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Benecomune.net
Marzo 2015 La legalità è cosa nostra

  • La legalità è cosa nostra




    Si può contrastare il fenomeno mafioso?


    La mafia. E affini: 'ndrangheta, camorra, sacra corona unita. Solo criminalità? Dedichiamo questo numero del nostro sito per raccogliere idee e capire che non siamo di fronte solo alla trasgressione più o meno violenta della norma giuridica. In questi fenomeni c'è qualcosa di più profondo, di più radicato e radicale. Qualcosa che, contemporaneamente, coglie l'individuo e la collettività, la memoria di ciò che è stato e la più sfrenata voglia di costruire l'impero che verrà, l'io e il noi.

    Per questo, come pezzo d'apertura, vi proponiamo un'interessante interpretazione di uno storico, Marcello Ravveduto, che ci descrive il pendolo delle mafie, capace di mettere insieme gli opposti storici e sociali. Com'è possibile conciliare gli opposti? Come è possibile che questo meccanismo penetri nel tessuto culturale di un luogo e insieme nel tessuto morale di un individuo? Non vi sembri strano il fatto che ci si sia rivolti anche a degli psichiatri per capire la profondità di questo devastante meccanismo umano. Ecco allora l'intervento di Giuseppe Laganà, che chiama in causa la dimensione femminile, e l'intervento di Pia De Silvestris, che lavora attorno all'elemento invidioso primario e secondario. E lo facciamo anche con la bellezza, con l'etica dell'estetica richiamata da Mara Filippi. Strade che aprono nuovi approcci per sostenere la lotta al contropotere mafioso.

    Un percorso, quello dell'antimafia, che incontra successi e insuccessi. Ma che va sostenuto perché la legalità faccia crescere una nuova stagione democratica e di sviluppo economico. L'antimafia non si fonda solo sulla repressione, ma sull'intelligente analisi della struttura mafiosa.

    Ecco allora le osservazioni sociologiche di Antonio La Spina, che mette in luce il ruolo decisivo dei quadri intermedi, di quella che noi chiameremmo "classe dirigente", nella loro capacità di adottare strategie intelligenti e creative: la lotta alla mafia si fa anche indebolendo questo preciso punto della struttura. O ancora ecco il pensiero di Antonio Russo, che sottolinea il ruolo non soltanto di ciò che si fa, ma di ciò che non si fa a sufficienza, delle omissioni e dell'incapacità di cogliere che la lotta alla mafia non consente di non prendere posizione, di non appartenere ad una nuova resistenza. O ecco infine il pensiero di un esponente di una funzione in prima linea nella lotta alla mafia, di un giudice come Gaspare Sturzo, che richiama il ruolo svolto dalla Giustizia italiana, che non è "alle porte del deserto".

    Le mafie, prendendo a prestito un'espressione proprio di Sturzo, organizzano il "male comune". A noi, che abbiamo scelto di chiamarci in modo esattamente opposto, non poteva sfuggire questa dimensione. Allora questo approfondimento diventa anche il nostro modo per rinnovare una dichiarazione d'intenti: a noi, di comune, piace il bene, la legge. Perché l'Italia si può riscattare solo col ritorno il più vicino possibile alla linea della legalità, col sentire la legge come fatto proprio, essenziale, costitutivo, identitario: nostro. Insomma, a sentire la legalità come cosa nostra.



  • La piovra non è invicibile




    I segnali di idebolimento delle diverse esperienze mafiose, le scelte e le prese di posizione avvenute in ambito poltico, ecclesiale e della società civile ci consentono di affermare che è possibile annientare il fenomeno mafioso. Il che non significa che ciò sia facile. Avverrà soltanto se, accanto ai rappresentanti dello Stato, a fare terra bruciata intorno ai criminali ci saranno tantissimi imprenditori, giovani, genitori, maestri, cittadini.


    Secondo un'immagine ancora molto diffusa, una mafia è una spaventevole piovra che tiene tra i suoi tentacoli l'economia, i politici, i professionisti, le autorità pubbliche. Ovvero anche un'Idra, l'animale mitologico con molto teste, cui quando ne veniva tagliata una ne ricrescevano due. Più precisamente, visto che c'è una mafia "classica" (Cosa nostra, con le sue propaggini americane), è meglio parlare di organizzazioni di stampo mafioso, che includono tra le altre la Camorra e la 'Ndrangheta.

    Ma anche di queste, in tempi più recenti, si tende a dare quel tipo di raffigurazione: entità pervasive ('o sistema, di cui parla Saviano), adattabili, potentissime, globalizzate, invincibili. In effetti, anche limitandoci alla sola Italia, la mafia siciliana ha avuto tra l'altro l'ardire di sfidare direttamente lo Stato, ai tempi delle stragi. Con le sue consorelle ha anche saputo riprodursi in regioni diverse da quelle di tradizionale radicamento, infiltrandole e colonizzandole. Tutt'ora molti o moltissimi sono convinti che certi poteri criminali siano più forti dello Stato, e anzi abbiano dentro lo Stato i loro referenti, ai massimi livelli.

    Lo stereotipo che ho appena sommariamente tratteggiato, tuttavia, trascura alcuni elementi essenziali della realtà.
    In primo luogo, va ricordato che in Italia esiste una vera e propria politica antimafia, la quale mette in campo gli strumenti e gli apparati più incisivi esistenti al mondo (da una specifica fattispecie di reato al regime carcerario di massima sicurezza, dalle misure preventive alle norme in materia di collaboratori, tecniche investigative, maxiprocessi, antiracket, antiriciclaggio, dalla Direzione nazionale alla Direzione investigativa antimafia, e così via). Se lo Stato è pieno di collusi, come mai dall'inizio degli anni ottanta abbiamo assistito al consolidamento di una politica pubblica sempre più devastante per il crimine organizzato? Infatti, i successi non mancano, e aumentano in continuazione: arresti e condanne a migliaia dei latitanti più pericolosi, sequestri e confische per importi astronomici, clan decapitati e talora azzerati, e via seguitando.

    Nella società civile, al cui interno per tanto tempo sono stati più numerosi i conniventi e gli acquiescenti, cresce il numero di coloro che si ribellano. Alcuni di coloro che cedevano all'intimidazione per paura o per quieto vivere oggi non lo fanno più. Piuttosto resistono al racket e lo denunciano. Chi invece ha cooperato e coopera con i mafiosi, traendone vantaggi illeciti non indifferenti, corre rischi sempre maggiori e tende più di prima a essere isolato.

    La Chiesa, attraverso un cammino che è iniziato molto tempo fa (cosa che spesso è stata misconosciuta) esprime una condanna pubblica che non ammette il tentennamento o la remissione dei peccati verso coloro che aderiscono ai sodalizi di stampo mafioso o fanno affari con essi. Anche nei comuni o nei quartieri ad alta densità mafiosa certi segni di sottomissione e deferenza, in precedenza ignorati o tollerati, vengono adesso ritenuti inaccettabili. Purtroppo tra le fila dell'antimafia negli anni si sono annidati anche alcuni opportunisti, che vanno stigmatizzati. Anche qualche delinquente sotto mentite spoglie, che va scoperto e punito come merita.

    Va anche fatta una riflessione sulla natura dell'organizzazione di stampo mafioso. Se questa fosse fatta di semplici esecutori bravi soltanto a minacciare, menar le mani o uccidere, non sarebbe difficile rimpiazzare a getto continuo quelli che vengono a loro volta uccisi oppure assicurati alle patrie galere. Ma una vera mafia richiede non tanto - o meglio non soltanto - esecutori violenti. Essa ha piuttosto bisogno di capi e anche di quadri intermedi scaltri, ben addestrati e dotati di esperienza, capaci di adottare e mettere in pratica in modo intelligente ed efficace strategie creative. Si tratta di professionisti di alta qualità, di cui un tempo Cosa nostra disponeva. Erano loro a farne la regina della mafie. Tali professionals sono un punto di forza e però al tempo stesso un tallone d'Achille: se si intensifica l'azione di contrasto, è molto difficile, anzi a un certo punto impossibile, rimpiazzarli.

    Infatti la mafia siciliana, che dopo le stragi è stata la prima a subire l'escalation della repressione, oggi anche nell'immaginario collettivo tende a essere ritenuta in crisi. Calano gli introiti, cala la presa sul territorio, vengono commessi tanti e grossolani errori da improbabili neo-boss di decima fila, si ha un monitoraggio sempre più capillare da parte delle forze dell'ordine, che giocano come il gatto col topo. Segni importanti di indebolimento si manifestano anche nel campo della Camorra (ove i pentiti crescono a dismisura) e della 'Ndrangheta (ove i più reconditi Sancta sanctorum sono stati violati e registrati).

    Falcone disse che la mafia è come tutte le cose umane: ha un inizio e anche una fine. Oggi è possibile annientarla. Il che non significa che ciò sia facile, o dietro l'angolo. Avverrà soltanto se, accanto ai rappresentanti dello Stato, a fare terra bruciata intorno ai criminali ci saranno tantissimi imprenditori, giovani, genitori, maestri, cittadini.



  • Dire [[#146]]ndrangheta è dire anche femmina




    Nel "sistema 'ndrangheta" la donna non possiede un'identità propria. Ed è lei a spingere l'uomo alla vendetta nel caso in cui venga ucciso uno della famiglia; che non è il luogo psichico in cui l'individuo viene aiutato a sviluppare le proprie capacità ma lo spazio in cui si apprende a sacrificare se stesso per il bene del clan. Cosa fare? Servono scelte coraggiose, come la sospensione della patria potestà, interventi d'animazione socioculturale all'interno dei quartieri, tesi a ricostruire il senso della comunità, e di inserimento lavorativo. In sintesi è necessario riconquistare piazze e strade.



    Qualcuno potrebbe storcere il naso, ma è proprio così.
    Se fosse solo un gruppo sociale più o meno strutturato, pur con le collusioni e complicità di cui gode a diversi livelli, non sarebbe poi tanto difficile combatterla, ma essa è anche un'"organizzazione della mente" perché risponde in maniera efficace ai bisogni primari dello psichismo umano: il prendersi cura di sé e dell'altro, il bisogno di identità e appartenenza, per stravolgerli, però, per i propri fini criminali.

    È anche questa l'intuizione che ha consentito alla 'ndrangheta di diventare un efficace strumento di potere a livello intercontinentale. Uomini e donne che hanno compreso quanto sia importante presidiare il territorio. A livello educativo l'obiettivo è educare il bambino affinché ci sia crescita senza autonomia, sviluppo senza libertà.

    Perché "dire 'ndrangheta è dire anche femmina"
    Nel "sistema 'ndrangheta" la donna non possiede un'identità propria. È riconosciuta in quanto "donna di…". È lei a spingere l'uomo alla vendetta nel caso in cui venga ucciso un membro della famiglia. Alimenta la memoria del congiunto ucciso con un uso della parola e del silenzio che imprigiona i membri della famiglia dentro un eterno presente da cui è possibile apparentemente uscire solo attraverso l'agito dell'omicidio che, invece, fa ripiombare tutti dentro il passato. E ci si vendica evocando un simbolismo ben preciso: s'imbraccia un'arma da fuoco, equivalente simbolico del fallo che penetra per uccidere e non per generare nuova vita.

    Un esempio: «Era stato ammazzato uno che aveva un solo figlio di circa due anni; la madre ha conservato la giacca che il padre indossava quando fu ucciso, fin quando ha potuto spiegare al figlio tutta la storia. Quando l'assassino è uscito dal carcere, è stato ucciso da questo ragazzo che indossava la giacca del padre e ha utilizzato il fucile che normalmente si tramanda come eredità di padre in figlio» (Lombardi Satriani – Meligrana, 1983).

    Del figlio che si rifiuta di vendicarsi si dice «non bali e non poti» (non vale niente e non è capace). Non vi è elaborazione del lutto, ma una permanenza dentro di esso in una condizione di sospensione.

    La famiglia di 'ndrangheta non è il "luogo psichico" in cui l'individuo viene aiutato a sviluppare in maniera armonica le proprie capacità e competenze, ma lo spazio in cui si apprende, con un durissimo apprendistato, a sacrificare se stessi per il bene del clan e chi prova ad uscire da questo schema va incontro non solo a disprezzo, ma anche alla morte.

    Il clan costituisce quindi il "padre ideale" e, grazie all'azione educativa della madre e non solo, questa immagine paterna viene mitizzata e assunta a modello incontestabile. Contrastare il padre è andare contro se stessi, contro quello che un domani si potrà e si dovrà essere. Non è consentito nessuno svincolo, nessuna "uccisione simbolica".

    Bisogna tuttavia fare molta attenzione a non collocare la donna solo in un ruolo esclusivamente educativo. Occorre infatti distinguerne due: attivo e passivo. Nel primo caso, soprattutto quando il capo clan è detenuto, mantiene i rapporti con chi sta fuori. Nel secondo, non le è consentito manifestare un dissenso reale, neanche quando è in gioco la vita dei figli. Tutto questo è incomprensibile se non si tiene conto del fatalismo con cui queste donne accettano il proprio mondo come l'unico possibile. Anche se negli ultimi anni ci sono state scelte coraggiose di alcune donne che, purtroppo, hanno addirittura pagato con la morte questo loro desiderio di "emancipazione". Un nome per tutte, Maria Concetta Cacciola.

    Cosa fare?
    A volte per arginare per tempo dinamiche educative che si ripetono, va perseguita la strada coraggiosamente imboccata di sospendere la patria potestà e affidare i minori ad altri "soggetti educativi". 'Ndranghitisti non si nasce, si diventa!
    Nello stesso tempo occorre agire per costruire un "senso ampio di comunità" che faccia da supporto alla costruzione di un'"identità aperta"; alla diffusione di un senso di solidarietà che travalichi i legami di parentela e amicizia. Il metodo da privilegiare è il "lavoro di comunità e di rete" attraverso interventi nei processi di educazione e socializzazione primaria e secondaria (sostegno alla genitorialità, alla scolarizzazione dei minori) e in ambito psicoterapeutico ove è necessario e possibile. E interventi nel campo dell'animazione socioculturale all'interno dei quartieri; inserimento e reinserimento nel mondo del lavoro. In sintesi è necessario "riconquistare" le piazze e le strade.

    Per finire, affidarsi esclusivamente alla repressione giudiziaria significa aver perso in partenza la lotta contro le 'ndrine. Ci sono infine due presupposti da tenere ben presenti: non pensare la 'ndrangheta come qualcosa del tutto aliena dal proprio modo di pensare; e fare i "cavalieri solitari". A ciascuno scegliere da che parte stare. A Reggio Calabria come a Roma; a Milano come a Bogotà… Tertium non datur, almeno in questo caso.



  • Un'infanzia onnipotente e malata




    L'invidia muove il mondo. Nel senso che la competitività estrema, che è mossa dall'invidia, è sempre alla ricerca di una vittoria onnipotente o della distruzione della cosa invidiata. Viviamo in una società fondata sulla disuguaglianza economica e sociale, dove si invidia il benessere e la ricchezza di un parte, costruita sullo sfruttamento dell'altra. Ed il mafioso per ottenere il denaro che serve a mantenere il potere dell'ndrangheta, nella più completa psicopatia, uccide ed elimina in modo invidioso e crudele tutti coloro che non sottostanno alle sue leggi.


    Sappiamo che la 'ndrangheta, come tutte le forme di mafia, derivano da una forte disgregazione e disuguaglianza sociale, da un abbandono e da un uso perverso dei territori più poveri da parte del potere politico.

    Limitandomi alla mia disciplina, la psicoanalisi, vorrei aggiungere qualche pensiero al bel libro di Giuseppe Laganà, così esauriente e originale, in modo da poter suscitare ulteriori riflessioni.

    Partendo dal mio lavoro, l'ascolto psicoanalitico mi ha portata a pensare, forse anche a causa della mia vecchia formazione kleiniana, che l'attitudine invidiosa è propria della competitività degli esseri viventi. Come si dice proverbialmente l'invidia muove il mondo ed essa non riguarda soltanto colui che invidia ma anche chi si fa invidiare.

    Muove il mondo nel senso che la competitività estrema, che è mossa dall'invidia, è sempre alla ricerca di una vittoria onnipotente o della distruzione della cosa (la chose) invidiata e desiderata. L'invidia primaria deriva dall'onnipotenza della madre che il neonato inerme (hilflosigkeit) sente nei suoi confronti quando non condivide l'illusione di essere un tutt'uno con lei (Winnicott) poiché, diversamente dagli animali che nascono e subito acquisiscono un'autonomia, l'uomo morirebbe se non ci fosse qualcuno pronto ad accoglierlo e ad accudirlo.

    Questa relazione profonda madre-bambino, che dovrebbe durare fino alla pre-adolescenza, dà origine ad un crescente sviluppo del funzionamento mentale ma è contemporaneamente anche causa di deviazioni o di patologie psichiche.

    Se la relazione madre-bambino, aiutata da un ambiente sufficientemente buono e da un padre protettivo, può tollerare e vivere la disillusione, il bisogno di onnipotenza sarà abbandonato e l'invidia si placherà. L'invidia secondaria, che tutti proviamo verso gli altri più capaci di noi, non è così insidiosa e distruttiva come l'invidia primaria, essa anzi può essere uno stimolo a migliorarci, una speranza che ci sprona a diventare più simili a coloro che invidiamo.

    L'invidia primaria, che Giotto ha dipinto a Padova nella Cappella degli Scrovegni tra i sette peccati capitali, è la fonte di tutte le calamità umane: la guerra, i massacri, le rapine, la corruzione e la sopraffazione.

    L'individuo mafioso si identifica nell'onnipotenza del clan, che è un'espansione narcisistica del sé, fino al punto da far trionfare un Super Io primitivo, che non include la modalità riflessiva umana riguardante una qualsivoglia morale o cultura.

    Viviamo in una società tipicamente fondata sulla disuguaglianza economica e sociale, dove si "vede" e quindi si invidia il benessere e la ricchezza di un parte, costruita sullo sfruttamento dell'altra, prima a livello rurale, poi a livello metropolitano e infine industriale, politico e globale.

    Il mafioso quindi è colui che crea un sistema vittorioso e inarrestabile perché fondato sulle stesse leggi del capitale e della politica corrotta, in sostanza è la legge primitiva del più forte antecedente al contratto sociale.

    Per ottenere il denaro che serve a mantenere il potere la 'ndrangheta, nella più completa psicopatia, uccide ed elimina in modo estremamente invidioso e crudele tutti coloro che non sottostanno o che vorrebbero ostacolare le sue leggi, anche se queste persone fanno parte della sua famiglia. Tutto ciò che non si adegua al contesto mafioso viene dunque soppresso e anche i riti raccapriccianti sono esibiti con fierezza per dimostrare come solo la spietatezza possa essere l'antidoto dell'invidia che circoscrive fedelmente il territorio narcisistico.

    Poiché la religione è parte fondante e necessaria di questo territorio essa viene coltivata come un'arma metafisica che serve a preservarla. Invece la difesa terrena che mantiene unito nel tempo il legame mafioso, trasformandosi in funzione della decadenza sociale, è l'onore.

    L'onorata società dispensa lavoro e protezione ai sudditi in nome dell'onore. Dobbiamo aggiungere che il deterioramento della società civile è anche l'effetto di un'infiltrazione subdola e dilagante dell'onorata società.

    Nel contesto della 'ndrangheta la donna svolge una funzione onnipotente ed asessuata di contenitore senza poteri che lega e tiene unito il progetto narcisistico del clan.

    È come una madonna chiamata a dover rappresentare, curare e sostenere sia l'ascesa del potere che il dramma del crollo.



  • Il pendolo della mafia




    I fenomeni mafiosi traggono origine dall'incapacità dello Stato unitario di integrare nella società capitalistica la borghesia rurale e le plebi urbane meridionali. Una lacuna strutturale che attraversa, da oltre centocinquanta anni, la storia d'Italia. Grazie alla loro capacità adattiva, che gli consente di oscillare tra poli opposti, le mafie si sono adeguate ai diversi mutamenti congiunturali e alle azioni di contrasto degli apparati statali


    I fenomeni mafiosi traggono origine dall'incapacità dello Stato unitario di integrare nella società capitalistica la borghesia rurale e le plebi urbane meridionali. Una lacuna strutturale che attraversa, da oltre centocinquanta anni, la storia d'Italia. Grazie alla loro capacità adattiva le mafie si sono adeguate ai diversi mutamenti congiunturali e alle reiterate azioni di contrasto degli apparati statali.

    La lunga durata ha generato una sovrapposizione tra Stato e mafie che non riguarda solo l'ordine pubblico e la punizione dei delinquenti ma qualcosa di più profondo: il condizionamento della mentalità collettiva e delle relazioni comunitarie ridefinite secondo un certo stile di vita e una determinata interpretazione della realtà. Pur considerando le diversità antropologiche delle tre principali organizzazioni criminali, è necessario rilevare, all'interno di un quadro secolare, alcune similitudini che hanno fissato la lunga permanenza dei fenomeni mafiosi.

    Cosa nostra, la Camorra e la 'Ndrangheta, salvo in periodi eccezionali di modifica degli assetti organizzativi, di guerre interne e trasversali o di persecuzione giudiziaria, hanno sempre stabilito rapporti di tolleranza reciproca e di collaborazione con le classi dirigenti nazionali. Le crisi di trasformazione degli assetti economici, sociali e istituzionali non sono altro che fratture congiunturali: il mutare delle condizioni viene inglobato all'interno di una struttura che metabolizza gli elementi di novità senza alterarne il substrato culturale.

    Le mafie hanno integrato, rielaborato e riadattato i modelli criminali adeguandoli al progredire della società dei consumi di massa. La capacità adattiva ha consentito alle mafie di superare indenni i diversi passaggi storici con una continua oscillazione tra arcaismo e modernità. Il processo evolutivo non è stato lineare ma ha intrecciato le caratteristiche della fase precedente con quelle della successiva, concependo una coesistenza di permanenze e trasformazioni che mescola società, economia e cultura in un unico amalgama.

    Sono sistemi duali che attraggono poli opposti: come un pendolo oscillano con moto perpetuo tra contesti distanti, intermediando e collegando oggetti apparentemente inconciliabili e contrastanti. In ambito istituzionale la perpetua oscillazione ha coniugato monarchia e repubblica, Stato e società (alias verticale e orizzontale), potere e consenso, ordine e disordine, centralismo e decentramento, unità e frammentazione. Nella definizione degli assetti sociali ha saldato campagna e città (alias silenzio e rumore), latifondo e quartiere, borghesia e plebeismo, alfabetismo e analfabetismo, classismo e popolarismo, materiale e immateriale.

    In economia ha congiunto pubblico e privato, monopolio e concorrenza, capitalismo e mercantilismo, industria e commercio, produzione e finanza, holding e franchising. Si potrebbe continuare a lungo nell'elencazione, ma sarebbe inutile poiché l'obiettivo non è classificare le coppie opposte ma dimostrare che le mafie, oscillando come un pendolo, entrano in contatto con molteplici sfaccettature del prisma sociale assorbendole senza eliminarle, alternandole senza escluderle.

    Se volessimo applicare la teoria dell'oscillazione anche al campo storico ci accorgeremmo che la coppia passato/futuro è stata incorporata nella logica assorbente del "sempre presente": mantenere il passato per preconizzare il futuro. Nel senso che la lunga durata delle mafie, nei mercati illegali e del vizio, nel dialogo con la politica e la zona grigia, nel controllo del territorio, nella partecipazione ai poteri occulti, nell'attività di redistribuzione del reddito, nella ricerca di consenso, negli ambigui rapporti con il mondo della chiesa, nella corruzione della pubblica amministrazione, rende sempre attuale e dinamica la loro funzione di intermediazione sociale, economica, civile e politica nella storia del Paese.

    Non si può continuare a raccontarle dando credito a luoghi comuni e stereotipi che hanno generato scorie metastoriche. Sono organismi viventi in constante mutazione, capaci di avanzare e crescere senza rinunciare alle tradizioni del passato, all'insegna di una continuità che ha ragione di essere solo se è adattabile agli scopi delle organizzazioni criminali.

    Una forte organizzazione mafiosa, pur divenuta transnazionale, avrà sempre bisogno di un forte radicamento nel territorio di origine e dovrà continuare a strumentalizzare il patrimonio della cultura popolare per ottenere consenso dalle fasce marginali e avvalorare l'immagine di una mafia ancorata al passato, fondata su saldi principi, poco duttile alla modernizzazione, in modo da allontanare da sé ogni allarme sociale ed occultare le relazioni con le alte sfere della finanza, della politica e delle istituzioni. Ancora una volta vale il principio della mutazione pendolare che ingloba e tiene unite, nel sua perdurante oscillazione, coppie tematiche divergenti: Stato e Mercato, localismo e globalizzazione, tradizionalismo e modernità.



  • E' tempo di una nuova resistenza




    Il popolo italiano e lo Stato stanno subendo da più di due secoli un attaco violento e continuo da parte della mafia nelle sue diverse manifestazioni. E' giunto il tempo di una nuova resistenza che si deve tradurre in una guerra asimmetrica, il cui scopo è riconquistare il controllo sociale del territorio e riorientare il cuore di molti italiani al bene comune


    Dopo aver subito l'attacco, oramai non proprio un blitz militare, ma una vera e propria guerriglia che il popolo italiano e lo Stato stanno vivendo da alcuni secoli, è giunto il tempo di una nuova resistenza che si deve tradurre in una guerra asimmetrica, il cui scopo è riconquistare il controllo sociale del territorio e riorientare il cuore di molti italiani al bene comune.

    Il Presidente Mattarella ha compiuto il primo e significativo passo nella direzione di riconoscere il problema affermando nel suo discorso di insediamento alle Camere riunite che: "Garantire la Costituzione significa affermare e diffondere un senso forte della legalità. La lotta alla mafia e quella alla corruzione sono priorità assolute. (...) E' allarmante la diffusione delle mafie, antiche e nuove, anche in aree geografiche storicamente immuni. Un cancro pervasivo, che distrugge speranze, impone gioghi e sopraffazioni, calpesta diritti. Dobbiamo incoraggiare - ha proseguito - l'azione determinata della magistratura e delle forze dell'ordine che, spesso a rischio della vita, si battono per contrastare la criminalità organizzata. Nella lotta alle mafie abbiamo avuto molti eroi. Penso tra gli altri a Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Per sconfiggere la mafia occorre una moltitudine di persone oneste, competenti, tenaci. E una dirigenza politica e amministrativa capace di compiere il proprio dovere".

    Ci dobbiamo aiutare reciprocamente a prendere coscienza delle omissioni che tutti hanno compiuto fino ad oggi. Senza questo primo passo di riconoscimento del problema e della decisione di assumersi la responsabilità, non facile, ma necessaria, di combattere questa guerra asimmetrica, non c'è alcuna soluzione possibile quanto meno al ridimensionamento delle mafie storiche nel nostro Paese.

    E come nella resistenza al nazifascismo durante l'ultima guerra: tutti coloro che vogliono vivere liberi da questo giogo, che inquina la convivenza civile e distorce l'economia, devono decidere di mettersi insieme e creare una alleanza strategica, al di là delle ideologie, delle appartenenze e convenienze personali e di gruppo.

    Il primo passo è una alleanza con chi ci vuole stare veramente a combattere questa guerra silenziosa che fa migliaia di vittime, conquistate alla mentalità criminale. Non è una battaglia solo delle forze dell'ordine e della magistratura, pur necessarie entrambe. E siamo già in ritardo.

    Il secondo passo è la conoscenza del fenomeno delle mafie dal punto di vista storico, culturale, psicologico, sociologico, economico, giuridico antropologico e altro ancora. Ci vuole un approccio muldisciplinare, perché il fenomeno presenta molte facce e non è solo una questione criminale. Occorrono saperi condivisi e che aiutino a comprendere sempre meglio le dinamiche del male che si presenta come bene, per discernere di volta in volta il comportamento più appropriato da intraprendere per contrastare uomini e donne con mentalità mafiosa.

    Contemporaneamente occorre riprendersi il territorio, là dove le mafie si radicano e cercano adepti giovani da far crescere e complicità istituzionali per poter prosperare. Lì dove i cittadini arretrano e lasciano i presidi di partecipazione e democrazia, le mafie avanzano e si impossessano dei territori.

    Occorre uscire dai propri luoghi abituali, una Chiesa in uscita, afferma continuamente Papa Francesco, per andare a incontrare le persone dove vivono con i loro piccoli e grandi problemi, dal lavoro all'educazione dei figli. Non servono grandi azioni, ma piccole e continuative iniziative di coinvolgimento dei giovani e degli adulti per costruire insieme ciò di cui ha bisogno una determinata comunità. La fantasia può solo venirci in aiuto, il campo è sterminato, e necessita di dedizione, responsabilità, competenze e continuità.

    E' necessario poi una continua vigilanza sui propri e altrui comportamenti. Non ci sono possibili vie di mezzo tra la ricerca del bene comune e il fare i propri interessi, appoggiandosi anche alla criminalità organizzata.

    Alcune categorie sono più a rischio di altre, il libero imprenditore, il commerciante, il poliziotto, il commercialista, chiunque sia in grado di diventare un bene da sfruttare per i criminali.
    E' importante non lasciare nessuno solo in quegli spazi grigi che più sono a rischio, perché si è sul confine e ancora non lo si è superato.

    Stare insieme per questa scopo costruirà e accrescerà la coscienza civile del popolo italiano che, seppure è fragile per motivi storici, è tuttavia possibile da coltivare e custodire per il bene comune.

    Le Acli sono disponibili, nel loro piccolo e consapevoli anche delle proprie omissioni, a lavorare insieme con gli uomini e le donne di buona volontà che abbiamo a cuore il bene del nostro Paese.



  • Mala Bestia Mafiosa e ipocrisia italica




    Essere produttori di bene comune e riconquistare gli spazi di mercato civile e democratico che sistematicamente ci vengono sottratti. La doppia catena dei diritti e dei doveri che ci lega deve essere rinsaldata guardando a interventi tecnici dove si annida il cancro del malaffare. Bisogna rendere impossibile il mercato illecito dei poteri pubblici, spesso pilastro essenziale per controllare i diritti delle persone


    Pochi ricordano che nel 1900 don Luigi Sturzo scrisse il dramma "La mafia". In quel testo, richiamato da Leonardo Sciascia nel noto articolo I professionisti dell'Antimafia, il prete sociale siciliano faceva dire al boss Accarano come questi un giorno avrebbe avuto tutto il potere nelle sue mani. Spiegava il capo mafia ai suoi picciotti che ciò sarebbe accaduto perché aveva preso il controllo del Comune e della Prefettura, aveva nelle sue mani il candidato Sindaco e il deputato nazionale, gestiva gli appalti comunali, l'assegnazione delle terre e la distribuzione delle acque nelle campagne. Era soltanto il 1900 e l'anno prima era stato ucciso, per mano di sicario mafioso, il presidente del Banco di Sicilia, circostanza che don Luigi non aveva paura a richiamare nella sua opera teatrale.

    Soltanto nel 1982 la Legge Rognoni-La Torre faceva entrare nell'ordinamento giuridico il delitto di associazione a delinquere di stampo mafioso e solo di recente ha visto la luce il delitto di scambio politico mafioso. Questi ritardi hanno fatto della Mala Bestia Mafiosa un mostro fortissimo, capace di cambiare spesso pelle, ma rimanendo sempre affamato delle libertà dei cittadini. Qualsiasi giornale oggi ci spiega come poco sia cambiato nel metodo, modello criminale e strategia di accaparramento del potere da parte delle mafie. Certamente, si susseguono i diversi nomi dei criminali e delle loro associazioni, gli affari illeciti che organizzano, il saccheggio delle risorse pubbliche e il male comune che costruiscono sulle spalle dei cittadini.

    Com'è noto, la responsabilità penale è personale. Anche la costruzione di metodi, modelli, strategie e associazioni mafiose, avviene per opera di persone. Al centro c'è il potere delle persone sulle persone, o meglio il controllo di queste e della "robba". Oggi questa è gestione delle attività economiche e finanziarie, delle istituzioni pubbliche e private, delle associazioni e della cooperazione. In sostanza, stringere tutto nelle mani di una "morsa" auto legittimante, costruita violando tutte le regole di legalità, imposta agli altri mediante la paura e il peso del silenzio. Un sistema che s'impone come cappa oscurantista sullo sviluppo dei territori e delle persone, distrugge le ricchezze locali e impone alle migliori risorse umane di abbandonare i luoghi natii, consentendo alla "zona grigia" di mettere a disposizione di questo potere delle persone sulle persone nuova linfa umana.

    Se le indagini penali hanno dimostrato qualcosa, dalle istruttorie di Chinnici prima e del pool di Falcone dopo, è che al servizio del modello criminale mafioso c'è sempre una struttura di "intellighenzia" civile, imperniata sul perbenismo, sul politicamente corretto, che frequenta i salotti buoni. Di giorno recita il mantra del bene comune e di notte traffica negli affari illeciti. Adesso anche capace di assumere in modo gattopardesco le sembianze dell'anti mafia.

    Le risorse necessarie per tenere in vita questa Mala Bestia sono oggetto di valutazioni con cifre stratosferiche. Vengono sempre dalla droga, dal mercato delle contraffazioni, dalle frodi comunitarie, dalla gestione illecita degli appalti pubblici e dalla spartizione dei territori con le speculazioni edilizie e con il traffico dei rifiuti. Da questo punto di vista, gli ingenti profitti illeciti, transitando per i bilanci delle imprese, sono reinvestiti in beni e servizi che sono vicini a noi gente comune più di quanto si possa immaginare; magari lì la mattina dove prendi il caffè, o dove fai la benzina, la spesa, acquisti il tuo abbigliamento, vai con la famiglia in vacanza, tieni i tuoi risparmi. Tutto ciò si chiama riciclaggio di capitali illeciti che sono investiti intestandoli a prestanome, o meglio, ancora una volta la "zona grigia", quelli al di sopra di ogni sospetto.

    Tecnicamente la nostra legislazione conosce un'arma formidabile quale le misure di prevenzioni patrimoniali con i sequestri e le confische, che una volta appresa la ricchezza illecita mostra diverse criticità nel restituirla alle comunità. Però, se è vero che la responsabilità penale è personale, ciò che deve essere combattuto è il fattore umano che rigenera le mafie nella loro sete di potere. O meglio, oramai abbiamo poco da difendere, quanto al rischio di svuotamento delle virtù sociali, delle capacità culturali e delle responsabilità democratiche, da parte di attori che non sono più solo uomini con la coppola in testa, ma vivono dentro a elegantissimi doppi petti, non solo siciliani o calabresi, ma russi, cinesi, georgiani, o meglio il mercato mafioso globale.

    Da magistrato non dispero, anche se a volte sembra che la Giustizia italiana sia una ridotta alle porte del deserto. Da cittadino credo che occorra reagire; non basta più essere testimoni, più o meno distratti. Occorre essere produttori di bene comune e riconquistare quegli spazi di mercato civile e democratico che, sistematicamente, ci sono sottratti. La doppia catena dei diritti e dei doveri che ci lega tutti deve essere rinsaldata guardando a interventi tecnici lì dove si annida il cancro del malaffare delle bestie fameliche. O meglio, rendere impossibile il mercato illecito dei poteri pubblici, spesso pilastro essenziale per controllare i diritti delle persone.

    La strada è quella di ripercorrere anche per gli illeciti penali del potere pubblico e quelli del potere economico e finanziario, la scelta organizzativa coordinata del modello giudiziario anti mafia, della Procura nazionale e distrettuale antimafia. Quanto alle indagini, occorre concentrare le forze di polizia giudiziaria ad alta specializzazione secondo il modello della Direzione Investigativa Antimafia. Poi, avere il coraggio di dare una corsia preferenziale ai processi con termini perentori assai brevi entro cui gestire tutti gradi del giudizio e rinunciando all'oralità del processo, lasciandola sopravvivere per le prove a discarico della difesa. Quindi, e non da ultimo, escludere in caso di condanna, per questi incensurati di lungo corso, gli sconti di pena, il beneficio della sospensione condizionale della pena, gli effetti della Gozzini e la riabilitazione, applicando l'interdizione perpetua obbligatoria dagli uffici pubblici, della direzione d'imprese, arti e professioni.

    Il timore dell'efficacia ed effettività della sanzione avrà certamente maggior effetto che le piume e pailette dell'innalzamento di pene per reati che, in questo stato di cose della giustizia, hanno scarso rischio di essere accertati. Insomma, introdurre l'idea del consumo critico dei diritti e dei doveri, nuova garanzia di effettività del principio di eguaglianza e di differenziazione tra chi compie il proprio dovere e chi no.



  • La grande bellezza




    Educare alla bellezza: questa è la vera rivoluzione culturale che serve a questo Paese. Per questo bisogna partire dai giovani, dalla scuola. Abituare il giovane cittadino al ben fatto, al curato, ospitandolo in luoghi accoglienti, salubri, ben progettati. Educarlo alla collaborazione, alla manutenzione, al non spreco, al senso di comunità e di cittadinanza attiva, alla difesa del bene comune. Insomma: all'etica




    "Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un'arma contro la rassegnazione, la paura e l'omertà.
    All'esistenza di orrendi palazzi sorti all'improvviso, con tutto il loro squallore, da operazioni speculative, ci si abitua con pronta facilità: si mettono le tendine alle finestre, le piante sul davanzale, e presto ci si dimentica di come erano quei luoghi prima, ed ogni cosa, per il solo fatto che è così, pare dover essere così da sempre e per sempre.
    È per questo che bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l'abitudine e la rassegnazione ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore
    "

    In questa lucidissima analisi di Peppino Impastato, ammazzato da Cosa Nostra nel 1978, sta già tutto il senso di quella rivoluzione culturale ancor oggi mancante all'Italia perché possa dirsi, a pieno titolo, un Paese libero e democratico. Questa la Grande Bellezza che ancora ci manca.

    A Peppino ho pensato vedendo Anime nere, l'intenso film di Francesco Munzi ispiratosi al libro di Gioacchino Criaco. La pellicola lascia nello spettatore il grande dubbio: chi è nato e vissuto in ambienti in cui il regolamento di conti è inesorabile legge di natura, riconosciuta e rispettata, può esimersi dalla vendetta? E allargando il discorso, chi trascorre la propria vita nello squallore – ambientale, culturale, sociale – può anelare alla bellezza?

    Sono gli interrogativi alla base dell'utile fatica di Giuseppe Laganà, La 'ndrangheta è anche femmina…e non è bella, che analizza la complessa trama delle relazioni familiari in contesti 'ndranghetisti. Le utili esperienze di accoglienza di figli nati in tali ambienti e accolti in famiglie "normali" sono l'evidente controcanto dell'ineluttabile epilogo autodistruttivo del film.

    Ripercorrendo le storie di Francesco e Salvatore, ragazzini che hanno avuto la possibilità di conoscere un ambiente familiare impostato su ben altri valori rispetto a quelli ricevuti nella famiglia ('ndranghetista) d'origine, ripensavo al destino di uno dei protagonisti del film, Leo, che, giovane stolido e carico di rabbia, funge da detonatore dell'intera tragedia. E come credo che il vissuto positivo di Francesco e Salvatore non sia stato importante solo per loro ma, di riflesso, anche per le loro madri (che infatti non si oppongono alla famiglia affidataria) e non solo, così in Anime nere l'odio cieco, la mancanza di un progetto per il futuro, la vuotezza dell'ultimo rampollo della 'ndrina trascinano nel baratro della faida l'intera famiglia.

    Ma il disagio, la frustrazione di Leo sono già ben coglibili nell'ambiente in cui cresce, appaiono delineati nel paesaggio che fa da claustrofobica cornice alla storia. Bellissimi scenari aspromontani, crudi e spietati, fanno da sfondo ad Africo Vecchio, un agglomerato di case diroccate, per lo più abbandonate, vuote, mentre Africo Nuovo è un grumo informe di edifici incompiuti, cemento brutale, elementi accatastati senza regola o gusto. E dietro facciate non finite e scale senza ringhiera, scopriamo interni di sfarzosa pacchianeria e volgare ostentazione. Il vuoto esterno contrapposto ai falsi valori interni, dove l'arricchimento criminale può essere esibito. Dove non c'è più posto per l'antico sapere della civiltà contadina, dove vige solo un degrado umano e territoriale che conforma luoghi, persone, pensieri, dialoghi, oggetti. Da paesaggista trovo esemplare questo contesto così fortemente contrastato. Nulla potrebbe essere più eloquente.

    Ma il non interesse, anzi il disprezzo, per tutto ciò che sta oltre la soglia di casa si avverte ormai sempre più spesso un po' in tutto il nostro Paese: città sporche e degradate, territori aggrediti da brutali cementificazioni senza logica né armonia, ambienti e spazi verdi non più mantenuti e curati, alvei non rispettati e puliti, mari e coste fortemente degradati, crinali brutalmente disboscati, rifiuti abbandonati e incendiati, siti gravemente contaminati e mai bonificati sono ormai la regola. E tutto ciò senza capire – sia da parte del pubblico che del privato – che questo comportamento, oltre che essere folle e costituire un pessimo biglietto da visita offerto ai turisti, è prima di tutto antieconomico, autodistruttivo e amorale. Un prezzo altissimo che paghiamo quotidianamente con inondazioni, frane, incidenti, malattie mortali e un profondo degrado umano e sociale.

    Interessante osservare come ogni anno al Premio di giornalismo investigativo Roberto Morrione, riservato a giovani autori di inchiesta, almeno un quinto delle proposte pervenute vertano su ipotesi di reato legate all'ambiente: territori violati, mari inquinati, industrie non risanate, traffici di rifiuti speciali, ecc… Impressionante constatare che, da Nord a Sud, non c'è regione italiana che si salvi da questo scempio.

    A ben guardare però abbiamo qualche motivo per non essere del tutto pessimisti.
    Esiste una sensibilità ambientalista mai avvertita prima anche in Italia. Le inchieste promosse dal Premio Roberto Morrione su ecomafie e affini, per esempio, sono tra le più richieste da scuole, festival, associazioni, comitati cittadini e diventano spesso spunto per dibattiti, denunce, ulteriori articoli di stampa, interpellanze parlamentari.

    In effetti oggi abbiamo nuovi e efficaci mezzi per combattere i reati contro il nostro patrimonio paesaggistico e ambientale, sempre in attesa però che la politica colmi l'ingiustificabile, gravissimo vulnus giuridico e, sottraendosi alle lobby di grossi potentati affaristico-mafiosi, promulghi finalmente una legge che punisca penalmente tali reati e ci rimetta al passo con l'Europa.

    A livello investigativo, oggi possiamo avvalerci del significativo lavoro della Direzione Investigativa Antimafia, che offre un'efficace e ormai consolidata sponda alla magistratura.

    Il web è poi un potentissimo strumento di sensibilizzazione e organizzazione di cittadinanza attiva, che in molte campagne di promozione dal basso raggiunge velocemente efficaci risultati.
    L'associazionismo, anche se in genere meno sviluppato rispetto ad altre nazioni (ma non certo sui temi della criminalità organizzata, vedi l'esperienza di Libera) opera comunque una costante e progressiva consapevolezza e, saldandosi con le infinite possibilità di aggregazione offerte dal web, diviene valido strumento di contrasto.

    Anche se con forte ritardo, finalmente l'Italia intera sta prendendo coscienza del fatto che il tema "mafie" è un problema nazionale e non soltanto di alcune regioni del Sud, ed alcune regioni del Nord, come l'Emilia Romagna, stanno mettendo a punto nuovi ed efficaci strumenti di contrasto.

    E poi la lenta ma costante emancipazione femminile, che consente alle donne una presa di coscienza e di consapevolezza faticosa ma progressiva. Invece che subire passivamente il proprio ruolo, oggi mogli, figlie, madri e sorelle trovano il coraggio di collaborare con la giustizia, di dire no ad un destino che sembrava ineluttabile.

    E' una vera e propria rivoluzione culturale quella che serve, e per questo bisogna partire dai giovani, dalla scuola. Abituare il giovane cittadino al ben fatto, al curato, ospitandolo in luoghi accoglienti, salubri, ben progettati. Educarlo alla collaborazione, alla manutenzione, al non spreco, al senso di comunità e di cittadinanza attiva, alla difesa del bene comune. Insomma: all'etica. "L'etica libera la bellezza" trovo sia stato lo slogan più potente che Libera abbia inventato in vent'anni di battaglie. Peppino Impastato l'avrebbe gridato con orgoglio. La Grande Bellezza, questo il fine ultimo, rivoluzionario che ci deve ispirare.



  • In rete









 
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