   


    Il rapporto tra Islam e Occidente sembra essere oggi nel mirino delle attenzioni mediatiche e al centro di dibattiti circa presunti scontri di civiltà o, in forma più costruttiva, sulle possibilità di attuazione di un multiculturalismo sempre più presente nelle società europee. In questo scenario la religione che, secondo il significato più autentico, è uno strumento di ricollegamento dell'uomo a Dio, rischia di essere confusa con le prospettive ideologiche, le strumentalizzazioni politiche, le tendenze di matrice fondamentalista o con l'appartenenza etnica e nazionale. La conoscenza dell'Islam quindi deve forse partire dall'eliminazione di certe sovrastrutture che impediscono di comprendere il suo senso di sottomissione nella pace all'unico e stesso di Dio di Ebrei e Cristiani, e di considerare il suo aspetto "cattolico" nel senso di universale.

    Per un musulmano ricercare la conoscenza ('ilm) è un dovere, come ha insegnato il Profeta Muhammad, "fosse anche fino in Cina". La pratica del culto, la fede in Dio e l'esercizio della virtù nella vita traggono infatti dalla conoscenza un nutrimento che permette agli uomini e alle donne, giovani e adulti, di crescere e progredire nella conoscenza del mistero dell'unico Dio.

    Come Sezione Giovani della CO.RE.IS., alcuni di noi hanno avuto la possibilità di frequentare corsi per imam alla moschea Al-Wahid, nei quali lo studio della dottrina, del Corano e della Sunna, sono affiancati allo conoscenza del contesto italiano e internazionale, alla distinzione chiara tra religione e politica, alla comprensione della storia e della cultura che da secoli ha messo in relazione proficua Ebrei, Cristiani e Musulmani in Oriente e in Occidente.

    Ci rivolgiamo allo studio dei maestri dell'Islam, come l'imam Al-Ghazali o lo Shaykh Abd al-Wahid Yahya René Guénon, cercando di penetrare i loro profondi insegnamenti ma cercando di trovare anche la giusta modalità di applicazione e comunicazione con i nostri tempi. Se abbiamo imparato che la vera scienza religiosa non è formalista e letteralista, per cui non basta ripetere in maniera sterile le formule rituali e gli insegnamenti dei maestri, abbiamo anche imparato che senza solidi riferimenti e senza nutrimento sostanzioso, cui la meditazione degli insegnamenti e la pratica religiosa contribuiscono, si rischia di ridurre la religione a un guscio vuoto, a un'ideologia tra le altre che hanno segnato la crisi del nostro tempo.

    I viaggi in Europa o in Oriente per partecipare a corsi, seminari e conferenze internazionali, sono momenti in cui confrontarsi con altri giovani come noi che vivono le stesse nostre prove e sfide o anche sfide diverse dovute ai contesti differenti. Si tratta di occasioni in cui si impara la comunicazione, il confronto e la collaborazione. Siamo stati alla conferenza dei Giovani a Tunisi e a Siviglia con la Fondazione Tre Culture nel 2010, a Kiev nel 2011 e Parigi nel 2012 con la Muslim Jewish Conference. Alcuni di noi hanno compiuto il pellegrinaggio a Mecca e Medina, e altri studenti delle scuole superiori, hanno condiviso l'anno scorso con 12 coetanei italiani ebrei e cristiani, sia cattolici che ortodossi, un pellegrinaggio a Gerusalemme.

    In ambito universitario, un primo ciclo di incontri realizzato tra giovani credenti, musulmani, ebrei e cristiani, ci ha visto insieme agli amici dell'UGEI e della FUCI proporre una riflessione su temi come il perdono, l'amore, la giustizia e il volto di Dio agli studenti dell'Università Statale di Milano. Questa esperienza ha costituito un esempio di dialogo interreligioso proficuo e di come si possa riconoscere nelle differenze teologiche la manifestazione della misericordia divina. «Gareggiate nelle buone opere!» dice il Corano, ciò che per noi significa sostenersi a vicenda nel ricordo di Dio ma anche nel rispetto delle relative e provvidenziali specificità.

    Frutto di una sintonia storica con i ragazzi e le ragazze dell'UGEI è stato anche il progetto I giovani e il futuro organizzato con loro tra il 2010 e il 2011, che ha portato in 10 città d'Italia momenti di confronto su aspetti della dottrina e delle sue applicazioni nel contesto sociale italiano contemporaneo; è stato un bel segno la consegna della targa celebrativa da parte del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano.

    Ogni momento della vita può essere l'occasione di un confronto o di uno stimolo alla conoscenza per un musulmano, che è chiamato a penetrare diversi gradi di realtà. Così l'amore, il lavoro, la famiglia sono importanti banchi di prova in cui si cerca di capire il senso più profondo dei principi spirituali per saperli coniugare nel mondo secondo l'esempio del profeta Muhammad.

    Per esempio, anche noi musulmani siamo inseriti nella sfida di saper trovare un significanto nel lavoro, prima ancora del singolo lavoro che ognuno di noi compie o a cui si dedicherà, un significato che lo trasformi in una occasione di conoscenza, maturazione, scoperta e di contributo positivo alle vita delle nostre famiglie e alla società. Con questa intenzione, alcuni di noi hanno intrapreso un'iniziativa imprenditoriale fondando la società Halal Italia. Con un gruppo di sei musulmani italiani, tre uomini e tre donne, abbiamo dato il via a questa attività perché abbiamo visto in essa non solo una possibilità di lavoro e sostentamento, non solo un servizio per la comunità islamica contemporanea che richiede prodotti e servizi, alimentari, cosmetici, farmaceutici, turisti e ristorativi conformi alle proprie esigenze religiose, ovvero islamicamente leciti (halal), ma soprattutto perché abbiamo intravisto in questa attività uno strumento per riallacciare un legame profondo tra Oriente e Occidente, tra ebrei, cristiani e musulmani; basato non soltanto sul rispetto umano o sull'interesse economico, ma su una collaborazione reale nel riconoscimento e nella pratica di un'etica religiosa.

    Cosa dire dell'amore che alcuni credono sia monopolio del Cristianesimo? Negli insegnamenti dell'Islam esso rappresenta un mezzo per superare il proprio egoismo e raggiungere una vera unità con Dio e armonia con il creato. L'amore per Dio, l'amore per i propri cari, ma anche l'amore verso ogni creatura del Signore, costituiscono quindi una necessità per i musulmani che vogliono gustare la misericordia di Allah già in questo mondo.

    In qualsiasi tempo e ovunque ci si trovi, ogni istante è quindi un'occasione preziosa in cui s'impara a conoscere quanto l'Islam non sia legato a un paese, a un periodo storico o a una particolare cultura o etnia. L'amore si manifesta anche nel matrimonio, che è un'occasione spirituale per scoprire le reciproche qualità e non è dunque una semplice somma di individui e delle loro scelte, ma un vero e proprio patto sacro, che spetta ai coniugi saper mantenere intatto con l'amore e la pazienza che Dio gli concede.

    E' importante ricordarci che i musulmani che vivono in Europa o in Paesi non islamici, devono sapersi integrare pienamente nel contesto sociale e culturale, rispettandone le leggi e beneficiando delle qualità specifiche, evitando atteggiamenti di chiusura che possono portare a fenomeni di ghettizzazione e ostacolare un reale scambio conoscitivo con gli altri.

    Islam significa "sottomissione a Dio nella pace" ed è nella ricerca e già nel gusto di questa pace che cerchiamo di integrare i momenti della vita e le occasioni di testimonianza nel lavoro che ognuno di noi deve fare per il bene comune.



  • Il dovere della conoscenza




    Per erigere solidi ponti di dialogo, occorre prima fortificare gli argini, oggi più che mai friabili e franabili, della conoscenza e dell'acculturazione. La conoscenza e il rispetto non è compito che spetta solo agli studiosi o ai mediatori, ma è dovere di ogni persona. E ancor di più di ogni credente, che deve farsi testimone, nella quotidianità, dell'insieme dei valori che sono rappresentati dalla sua fede e dal suo background culturale


    Nell'ultimo quindicennio, al di fuori di una cerchia, più o meno ristretta, di addetti ai lavori che, ciascuno secondo le proprie competenze, hanno una conoscenza diretta e di prima mano dell'articolato universo che si è convenzionalmente portati a definire "mondo islamico" o "Islam", l'idea che ci si è potuta fare, anche grazie all'intervento e al contributo più o meno voluto e più o meno militante dei mezzi di comunicazione di massa è che questo mondo, e la fede che ne è alla base, siano inconciliabili in maniera insanabile con quell'altrettanto articolato universo che altrettanto convenzionalmente si è soliti definire "Occidente", là dove il mondo islamico sarebbe portatore di valori e idee regressivi e barbarici e il secondo sarebbe l'ultimo baluardo della/delle libertà e dei diritti.

    Di qui una minuziosa ostensione, dimentichi della grande cultura e raffinatezza che sono proprie della civiltà islamica, d'immagini cruente, raccapriccianti e violente, quasi erette a icona di questa civiltà e di questa fede, ma opera di componenti spurie che si arrogano il diritto di rappresentare questa civiltà e questa fede senza che nessuno le abbia a ciò delegate e, soprattutto, senza essere riconosciuti come rappresentanti dall'insieme della comunità dei credenti. Quella comunità che è la parte sana e ampiamente maggioritaria dell'ecumene islamica e che, paradossalmente, non trova altrettanto spazio mediatico. Del resto, è storia antica, catturano più l'attenzione i dettagli di un sordido delitto che gli atti di filantropia.

    Di qui, anche, il moltiplicarsi d'iniziative e d'inviti al dialogo tra Islam e Occidente, o tra Occidente e Islam, a tutti i livelli. Dialogo che spesso, e purtroppo, si riduce ad auliche parole e mere dichiarazioni d'intenti là dove dovrebbe, invece, essere capace di produrre risultati concreti, ancorché minimali. Il fine ultimo del dialogo dovrebbe, difatti, essere l'adozione di un'agenda dei lavori che parta da quelli che sono, e ve ne sono, i valori condivisi.

    L'estensore di queste poche e brevi riflessioni ha trascorso l'ultimo quarto di secolo a studiare l'Islam e la civiltà islamica vedendo nel primo il completamento definitivo del puro monoteismo e la sua sublimazione, nella seconda l'ultimo grande interprete, e (ri)elaboratore, della grande tradizione classica e tardantica. Mai rottura, quindi, ma continuità. E nella rivelazione e nel divenire storico.

    Proprio per questo, ogni volta che si chiede di ragionare in termini di Islam e Occidente, chi qui scrive non può fare altro che rispondere che i termini di paragone sono impropri. E non solo perché, di fatto, il termine "Occidente" rappresenta una categoria astratta, se non una vera e propria invenzione geopolitica, i cui confini, peraltro, sono labili e incerti (Huntington, ad esempio, non include nell'Occidente quella Grecia che è matrice primigenia di quel pensiero e di quei valori di democrazia che si vogliono fondanti dell'Europa) ma soprattutto perché, da sempre, tra Islam e Occidente vi è stata osmosi, prima ancora di al-Ghazzali e San Tommaso, un'osmosi da declinarsi non solo nella teologia e nella filosofia, se solo pensiamo alle decine di milioni di musulmani che popolano il cosiddetto Occidente, studiando, lavorando, portatori sì del loro patrimonio culturale e religioso ma sentendosi parte di esso, senza iato alcuno. Se davvero, come si pretende, esiste un Occidente, l'Islam ne è, da sempre, sua parte integrante e agente, senza complessi di alterità e senza essere, se non antagonista, deuteragonista.

    Non percependo queste due realtà come separate, ma parte di un mondo unico, che è il mondo in cui esisto e interagisco, non ho mai pensato di essere, o di poter essere, un ponte tra due mondi. A voler proprio ragionare di ponti e di dialogo, non posso che ritornare all'esperienza dei miei studi islamistici, in tempi in cui non esistevano, o timidamente si affacciavano nei curricula, corsi integralmente di mediazione. Esistevano gli studi orientali puri, con molta filologia, storia, filosofia, diritto; studi, peraltro, ormai scevri dalle contaminazioni di un orientalismo visto come ancillare al colonialismo. Così io studiavo culture, sì altre ma contigue alla mia di provenienza, che non ho mai percepito come diverse, indagando la complessa trama che, invece, le unisce, senza tuttavia sovrapposizioni.

    Questo mi ha permesso di comprendere che per erigere solidi ponti di dialogo, occorre prima fortificare gli argini, oggi più che mai friabili e franabili, della conoscenza e dell'acculturazione. Fornire, in definitiva, le basi per comprendere, e anche, volendo, giudicare, correttamente, senza pregiudizi. E soprattutto rispettare e rispettarsi. Opere tutte preliminari alla costruzione di ogni ponte. Conoscenza e rispetto sono i prerequisiti fondamentali per costruire ogni forma di dialogo e, anche in assenza di dialogo, non debbono, e non dovranno, mai mancare.

    In ultimo, favorire la conoscenza e il rispetto non è compito che spetta solo, od esclusivamente, agli studiosi o ai mediatori, ma è dovere di ogni persona. E viepiù di ogni credente, che deve saper farsi testimone ed esempio, nella quotidianità, dell'insieme dei valori che sono rappresentati dalla sua fede e dal suo background culturale. Non è, questa, una novità. Piuttosto la messa in pratica degli insegnamenti del Profeta Muhammad, pace e benedizioni su di lui, di cui ci sono state tramandate le seguenti parole: "Dì: 'Credo in Dio; quindi agisci rettamente'".



  • Un lento cammino verso il bene




    Ha ancora senso parlare di dialogo tra cristiani e musulmani oggi? Come giustificare le violenze dell'Isis non solo in Iraq? A queste domande comuni il dialogo interreligioso può ancora offrire delle risposte. Chi dialoga, infatti, si mette in gioco, crede nell'altro, spera in una umanità migliore, nel progetto di una fraternità universale dove gli uomini e le donne di ogni Paese e religione si scoprono amici, fratelli e sorelle.


    Ha ancora senso parlare di dialogo tra cristiani e musulmani oggi? Non è forse vero che le Chiese cristiane del Medio Oriente soffrono un grande disagio nelle relazioni quotidiane con i musulmani? Fino a che punto il dialogo tra esperti può favorire la riconciliazione tra popoli, religioni ed etnie? Come giustificare le violenze dell'Isis non solo in Iraq?

    Queste e altre domande ritornano in modo quotidiano nella nostra società: non solo in ambito accademico, ma anche e soprattutto nel linguaggio comune, secondo un certo modo di fare notizia da parte dei mass-media. Personalmente credo che il dialogo tra cristiani e musulmani sia possibile: si costruisce ogni giorno a partire da noi stessi, vincendo le paure, i pregiudizi e i luoghi comuni che ci confondono e portano a considerare tutto l'islam come la religione della violenza, dell'intolleranza. In realtà non è così. È importante formare le persone, soprattutto le nuove generazioni, al dialogo, a un incontro sereno e obiettivo con i musulmani che vivono in Europa e in tutto l'Occidente.

    Dal punto di vista storico e socio-politico è necessario riconoscere che l'islam non se n'è mai andato dall'Europa. Fa parte dei popoli del Mediterraneo come soprattutto il Sud dell'Europa dimostra. Non credo che corriamo il pericolo dell'Eurabia, con buona pace di Oriana Fallaci che, per certi aspetti, ha assunto la funzione apocalittica dei profeti di sventura. L'Europa non corre alcun rischio d'islamizzazione. È pur vero che i musulmani sono in crescita in Occidente, ma non per motivi religiosi. C'è il problema delle nascite, della crescita sotto zero in Italia, come d'altronde nel resto dell'Europa. Tuttavia, la presenza dei musulmani in Europa costringerà l'islam stesso a fare i conti con la modernità e con la democrazia degli Stati. Non possiamo non tendere una mano ai rifugiati, agli immigrati: una maggioranza è di religione islamica. Tuttavia, l'islam ha più volti: si esprime in tantissime tradizioni. Abbiamo a che fare con sunniti, sciiti, drusi, sufi, etc… Ci sono comunità moderate anche in Italia che hanno bisogno del nostro sostegno affinché con coraggio escano allo scoperto e denuncino la violenza dei criminali e dei terroristi islamici.

    Il dialogo con l'islam può portare buoni frutti se anzitutto conosciamo il territorio attorno a noi. Di quale islam stiamo parlando? Quali comunità o gruppi musulmani vivono nella nostra città o regione o provincia? Senza un'analisi dettagliata e precisa dell'islam non si va da nessuna parte. Vale la pena ricordare, poi, che le nuove generazioni di musulmani sono molto moderate e hanno problemi concreti di integrazione, di lavoro, di riconoscimento e, al loro stesso interno, di appartenenza a una comunità religiosa che vive fino in fondo la fede islamica. Ci sono esperienze di pacifica convivenza tra cristiani e musulmani in Italia come in Europa, in Medio Oriente come in Asia.

    Purtroppo a fare notizia sono gli attentati terroristici e le stragi compiute non in nome di una religione bensì del fondamentalismo religioso che diventa ideologia, ossia dittatura vera e propria. In questo momento, poi, l'islam è in espansione soprattutto in Asia e, particolarmente, in Indonesia: prevale il fondamentalismo, soprattutto perché è stato tradito il messaggio originale dell'islam che punta soprattutto sulla pace, la giustizia, il monoteismo…

    Il cammino verso l'integrazione è lentissimo, complesso, ma non impossibile. Anche se ci sentiamo impotenti – che cosa possiamo fare noi comuni mortali dopo l'11 settembre 2001 e dopo gli ultimi attentati dell'Isis in Siria e in Iraq? –, non possiamo rassegnarci davanti alla violenza e al male. Lì dove delle comunità provano a dialogare, a sostenersi, a creare amicizia e solidarietà, lì la pace è seminata e il circolo infernale della violenza è spezzato. Noi abbiamo solo delle risposte locali a un problema mondiale. Dobbiamo prendere atto di questo! Tuttavia, ci sono delle domande che i musulmani non potranno tralasciare: il rispetto della donna, della libertà religiosa, l'applicazione democratica della Sharia, etc… Sono le questioni più gravi che non possono essere sottaciute.

    Certo, attualmente, la collaborazione in Europa tra comunità cristiane e musulmane può favorire un dialogo più profondo e maturo. Comunque, non dobbiamo dimenticare che il dialogo parte sempre dal basso, dal vissuto, dalle esperienze di pacifica convivenza tra persone di buona volontà. Io credo, sull'esempio di san Francesco, che il dialogo deve diventare il nostro stile di vita, una tensione continua verso il bene e la prossimità. Chi dialoga si mette in gioco, crede nell'altro, spera in una umanità migliore, nel progetto di una fraternità universale dove gli uomini e le donne di ogni Paese e religione si scoprono amici, fratelli e sorelle. Utopia? No. Lento cammino dell'umanità verso il bene.



  • Islam, Europa: un'occasione per comprendere...




    In un tempo in cui la politica sembra non più in grado di dibattere le grandi scelte in ordine alla pace, al lavoro, alla giustizia sociale, si apre per le Acli una fondamentale sfida culturale e di prospettiva per riaffermare il no alla logica dello scontro e per costruire una cultura del dialogo, unica via per un futuro di pace. E per far prevalere nel rapporto tra l'Europa e l'Islam, le ragioni della storia, della civiltà, rispetto a quelle di una geopolitica illusoria.


    L'attuale strumentalizzazione della religione islamica e l'amplificazione dei conflitti tra gli stessi musulmani, ha le sue radici nella fine della divisione del mondo in due blocchi. Nell'ultimo quarto di secolo, proprio quando qualcuno precipitosamente ha parlato di fine della storia, è successo l'esatto contrario. Di colpo, in un tempo storicamente brevissimo, gli equilibri geo-politici ed economici sanciti dalla Seconda Guerra Mondiale appaiono superati dalla storia che si rimette in movimento e che apre una nuova competizione per la leadership mondiale.

    Da un lato c'è il fronte dell'unilateralismo atlantista che dà per indiscutibile il ruolo guida della superpotenza americana, l'unica rimasta dopo il crollo dell'Unione Sovietica. Dall'altro si viene a determinare una rapidissima ascesa dei Paesi emergenti, in particolare di quelli che compongono il gruppo dei Brics, che perseguono un approccio multilaterale per la governance mondiale. La stessa Unione Europea allargatasi ad Est, pur mostrandosi un nano politico sulla scena internazionale, viene ad assumere i requisiti oggettivi di uno dei nuovi centri su cui si può articolare la politica globale.

    Ma gli ultimi venticinque anni hanno dimostrato che non c'è comunanza di vedute tra i fautori dell'approccio unilaterale e quelli dell'approccio multilaterale. E quando non c'è accordo con i mezzi della politica si passa a quelli militari. È la Terza Guerra Mondiale, che è già iniziata, come non si stanca di denunciare Papa Francesco, e come ben sanno gli esperti di geopolitica e di strategie internazionali.

    Questo nuovo conflitto globale non risparmia il mondo islamico e produce un quadro di maggiore instabilità che consente ad alcune potenze regionali, come l'Arabia Saudita, di esercitare una più forte influenza rispetto all'asse sciita che va dall'Iran al Libano, e che consente agli Stati Uniti di mantenere la presa in quest'area in funzione di contenimento anti-cinese e anti-russa.

    Nel rapporto tra Europa ed Islam non siamo di fronte ad una radicalizzazione dottrinale dell'Islam. L'unico seguito che può avere il fondamentalismo tra i musulmani è piuttosto la conseguenza di uno spregiudicato uso politico del jihadismo, che in gran parte è compiuto con il concorso occidentale e non è una dinamica interna al mondo islamico, se non di frange minoritarie.

    La domanda allora è: l'Europa e l'Italia sono preparate a questa sfida, hanno la volontà e la forza per cambiare in modo netto le relazioni con il mondo islamico? Le devastazioni prodotte da un quarto di secolo di guerre hanno generato problemi enormi alle porte dell'Europa, problemi che appaiono lontani al di là dell'Atlantico, ma che ci ritroviamo attorno a casa nostra. Ma noi siamo determinati a porre queste questioni, a chiedere conto agli Stati Uniti di dove ci stanno portando le loro strategie e le loro guerre?

    È evidente che non si può affrontare questa materia senza prendere atto che oggettivamente gli interessi statunitensi e quelli europei si stanno sempre più divaricando, con tutte le conseguenze che questo comporta sul piano delle alleanze. In particolare si sente la mancanza dell'Italia nel Mediterraneo. La funzione del nostro Paese può essere solo quella di mitigare le conseguenze delle guerre volute da altri, di inviare missioni di pace in contesti devastati dalla guerra, oppure possiamo riscoprire un ruolo di ponte e di dialogo? Ma per essere credibili, per svolgere questo ruolo, va riaperto un serio dibattito sulla collocazione internazionale dell'Italia, su uno status di neutralità che appare sempre più consigliabile dallo sviluppo degli avvenimenti, rispondente ai nostri interessi nazionali e soprattutto ad un obiettivo di relazioni di pace tra Europa ed Islam.

    In un tempo in cui i partiti e la politica sembrano non più in grado di dibattere le grandi scelte in ordine alla pace, al lavoro, alla giustizia sociale, si apre per le Acli una fondamentale sfida culturale e di prospettiva per riaffermare anche con una concreta iniziativa politica, il no alla cultura dello scontro, alla cultura del conflitto e per costruire, come ha indicato papa Francesco "la cultura dell'incontro, la cultura del dialogo" come "unica strada per la pace" che faccia prevalere nel rapporto tra l'Europa e l'Islam, le ragioni della storia, della civiltà, rispetto a quelle di una geopolitica illusoria e non di rado assassina.



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