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Dicembre 2016 Scelta di pace

  • Scelta di pace




    La nonviolenza come via per rinnovare la politica
    Editoriale di Paola Vacchina


    La redazione del nostro sito ha deciso di dedicare il focus del mese di dicembre al tema dell'educazione alla pace e alla non violenza.

    Al termine di un anno complesso e doloroso, che ha riportato all'attenzione del mondo, se ce ne fosse stato bisogno, gli effetti drammatici della guerra, riteniamo infatti che vadano assunti con serietà e rilanciati con impegno gli appelli di coloro che guardano al bene supremo della pace come fine cui l'umanità deve tendere, senza cedimenti e senza compromessi. L'educazione alla pace, una cultura e delle esperienze di nonviolenza agita sono gli strumenti, sono la strada da seguire per questo cammino.

    Vogliamo far riferimento in modo esplicito al messaggio per la giornata mondiale della pace 2017 dal titolo: "La nonviolenza: stile di una politica per la pace".

    Papa Francesco afferma significativamente: "In questa occasione desidero soffermarmi sulla nonviolenza come stile di una politica di pace e chiedo a Dio di aiutare tutti noi ad attingere alla nonviolenza nelle profondità dei nostri sentimenti e valori personali. Che siano la carità e la nonviolenza a guidare il modo in cui ci trattiamo gli uni gli altri nei rapporti interpersonali, in quelli sociali e in quelli internazionali. Quando sanno resistere alla tentazione della vendetta, le vittime della violenza possono essere i protagonisti più credibili di processi nonviolenti di costruzione della pace. Dal livello locale e quotidiano fino a quello dell'ordine mondiale, possa la nonviolenza diventare lo stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme" (n. 1).

    "La violenza – sottolinea ancora il Papa - non è la cura per il nostro mondo frantumato. Rispondere alla violenza con la violenza conduce, nella migliore delle ipotesi, a migrazioni forzate e a immani sofferenze, poiché grandi quantità di risorse sono destinate a scopi militari e sottratte alle esigenze quotidiane dei giovani, delle famiglie in difficoltà, degli anziani, dei malati, della grande maggioranza degli abitanti del mondo. Nel peggiore dei casi, può portare alla morte, fisica e spirituale, di molti, se non addirittura di tutti" (n. 2).

    "La nonviolenza è talvolta intesa nel senso di resa, disimpegno e passività, ma in realtà non è così. Quando Madre Teresa ricevette il premio Nobel per la Pace nel 1979, dichiarò chiaramente il suo messaggio di nonviolenza attiva: «Nella nostra famiglia non abbiamo bisogno di bombe e di armi, di distruggere per portare pace, ma solo di stare insieme, di amarci gli uni gli altri […] E potremo superare tutto il male che c'è nel mondo». (…) La nonviolenza praticata con decisione e coerenza ha prodotto risultati impressionanti. I successi ottenuti dal Mahatma Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell'India, e da Martin Luther King Jr contro la discriminazione razziale non saranno mai dimenticati. Le donne, in particolare, sono spesso leader di nonviolenza, come, ad esempio, Leymah Gbowee e migliaia di donne liberiane, che hanno organizzato incontri di preghiera e protesta nonviolenta (pray-ins) ottenendo negoziati di alto livello per la conclusione della seconda guerra civile in Liberia" (n. 4).

    La nonviolenza come la intende il Pontefice nasce e viene coltivata nel cuore dell'uomo, e viene sperimentata da ciascuno nelle relazioni quotidiane. Solo se così alimentata e diffusa può diventare anche stile di relazione sociale e politica, a tutti i livelli, fino a quello internazionale. Essa dunque interpella ognuno di noi e chi ha responsabilità pubbliche in modo tutto particolare.

    A partire da queste premesse vogliamo cercare di rispondere ad alcune domande: cosa può dire la scelta nonviolenta al mondo di oggi? Si tratta di un percorso solo interiore o può diventare anche esperienza collettiva? La nonviolenza può diventare uno stile che orienta le scelte politiche? Cosa possiamo imparare dalle esperienze e dalle testimonianze concrete di non violenza del passato e del presente? Come educare le giovani generazioni ad una cultura della nonviolenza?

    Iniziamo con il contributo di Tiberio Graziani (Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie) che legge il messaggio della pace e il pontificato di papa Francesco facendo riferimento alla categoria della "geopolitica della misericordia" sottolineando come oggi la geopolitica deve cambiare radicalmente per sfuggire alle logiche degli schieramenti e mostrare agilità nell'edificazione di ponti capaci di interconnettere posizioni lontane nel rispetto della multipolarità del mondo.

    Alfredo Cucciniello (ACLI) afferma con chiarezza che la pace non può essere una aspirazione generica, invocata senza assumerla come priorità assoluta di qualsiasi impegno. Non è possibile dire di essere "per la pace" credendo nelle guerre giuste, cercando di schierarsi da una parte invece che stare dalla parte di tutte le vittime innocenti.

    Claudio Gentili (rivista "La Società) facendo riferimento ad alcune tappe del fecondo insegnamento della Dottrina sociale della Chiesa, mostra come il messaggio della pace 2017 rappresenti un contributo fondamentale per rinnovare la politica, per reagire all'imbarbarimento della polis. Dalla famiglia ai luoghi in cui ci si prende cura degli altri e si cresce come comunità, occorre ricostruire una passione e un alfabeto nonviolento della politica. Ma anche rinnovati luoghi di efficace selezione della classe dirigente. Per essere costruttori di pace e di dialogo, accogliendo e costruendo relazioni di prossimità.

    Per Ugo De Siervo (Istituto di diritto internazionale della pace Giuseppe Toniolo dell'AC) il documento di papa Francesco, straordinariamente impegnativo per i credenti e per tutte le persone in generale, indica come indispensabile la scelta di una nonviolenza attiva, di una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia, ma che è originata dalla necessità di impegnarsi per conseguire fini di giustizia, purtroppo assenti in tanti contesti.

    Marco Guzzi (poeta e saggista) offre una lettura originale del tema della non violenza, sottolineando come l'educazione alla pace oggi si presenta come un'urgente necessità su due livelli distinti e correlati: uno spirituale e l'altro politico-pedagogico.

    Mao Val Piana (Movimento nonviolento italiano) mostra come la proposta di papa Francesco segni la fine del tempo della delusione, della rabbia, dell'accusa, dell'indifferenza e apra il tempo della nonviolenza. Un tempo in cui agire con la forza della verità, in cui fare cose buone e belle. Un tempo della compassione, della fiducia, del rispetto, della solidarietà, dove la scelta della nonviolenza diventa tensione profonda per cambiare una società che sentiamo inadeguata, varco attuale della storia.

    Per Enrico Peyretti (Centro Studi Regis di Torino) siamo di fronte ad un messaggio della pace storico, che indica la nonviolenza interiore, attiva e politica come via alla pace. Non si tratta tanto di non fare violenza, quanto di gestire i conflitti naturali della vita con forze umane costruttive. Francesco sottolinea il carattere attivo e costruttivo della linea culturale-morale-politica nonviolenta.

    Concludiamo con un'intervista a Mauro Montalbetti (di prossima pubblicazione) che racconta l'esperienza dell'Ipsia (l'ong delle Acli) sul fronte alla pace, della non violenza e della riconciliazione.



  • Educare alla pace significa curare le anime




    Risulta del tutto vano predicare la pace e la non violenza senza prenderci carico della condizione interiore dell'umanità concreta. Dobbiamo uscire dal moralismo e dall'ideologismo, per entrare in un'ottica terapeutica e spirituale: la violenza è una malattia, l'effetto inevitabile di una alienazione radicale. E' a questo livello che dobbiamo lavorare, se vogliamo per davvero educare qualcuno alla pace.



    Credo che per educare veramente una persona alla non violenza oggi, agli inizi del terzo millennio dell'era cristiana, dobbiamo uscire da ogni facile retorica o ideologia pacifistica, da ogni impostazione moralistica, ed entrare nel merito dei difficili cambiamenti interiori che ogni autentico processo di pacificazione richiede.

    In tutti noi sussiste, infatti, una potente e spesso inconsapevole propensione alla violenza e alla distruttività, tanto che la guerra sembra costituire una costante di tutta la storia planetaria che conosciamo. Lungo il XX secolo abbiamo visto crollare le illusioni illuministiche e anche marxistiche, che vedevano il male solo come un effetto di ingiustizie sociali, rimosse le quali l'umanità avrebbe conosciuto un'epoca di pace e di prosperità. Le guerre mondiali, i campi di sterminio, le violenze dei totalitarismi, la tirannide comunista ci hanno mostrato in modo nuovo e sconvolgente quanto abissale sia invece il cuore dell'uomo, contraddittorio e potenzialmente violento. Parimenti la psicoanalisi, la filosofia esistenziale, l'arte e la letteratura hanno sondato gli abissi inferi dell'anima umana, rivelando la sua furibonda brama di morte e di distruzione: "un baratro è l'uomo e il suo cuore un abisso" (Salmo 63,7).

    Potremmo dire che il XX secolo riproponga in vario modo un'antropologia dell'uomo ferito, abitato da abissalità oscure e inconsce, da furie e pulsioni quasi incoercibili. E' questa ferita lancinante, che spezza il cuore di ogni uomo, e che ci fa sentire sempre in colpa, scissi, incompiuti, la vera causa originaria della nostra violenza: l'essere umano è violento, è aggressivo, avido, bramoso, invidioso, e omicida, proprio perché è radicalmente infelice, lacerato, disperato, letteralmente fuori di sé, alienato. Cosa d'altronde ben nota all'antropologia spirituale cristiana: "Non è vero che l'uomo nel corso di tutta la sua storia si trova alienato, martoriato, abusato? La grande massa dell'umanità è quasi sempre vissuta nell'oppressione, e da altra angolazione: gli oppressori – sono essi forse le vere immagini dell'uomo o non sono invece essi i primi deformati, una degradazione dell'uomo? Karl Marx ha descritto in modo drastico l'alienazione dell'uomo, anche se non ha raggiunto la vera profondità dell'alienazione, perché ragionava solo nell'ambito materiale" (J. Ratzinger).

    Ecco perché oggi risulta del tutto vano predicare la pace e la non violenza senza prenderci carico della condizione interiore dell'umanità concreta. Sarebbe come predicare ad un malato terminale di saltare con l'asta, continuando a ripetere quanto sia bello e opportuno superare i due metri. Dobbiamo definitivamente uscire dal moralismo e dall'ideologismo, per entrare in un'ottica più propriamente terapeutica e spirituale: la violenza è cioè una malattia, l'effetto inevitabile di una alienazione radicale, per cui è a quel livello che dobbiamo lavorare, se vogliamo per davvero educare qualcuno alla pace.

    In base alla fede cristiana è solo la rinascita nello Spirito di Cristo che ci può risanare, guarire la nostra ferita, e donarci una vita finalmente integra, e liberata dagli effetti del peccato, che ci separa da Dio e quindi ci inimica ogni uomo. Il problema che oggi si propone però è questo: in che misura i cristiani hanno fatto e fanno esperienza di questa riconciliazione interiore? Come mai, lungo questi secoli cristiani, nelle nostre civiltà e società "cristiane" la violenza ha continuato a dominare con tanta virulenza? Come possiamo entrare in un'epoca nuova di maggiore realizzazione del miracolo della nostra guarigione profonda? Che cosa può significare cioè una nuova evangelizzazione-pacificazione innanzitutto dei cristiani?

    L'educazione alla pace insomma oggi si presenta come un'urgente necessità su due livelli distinti e correlati, uno spirituale e l'altro politico-pedagogico: da una parte si tratta di rinnovare radicalmente gli itinerari iniziatici cristiani, affinché la pace di Cristo venga sperimentata quotidianamente come il balsamo che cura la nostra disperazione, e che ci libera di conseguenza dalla violenza che essa produce. Mentre dall'altra siamo chiamati a formulare cammini educativi per tutti, del tutto laici cioè, dall'asilo alle formazioni professionali, che comunque si prendano cura del cuore ferito dell'uomo, e cioè della sua strutturale alienazione, e lo aiutino a camminare verso stati di maggiore integrità/felicità, per rinnovare così alla radice le forme deteriorate e spesso terminali della nostra convivenza urbana, nazionale, e planetaria.

    Questo comporta ovviamente una grande sperimentazione pedagogica e spirituale, che sappia comporre in modo efficace diversi livelli formativi. Oggi infatti abbiamo bisogno sia di strumenti interpretativi molto più adeguati alle sfide epocali in atto, e cioè di una nuova cultura della trasformazione (livello culturale), sia di conoscere molto più a fondo le nostre forme psichiche difensivo-aggressive, e cioè come continuiamo a chiuderci, a isolarci, a odiare, e a mettere a distanza gli altri, spesso senza nemmeno accorgercene (livello psico-esistenziale). E infine abbiamo bisogno anche di placare la nostra mente affannata, e quindi spesso violenta, insegnandole a placarsi, a respirare, e a dilatare la sua visuale interiore, in quanto, come dice il profeta Isaia:
    "Nella conversione e nella calma sta la vostra salvezza,
    nell'abbandono confidente sta la vostra forza
    " (Is 30,15).

    Questo metodo integrato di educazione alla pacificazione va poi trasmesso attraverso relazioni calde, di gruppo, e di accompagnamento fraterno e prolungato, come cerchiamo di fare da 18 anni nei nostri Gruppi, denominati appunto Darsi pace.

    La guerra insomma è innanzitutto e sempre di nuovo dentro il cuore dell'uomo, di ogni uomo, e in ogni momento. Sorvolare su questa realtà attardandoci ancora su considerazioni estrinseche, solo morali o sociali, significa semplicemente incrementare la rabbia delle nostre parti scisse e inascoltate. Dobbiamo invece imparare ad ascoltarle fino in fondo queste parti furenti e addolorate, a riconoscere la loro forte presenza e influenza dentro di noi, affinché possano essere corrette, e le loro energie distruttive possano venire convertite in energie creative, e per davvero capaci di costruire relazioni pacificate.



  • Il disarmo e la nonviolenza: vie per la risoluzione dei conflitti




    La pace non può essere un'aspirazione generica, invocata senza assumerla come priorità assoluta di qualsiasi impegno. Non è possibile dire di essere per la pace credendo nelle "guerre giuste", cercando di schierarsi da una parte invece che stare dalla parte di tutte le vittime innocenti


    Stiamo vivendo, oggi più che mai, giorni di preoccupazioni e di tensioni, spettatori inerti di una tragedia che si dipana su scala planetaria e sulla quale lo stesso movimento per la pace registra momenti di grande incertezza.

    A far chiarezza è ancora una volta lo straordinario Papa Francesco che nel messaggio per la pace del 1° gennaio 2017 e nell'incontro con gli Ambasciatori ha indicato che la guerra e le risorse che vi sono destinate rappresentano la tragedia centrale del nostro tempo: "rispondere alle violenze con la violenza conduce, nella migliore delle ipotesi, a migrazioni forzate e a immani sofferenze, poiché grandi quantità di risorse sono destinate a scopi militari e sottratte alle esigenze quotidiane dei giovani, delle famiglie in difficoltà, degli anziani, dei malati, della grande maggioranza degli abitanti del mondo. Nel peggiore dei casi può portare alla morte, fisica e spirituale di molti, se non addirittura di tutti".

    La gravità della crisi che stiamo vivendo a livello planetario ci dice quanto sia improcrastinabile la necessità di rimuovere su scala mondiale e nei singoli Paesi gli squilibri economici, le disuguaglianze e le ingiustizie sociali che ne sono le vere cause, in uno col disordine e la speculazione dei mercati finanziari.

    Il tema della pace presenta mille sfaccettature, perché si colloca a più livelli; sicuramente quello più importante è il livello educativo, sia nel senso di una più generale educazione al tema della nonviolenza, sia ad una attenzione rinnovata e più matura ai processi economici e sociali che a livello mondiale incidono sulla questione delle guerre e della pace. Non a caso, Papa Francesco indica nel disarmo e nelle strategie nonviolente l'unica via di uscita per la risoluzione dei conflitti, raccomandando agli Ambasciatori che "... questa è la via della pace, non quella proclamata a parole ma di fatto negata, perseguendo strategie di dominio, supportate da scandalose spese per gli armamenti, mentre tante persone sono prive del necessario per vivere".

    E' innegabile che in questi anni si sia registrato un certo smarrimento, un calo di tensione, un calo di incisività nel vasto e variegato mondo della pace; le cause vanno a mio avviso ricercate nell'aver creduto eccessivamente nell'immagine oleografica dello scontro di civiltà, dimenticando gli effetti dei rapporti di produzione, delle ingiustizie strutturali, delle tendenze globali dell'economia che sono i fattori autentici che portano alla miseria, alle devastazioni ambientali e al cambiamento climatico, alle migrazioni, ai conflitti, alle guerre. La pace non può essere una aspirazione generica, invocata senza assumerla come priorità assoluta di qualsiasi impegno. Non è possibile dire di essere "per la pace" credendo nelle guerre cosiddette "umanitarie", nelle guerre giuste, cercando di schierarsi da una parte invece che stare dalla parte di tutte le vittime innocenti.

    Assistendo sgomenti alla triste conta quotidiana dei morti innocenti, di civili, soprattutto anziani, donne e bambini, ci accorgiamo che lo scenario economico e la necessaria condanna di tutte le guerre spariscono dalle note di cronaca, dai titoli dei giornali, dagli approfondimenti degli analisti e degli esperti chiamati a commentare.

    Quando si parla di guerre e di pace sarebbe utile affrontare anche il tema dell'informazione e di un mondo dell'informazione libero da condizionamenti, scevro di interessi di parte. Stiamo parlando anche della "nostra" informazione. Tanta dovizia di particolari quando gli eventi tragici riguardano in qualche modo il nostro Paese, quando è l'Europa - quella più vicina a noi - ad essere sconvolta da fatti di sangue; e ci si dimentica che nei giorni di Parigi, di Rouen, di Monaco, di Nizza, Ankara e Berlino muoiono a migliaia anche ad Aleppo, a Mosul, a Falluja; si muore in Siria, in Nigeria, in Iraq, in Afghanistan, nel Mali, nel Sud Sudan, nello Yemen e in mille altri luoghi, "pezzi" di quella terza guerra mondiale di cui parla sempre il nostro Pontefice. Credo, purtroppo, che non si tratti di provincialismo o superficialità ma di una vera e propria "censura", di una "sordina" che si trasforma in una collaborazione "attiva" alla strategia della pura messa in atto dal terrorismo.

    Enfatizzare all'infinito come attacco islamico ogni delitto messo in atto nei Paesi occidentali e tacere sugli attacchi nei quali sono vittime centinaia di musulmani crea e alimenta la guerra di religione, la guerra di civiltà; giustifica la guerra giusta, prepara la guerra umanitaria; è un atteggiamento che distrugge i ponti e innalza muri, che genera paura quanto e più dei terroristi, trasformandosi in una complicità funzionale a chi terrorizza e semina odio.

    Non è in questo modo che si costruiscono le condizioni per una pace globale e duratura; i megafoni della guerra di religione non descrivono la realtà nella sua complessità e volutamente omettono di ricordare che le maggiori vittime del terrorismo fondamentalista sono proprio i musulmani; e così, si spinge all'odio contro l'Islam, fomentando la guerra d i religione. Anche qui ci viene in aiuto Papa Francesco che afferma "quando parlo di guerra intendo guerra sul serio, non guerra di religione. Parlo di guerre e di interessi, per soldi, per le risorse della natura, per il dominio dei popoli. Questa è la vera guerra".

    Chi parla di guerra di civiltà è il primo, non sappiamo quanto involontario, sostenitore di quelle politiche che si stanno facendo largo in Europa e di quelle idee che si affacciano con maggiore insistenza anche nel nostro Paese, dove aumentano le paure, si accentuano le divisioni, si allontanano le soluzioni, si abbattono i ponti, si costruiscono muri non solo virtuali, si rifiuta l'accoglienza anche a donne e bambini.

    Oggi trovano spazio nel dibattito anche coloro che vogliono riportarci alla moneta nazionale e alle frontiere, chi rifiuta ogni ipotesi e progetto di accoglienza, chi rinnega l'Europa: una Europa che così come è non piace a nessuno, ma senza la quale saremmo tutti più deboli e vulnerabili e che va rafforzata nel progetto originario di pace e giustizia sociale. Una Europa che, tutta insieme, prenda le distanze da quei regimi islamici ai quali vendiamo armi che inevitabilmente finiscono anche nelle mani dei terroristi.

    Parliamo di una Europa che inequivocabilmente rifiuti l'idea che la guerra è inevitabile: un'idea dietro la quale si nascondono e ai alimentano interessi personali e di gruppi del malaffare, sfruttamento di persone e beni del creato, poteri corrotti, costruttori e trafficanti di armi, nuove forme di colonialismo. E invece le alternative esistono e vanno promosse con azioni quotidiane di educazione, di comportamenti nonviolenti, di accoglienza ed inclusione, di cooperazione e solidarietà, di riconciliazione misericordia e dialogo, di riconoscimento e rispetto delle differenze, di convivenza, di economia solidale, di lavoro dignitoso, di rispetto dei diritti umani a Nord e a Sud, ad Est e ad Ovest, in ogni parte del pianeta.



  • La nonviolenza interiore, attiva e politica come via alla pace




    La nonviolenza è la via alla pace. Non si tratta tanto di non fare violenza, quanto di gestire i conflitti naturali della vita con forze umane costruttive. Vi è quindi un carattere, attivo e costruttivo, della linea culturale-morale-politica nonviolenta che finalmente emerge con forza


    Questo messaggio per la giornata mondiale della pace 2017 di papa Francesco, oltre la nota freschezza e chiarezza del linguaggio, mi pare che abbia l'importanza di un passo storico. Non è solo una giusta esortazione alla pace, ma indica la nonviolenza interiore, attiva e politica come via alla pace. È anche importante che in un documento di questa levatura la parola sia scritta unita (nonviolenza) e non staccata (non violenza), per esprimerne il carattere positivo e non solo negativo. Non si tratta tanto di non fare violenza, quanto di gestire i conflitti naturali della vita con forze umane costruttive. Francesco sottolinea il carattere attivo e costruttivo della linea culturale-morale-politica nonviolenta.

    Nessuno può dirsi nonviolento, neppure Gandhi. Una volta egli si chiese: «Ho io in me la nonviolenza dei forti? Solo la mia morte lo mostrerà. Se qualcuno mi uccidesse e io morissi con una preghiera per il mio assassino sulle labbra, e il ricordo di Dio e la consapevolezza della sua viva presenza nel santuario del mio cuore, allora soltanto si potrà dire che ho la nonviolenza dei forti» . Gandhi morì così, da santo: aveva la nonviolenza del forte. Ma noi, se non abbiamo una fede così grande, ci diciamo soltanto, come Aldo Capitini, «amici della nonviolenza», che cerchiamo e studiamo.

    Papa Francesco assume e propone questo concetto dinamico, euristico, della nonviolenza: una ricerca, un cammino verso la pace, «l'unica e vera linea dell'umano progresso» (citando Paolo VI, al n. 1 del messaggio). In questo documento il papa raccoglie e sviluppa decisamente lo spirito e la linea tracciata, elaborata e sperimentata da movimenti cristiani e non cristiani, prima e dopo le maggiori pronunce cattoliche nella Pacem in Terris e nel Concilio, e quelle del Consiglio Ecumenico delle Chiese. «La nonviolenza viene proposta come un metodo, realistico e pragmatico, per la gestione dei conflitti anche fra Stati, antidoto alla guerra di civiltà», affermano gli autori di Guerra pace nonviolenza, volume nato nel Movimento Internazionale della Riconciliazione, sezione italiana, che documenta, nei 50 anni dal Concilio, come la "lobby per la pace" intervenne efficacemente presso i padri conciliari, e come oggi «le chiese si avvicinano alla nonviolenza».

    Un'ultima espressione importante di questo lavoro di base è l' "Appello alla Chiesa Cattolica per promuovere la centralità della nonviolenza evangelica", rivolto dai partecipanti all'incontro su "Nonviolenza e Pace giusta" (Roma, 11-13 aprile 2016, convocato da Pax Christi International, dal Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, UISG/USG e molte altre organizzazioni cattoliche internazionali). Quell'appello diceva anche: «Noi proponiamo che la Chiesa cattolica sviluppi e prenda in considerazione il passaggio a un approccio di Pace giusta basato sulla nonviolenza evangelica». Francesco risponde anche a questo appello. Il suo ministero cattolico si avvale anche della collaborazione dei laici cattolici e non cattolici.


    La pace giusta
    Il concetto di "pace giusta", basata sulla giustizia, sta sostituendo positivamente l'antico concetto di "guerra giusta", o meglio giustificata a determinate condizioni, che per secoli è stato centrale nella riflessione morale cristiana sulla guerra, e abusato dalla volontà di potenza di sovrani e stati. La nonviolenza è stata a lungo vista come virtù personale – e certamente lo è, come ribadisce papa Francesco in questo messaggio, perché tutto comincia dal cuore – ma estranea alla politica, consegnata alla volontà di successo con ogni mezzo. La cultura della pace dell'ultimo secolo compie proprio il passaggio dalla mitezza privata alla nonviolenza attiva come carattere della politica giusta. E papa Francesco si pone esattamente in questa evoluzione di cultura e di etica politica, con l'indicare la nonviolenza come "stile" di una politica che lavori per la pace, per l'umanizzazione, per il bene comune e per la stessa sopravvivenza dell'umanità.

    La nonviolenza positiva si esercita nei rapporti interpersonali, sociali, internazionali. Come nei conflitti micro, così anche nei meso e macroconflitti, tutti possono essere protagonisti, e non solo chi – stati, eserciti, potenze – ha forze materiali tremende per decidere e imporre soluzioni. Persino le vittime, dice Francesco! «Quando sanno resistere alla tentazione della vendetta, le vittime della violenza possono essere i protagonisti più credibili di processi nonviolenti di costruzione della pace» (n.1 del testo). La loro forza è la forza della coscienza e dell'unità umana, che certamente ha bisogno di consapevolezza, cioè educazione e cultura, ha bisogno di coraggio, sostenuto dai cooperatori e dal clima morale, come hanno saputo fare i leaders citati dal papa nelle lotte nonviolente, più convenienti ed efficaci delle guerre e rivoluzioni armate. Qui possiamo ricordare che su 323 rivoluzioni del secolo XX, quelle nonviolente sono state un centinaio, e hanno avuto successo al 53%; quelle violente, invece, al 26%. Nel periodo 1975-2002, sono state 47 le rivoluzioni nonviolente, o per lo più non violente; su 18 condotte da forze nonviolente e coese, 17 hanno vinto e una sola ha avuto un successo parziale.

    Nella "guerra mondiale a pezzi", si chiede il papa, siamo oggi più consapevoli o più assuefatti? C'è oggi meno violenza di ieri? Quest'ultima è la tesi ottimistica di Steven Pinker. A questa tesi porta una correzione importante Giuliano Pontara, maestro negli studi gandhiani: «Pinker calcola la violenza di una guerra in relazione alla popolazione mondiale al tempo in cui la guerra avviene» e così la peggiore atrocità risulta per lui un'antica guerra civile cinese, nell'ottavo secolo, che fece 36 milioni di morti, pari a un sesto della popolazione mondiale stimata di allora. Ma la misura oggi comunemente impiegata, più aderente, per calcolare la violenza di una guerra è il numero di morti all'anno su centomila persone: con questa misura «la seconda guerra mondiale risulta essere la guerra più violenta sinora verificatasi sul pianeta». Se si calcolano anche i lunghi effetti collaterali sugli innocenti e sull'ambiente «la guerra è oggi moralmente ingiustificabile».

    Perciò, nessun ottimismo, e invece tutto l'allarme che Francesco ripete sulla guerra mondiale fatta di varie guerre in corso nel mondo, causate dalla volontà di dominio e di speculazione.


    L'illusione delle armi
    A che scopo la grande violenza militare? Permette forse di raggiungere obiettivi di valore duraturo? Tutto quello che ottiene è scatenare rappresaglie e spirali di conflitti letali, e enormi sofferenze e danni, ma benefici solo a pochi "signori della guerra", dice chiaramente il papa (cfr n. 2). «Grandi quantità di risorse sono destinate a scopi militari e sottratte alle esigenze quotidiane (…) della grande maggioranza degli abitanti del mondo» (n. 2). «La forza delle armi è ingannevole» (n. 4).

    Il pensiero della pace, da sempre (Erasmo, Kant, Simone Weil, ...), denuncia la tragica illusione che le armi omicide possano ottenere vera difesa, liberazione e giustizia. Le armi comportano un alto rischio di disumanizzazione per chi le usa, sia pure come tragica necessità contro una più grave violenza. Le armi, o stabiliscono al potere nuovi violenti, o impegnano ad un lungo lavoro di purificazione chi si è sentito obbligato dalla situazione ad usarle. Il cammino della nonviolenza non condanna, per esempio, la Resistenza al nazifascismo, anzitutto perché fu in gran parte una alta reazione morale, con mezzi nonviolenti, e non fu unicamente armata, e poi perché è progredita la coscienza ed è cresciuta la conoscenza dei metodi e delle esperienze nonviolente. «Se facessimo la resistenza come l'abbiamo fatta ieri, con l'animo di oggi, saremmo in peccato» scriveva già nei primi anni '50 Primo Mazzolari.


    Gandhi non è assolutista

    L'insegnamento di Gandhi non è assolutista. Insegnava chiaramente che alla violenza non si deve sottomettersi, ma si deve opporsi anche col patire (che non è subire); per non essere vili, collaboratori passivi del male, si deve opporsi e disobbedire, in casi estremi anche con la violenza. Scriveva: «Credo che nel caso in cui l'unica scelta possibile fosse quella tra la codardia e la violenza, io consiglierei la violenza. [...] Tuttavia sono convinto che la nonviolenza è infinitamente superiore alla violenza, che il perdono è cosa più virile della punizione». E se qualcuno ha voluto vedervi una concessione alla violenza necessaria, Gandhi ha scritto pure: «Non ho mai considerato la violenza come una cosa permessa. Ho semplicemente distinto tra il coraggio e la codardia. L'unica cosa lecita è la nonviolenza. La violenza non può mai essere lecita (...) rispetto alla legge fatta dalla natura per l'uomo. Tuttavia, sebbene la violenza non sia lecita, quando viene usata per autodifesa o a protezione degli indifesi, essa è un atto di coraggio, di gran lunga migliore della codarda sottomissione. Quest'ultima non reca beneficio a nessun uomo e a nessuna donna. Nella violenza esistono molti gradi e varietà di coraggio. Ciascun uomo deve saperli giudicare da solo. Nessun altro può farlo o ha il diritto di farlo al suo posto».

    Dunque, al male (dominio, ingiustizia) si deve anzitutto reagire, e poi si deve scegliere tra i mezzi violenti e i mezzi nonviolenti della risposta. Ecco dunque che la nonviolenza è tutto l'opposto della rassegnazione passiva, è parte attiva nel rifiutare la prima violenza, ed è l'alternativa di valore morale e pratico alle reazioni violente che imitano (e così confermano) la violenza precedente. Questa violenza non è solo quella delle armi, diretta, materiale, è molto più spesso una violenza strutturale, nelle divisioni sociali, nelle leggi discriminanti, nell'economia che non serve alla vita ma al profitto. Parlando di Madre Teresa il papa afferma che i potenti della terra, devono «riconoscere le loro colpe dinanzi ai crimini – dinanzi ai crimini! – della povertà creata da loro stessi» (n. 4). C'è una violenza statica esercitata delle enormi diseguaglianze che causano povertà e offesa. A questa violenza economica sistemica è giusto opporsi con metodi e mezzi nonviolenti. In questo impegno inventivo e costruttivo lavorano, con una miriade di esperienze molecolari non clamorose, i movimenti nonviolenti di base. È importante che l'informazione faccia conoscere queste esperienze per incoraggiare (la disperazione è cattiva consigliera) le popolazioni sulla via della giustizia nonviolenta. La nonviolenza ha una storia e una presenza, non è solo utopia (v. in rete "Difesa senza guerra").


    Gesù leader nonviolento
    Anche se noi cristiani, suoi seguaci nei secoli, abbiamo concesso troppo, per poca fede, nel giustificare i metodi violenti, Gesù di Nazareth è un vero precursore dei leaders moderni della nonviolenza, che lo riconoscono come tale. Nel discorso della montagna sulla vera felicità, nell'amore per gli ultimi e l'indipendenza dai potenti, nel coraggio con cui morì per amore fedele alla verità e all'umanità, difendendosi unicamente con gesti e parole di verità, Gesù ha lottato contro il male con la pura forza dell'amore. Gandhi chiamò "satyagraha" il proprio metodo di lotta giusta, parola che significa appunto forza dell'amore, o dell'anima, o della verità, insistenza per la verità. Martin Luther King lo intende come "la forza di amare". Perciò la nonviolenza è anzitutto una qualità interiore, del cuore, continuamente da educare e rieducare. A questo livello radicale Gesù «tracciò la via della nonviolenza», dice Francesco (n. 3). È di grande importanza che il pensiero cristiano, dopo un lungo tempo di spiritualismo rassegnato alla violenza del mondo, ritrovi proprio nel Maestro lo spirito di amore forte e resistente contro il male, senza concessioni alla fatalità della violenza in un mondo irrimediabilmente malvagio.

    Fra i maggiori casi storici di lotte nonviolente, papa Francesco ricorda il 1989, la caduta senza violenza dei regimi comunisti nell'Europa dell'est, anche con l'impegno spirituale e attivo delle comunità cristiane. Giovanni Paolo II evidenziava (nella Centesimus annus, n. 23) che un cambiamento epocale nella vita dei popoli, delle nazioni e degli Stati si realizza «mediante una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia».

    Papa Francesco rivendica alla Chiesa di essersi impegnata per la promozione della pace in molti Paesi, con strategie nonviolente «sollecitando persino gli attori più violenti in sforzi per costruire una pace giusta e duratura», ma riconosce apertamente che «questo impegno a favore delle vittime dell'ingiustizia e della violenza non è un patrimonio esclusivo della Chiesa Cattolica, ma è proprio di molte tradizioni religiose». Ecco come la conoscenza, il dialogo e la collaborazione tra le religioni è un forte fattore di pace giusta. Francesco ribadisce con forza: «Nessuna religione è terrorista». «Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Solo la pace è santa. Solo la pace è santa, non la guerra!» (n. 4).

    Se le religioni, nelle loro espressioni autentiche, scelgono insieme lo spirito e la pratica della nonviolenza, possono dare un robusto contributo a radicare nei cuori delle persone e nelle tradizioni civili i fondamenti della pace giusta. Opponiamoci a pessimismi e disperazione con questo esaltante impegno comune.


    Pace in casa e nel mondo
    Poiché la pace si fonda nei cuori, essa passa attraverso le relazioni più prossime, come la famiglia, per impregnare i popoli e arrivare ad essere pace nel mondo. Attriti e conflitti si elaborano col dialogo, rispetto, ricerca del bene altrui, misericordia e perdono. Questa è una concreta sottolineatura nel Messaggio di papa Francesco. Egli supplica che si arrestino violenza domestica e abusi su donne e bambini. Con la stessa urgenza, perché donne e bambini valgono come tutto il mondo, e viceversa, egli rivolge «un appello in favore del disarmo, nonché della proibizione e dell'abolizione delle armi nucleari: la deterrenza nucleare e la minaccia della distruzione reciproca assicurata non possono fondare questo tipo di etica» (n. 5).

    Tutto ciò è anche «un programma e una sfida per i leader politici e religiosi, per i responsabili delle istituzioni internazionali e i dirigenti delle imprese e dei media di tutto il mondo, (…) una sfida a costruire la società, la comunità o l'impresa di cui sono responsabili con lo stile degli operatori di pace; a dare prova di misericordia rifiutando di scartare le persone, danneggiare l'ambiente e voler vincere ad ogni costo» (...). «La nonviolenza attiva è un modo per mostrare che davvero l'unità è più potente e più feconda del conflitto. Tutto nel mondo è intimamente connesso».

    Mentre la violenza semplifica tagliando, sacrificando e impoverendo la realtà, con l'azione costruttiva e nonviolenta, «le tensioni e gli opposti [possono] raggiungere una pluriforme unità che genera nuova vita», conservando «le preziose potenzialità delle polarità in contrasto» (n. 6). Infatti, la pace giusta è plurale, non fa deserto, non livella e non assorbe, non è la pace imperiale schiacciante, ma favorisce l'armonia delle differenze, che sono la ricchezza della vita.

    Un annuncio importante è dato da Francesco in questo messaggio: il 1° gennaio 2017 nasce il nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, mediante il quale la Chiesa Cattolica vuole accompagnare ogni tentativo di costruzione della pace con la nonviolenza attiva e creativa, e promuovere la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato, la sollecitudine verso i migranti, tutti i bisognosi, le vittime dei conflitti armati e di qualunque forma di schiavitù e di tortura. Francesco propone di impegnarci a diventare persone intimamenmte nonviolente, a costruire comunità nonviolente, che si prendono cura della casa comune. «Tutti possono essere artigiani di pace» (n. 7).

    I nonviolenti, i loro vari movimenti, i centri studi e gruppi locali, fino alle reti mondiali per la nonviolenza, di qualunque religione o visione di vita, possono sentirsi riconosciuti, incoraggiati, sostenuti e impegnati da questo messaggio di un leader morale come è per tutti Francesco.



  • Lo stile della politica per la pace




    Viviamo in un Paese in cui spesso la politica, le sue prassi, il suo linguaggio, hanno assunto toni violenti. Occorre reagire all'imbarbarimento della polis. Dalla famiglia ai luoghi in cui ci si prende cura degli altri, è necessario ricostruire una passione e un alfabeto nonviolento della politica


    Viviamo in un Paese in cui spesso la politica, le sue prassi, il suo linguaggio, hanno assunto toni violenti.

    Dai guelfi e ghibellini, l'agone politico è stato spesso concepito come scontro. Il linguaggio bellico è diventato il linguaggio della politica. Noi e loro. I nostri nemici. Scendiamo in campo. Smascheriamo l'avversario.

    Eppure, da Tommaso Moro fino a De Gasperi e a Aldo Moro, a La Pira e a Zaccagnini, non solo pochi coloro che hanno fatto della politica l'arte del confronto, la scuola del realismo e della mitezza.

    Oggi assistiamo a un revival (favorito dalla post-verità' della rete) di toni violenti nel linguaggio e nelle rappresentazioni della politica.

    Una violenza mascherata spesso dalle giustificazioni della lotta alla corruzione e della ricerca dell'onestà. Insomma si diventa verbalmente (e non solo) violenti in nome della giustizia, del giusto risentimento verso la dilagante disonestà. E il massimalismo moralistico diventa sovente l'ingrediente fondamentale di molte ricette politiche che si presentano come innovative.

    Siamo un paese in cui l'elettorato condivide molti dei difetti della sua classe politica. Premiamo chi promette il cambiamento ma siamo pronti a punire chi lo attua, con tutti i limiti e i condizionamenti che comporta il passaggio dall'ideale al reale.

    Quello che manca però è una pedagogia politica che educhi I cittadini al rispetto dell'altro. Se sono molti i politici ad evocare e promuovere gli istinti più violenti, rischiamo di trasformare la politica in anti-politica e di paralizzarne la missione più alta: realizzare il bene comune. Non più l'arte del possibile, ma la richiesta dell'impossibile. Non più la ricerca del male minore o della soluzione più realistica, ma la continua competizione per alzare la posta dello scontro, per conquistare i molti arrabbiati, provocando atteggiamenti di rifiuto degli altri che sono l'esatto contrario di una politica che dovrebbe essere strumento di dialogo e composizione dei conflitti, di ricerca di convergenze e di apertura di nuovi orizzonti di pace, sviluppo e crescita.

    Ma un elemento in cui la politica sembra davvero assente è l'attenzione ai poveri, ai più deboli, agli emarginati, alle esigenze delle famiglie che non riescono ad arrivare alla fine del mese. E al netto di tanti aspetti complessi su cui sarebbe utile un'opera di discernimento, in fondo, il referendum del 4 dicembre è stato anche l'espressione di un profondo disagio sociale, che non sa che farsene delle riforme se nella sua vita concreta cresce la povertà.

    Se dal contesto italiano allarghiamo lo sguardo al pianeta ci troviamo di fronte a terribili episodi di violenza contro la nostra madre terra, la casa comune, con guerre alimentate dai mercanti di armi che mietono migliaia di vittime innocenti e provocano migrazioni apocalittiche. Aleppo è solo l'ultimo scandaloso fenomeno di una lunga serie.

    Di fronte a questo scenario il Messaggio della 50ma Giornata Mondiale della Pace (1 gennaio 2017) dal significativo titolo "La nonviolenza: lo stile della politica per la pace" assume un significato davvero speciale.

    Con pochi tratti papa Francesco ci pone di fronte alla realtà di una "terza guerra mondiale a pezzi" che provoca sofferenze e devastazioni, alimenta il terrorismo, gli abusi subiti dai migranti, le devastazioni dell'ambiente.

    Il papa insiste su una sua profonda convinzione: nessuna religione è terrorista. Anzi la violenza è sempre una profanazione del nome di Dio. Mai il nome di Dio può giustificare la violenza. Non c'è "guerra santa". Solo la pace è santa.

    E a supporto della sua riflessione cita quel monumento alla nonviolenza che è la Pacem in Terris di Giovanni XXIII, insieme alle grandi lezioni di pace di Gandhi, Khan Abdul Ghaffar Khan, Luther King, Madre Teresa. Cita anche leader della nonviolenza come Leymah Gbowee, che insieme a migliaia di donne liberiane, attraverso incontri di preghiera e proteste nonviolente (pray-ins), ha favorito la conclusione della seconda guerra civile in Liberia.

    Si ferma a riflettere sulla Centesimus Annus di San Giovanni Paolo II che ha scandito un fatto di straordinaria portata: il crollo del moloch sovietico senza spargimento di sangue, la fine di una infausta contrapposizione tra Est e Ovest del mondo (che purtroppo rischia oggi di rinascere) grazie a leader lungimiranti come Gorbaciov e Kohl che hanno saputo adottare una vera politica della riconciliazione e della non violenza.

    Dalla politica internazionale, senza soluzione di continuità, Francesco passa a esaminare la causa vera della violenza: il cuore dell'uomo.

    E' la famiglia in primis il luogo dove si percorrono I sentieri della non violenza. E' la famiglia il luogo in cui si impara la difficile arte del "prendersi cura dell'altro" e dove "i conflitti devono essere superati non con la forza ma con il dialogo". E dalla famiglia è evidente che la pratica della nonviolenza diventa una pratica politica.

    E cosi siamo tornati al punto di partenza: la nostra politica malata.

    Altro che disintermediazione. Il referendum ci consegna un altro insegnamento. Occorre moltiplicare i luoghi di vera e efficace mediazione politica. E questi luoghi non possono ridursi ai social media. Ma devono tornare "on the road". Sulle strade, sulle piazze, nelle reti sociali di cura. Senza partire dal sociale la politica si riduce a play station. Dove con un clic decido chi farà il candidato sindaco di Roma e con un altro cancello un leader politico che mi sta antipatico.

    Davvero occorre reagire all'imbarbarimento della polis. Dalla famiglia ai luoghi in cui ci si prende cura degli altri e si cresce come comunità, occorre ricostruire una passione e un alfabeto nonviolento della politica. Ma anche rinnovati luoghi di efficace selezione della classe dirigente. Per essere costruttori di pace e di dialogo, accogliendo e costruendo relazioni di prossimità.

    D'altra parte le più belle pagine della grande storia dell'impegno dei cattolici in politica sono state scritte proprio quando, durante il non expedit e prima del patto Gentiloni (1915), non potendo votare nè essere votati, si promuovevano reti di protezione sociale, iniziative cooperative e mutualistiche che hanno dato all'Italia il volto di paese accogliente e solidale. Un volto da recuperare. Riconciliando il sociale con la politica. E soprattutto puntando sulla formazione di una coscienza sociale. Senza coscienza sociale è difficile far politica in modo non violento. E la dottrina sociale della Chiesa con i suoi 4 principi fondamentali (dignità della persona, solidarietà, sussidiarietà, bene comune) resta un ingrediente essenziale per ogni processo di formazione politica. Sapendo che non stiamo parlando di astruse teorie, ma di un'azione sociale che si nutre e si ispira ad un pensiero sociale. Altrimenti si cade nei due limiti dell'attivismo e dell'intellettualismo. E tra I tanti limiti del nostro tempo c'è proprio la caduta della capacità di fare "opere sociali". Alle volte ci accontentiamo di fare gli spettatori delle lotte tra galli che sembrano ormai diventati i nostri talk show politici. Che se uno scopo hanno è proprio quello di coltivare un insano gusto per la violenza.

    Davvero la nonviolenza è la cura per un mondo frantumato e per una politica che ha perso l'anima.
    "Chi accoglie la buona notizia di Gesù - ci ricorda papa Francesco - sa riconoscere la violenza che porta in se' e si lascia guarire dalla misericordia di Dio, divenendo a sua volta strumento di riconciliazione"

    E allora davvero, piuttosto che una politica urlata e violenta, potremmo scoprire la profonda verità del primato dell'unità sul conflitto.

    Beninteso, il conflitto è il sale della democrazia. Ma non si vive di conflitto. E la politica deve essere capace di unire un Paese e di costruire un futuro di pace e di sviluppo.



  • La pace è la meta. La nonviolenza è la via




    Se prendiamo sul serio le parole di Francesco, è finito il tempo della delusione, della rabbia, dell'accusa. E' l'ora della nonviolenza che è tensione profonda per cambiare la società, pietra angolare su cui costruire il futuro. E' il tempo di disarmarci, per disarmare l'economia, la politica, l'esercito



    Il documento di Papa Francesco "La nonviolenza: stile di una politica per la pace", è particolarmente significativo per i suoi contenuti e per l'autorevolezza della fonte.

    Il testo non contiene novità dal punto di vista della teoria e della pratica della nonviolenza, ma il fatto che il Pontefice riconosca ad essa la supremazia e la indichi come mezzo per "guidare il modo in cui ci trattiamo gli uni gli altri nei rapporti interpersonali, in quelli sociali e in quelli internazionali", e come "stile caratteristico delle nostre decisioni, delle nostre relazioni, delle nostre azioni, della politica in tutte le sue forme", è un 'segno dei tempi' che ha un valore inestimabile.

    Come ricorda Francesco, infatti, la nonviolenza è l'arte di vivere che deve permeare tutta la nostra esistenza. Non a caso il Papa, nelle prime righe del messaggio, si rivolge anche ai bambini e alle bambine e ricorda che la nonviolenza nasce dal cuore dell'individuo e deve giungere fino alla politica internazionale. È questa la grandissima novità del documento. La nonviolenza non più intesa come una via personale di salvezza, ma come metodo politico di azione sociale e anche per i rapporti tra gli Stati.

    Se prendiamo sul serio le parole di Francesco, che egli rivolge non solo ai credenti ma a tutte le persone e a tutti i popoli, è finito il tempo della delusione, della rabbia, dell'accusa, del dileggio, dell'indignazione, della protesta, dell'abbandono, dell'indifferenza. Quel tempo è finito.

    E' l'ora della nonviolenza. E' il tempo di agire con la forza della verità, è il tempo del potere dell'amore, è il tempo della bellezza e della bontà, del fare cose buone e belle. E' il tempo della compassione, del programma costruttivo, della fiducia, del rispetto, della solidarietà, è il tempo della ricerca del benessere e della felicità per tutti. E' il tempo di prendere in mano il presente di ciascuno.

    E' questa l'ora della nonviolenza. La nonviolenza è la tensione profonda per cambiare una società che sentiamo inadeguata, è la pietra angolare su cui costruire il futuro, è il varco attuale della storia.

    E' il tempo di essere personalmente il cambiamento che vogliamo vedere intorno a noi: lo si può fare solo insieme. Dall'io al noi, dal tu al tutti, la nonviolenza è politica.

    E' il tempo di disarmarci, per disarmare l'economia, la politica, l'esercito.
    Incominciamo noi a disarmare. Disarmiamo la nostra abitudine a lanciare accuse contro gli altri. Sembra essere diventato lo sport nazionale: criticare, distruggere, trovare subito il colpevole, ridicolizzare o demonizzare l'avversario. Tutti contro tutti. Basta andare a leggere qualsiasi pagina dei social network più diffusi, da facebook e twitter, per trovare immediatamente messaggi con critiche feroci, sfoghi degli istinti più bassi che hanno l'obiettivo di addossare la responsabilità del male diffuso su qualcuno al di fuori di noi. Ormai non c'è più dibattito politico, c'è scontro e divisione.

    Noi dobbiamo spezzare questa logica distruttiva. Non per un ingenuo buonismo (anche se ho sempre pensato che il buonismo sia comunque meglio del cattivismo), ma perchè sappiamo che la verità la si trova cercando di capire anche le ragioni altrui. E quindi è importante saper ascoltare e saper vedere la parte costruttiva, la parte positiva che c'è negli altri, e dunque anche negli avversari politici. Bisogna essere fermi nei principi irrinunciabili, fedeli ai valori fondanti (la sacralità della vita, la dignità di ogni persona, il rifiuto della violenza, la giustizia, la libertà, la pace), ma poi bisogna saper dialogare con tutti, trovare punti di accordo, rispettare e pretendere rispetto.

    Dobbiamo riannodare etica e politica. Il degrado è iniziato quando c'è stata la separazione ed ha prevalso la pura "politica", fredda, calcolante, strumentale, finalizzata. L'etica è stata abbandonata anche dai partiti, che dovevano essere mezzi per raggiungere il fine, strumenti utili all'obiettivo, ma sono diventati pura organizzazione, priva di contenuti, simili l'uno all'altro nei meccanismi di funzionamento: personalizzati, verticistici, affaristici. E fatalmente sono andati in crisi.

    Ora tocca ricostruire la politica e le sue forme. E lo dobbiamo fare con il metodo della nonviolenza.
    Quale sia questo metodo è scritto chiaramente nella Carta del Movimento Nonviolento che elenca la gradualità dei passi nonviolenti da compiere:
    - l'esempio (incominciamo noi, personalmente, a fare una nuova politica, pulita);
    - l'educazione (educhiamo i giovani e rieduchiamo gli adulti alla passione per l'impegno pubblico);
    - la persuasione (forza interiore con la quale contrastare quella distruttiva della violenza);
    - la propaganda (diffondere l'ideale della nonviolenza per realizzarne l'organizzazione);
    - la protesta (avere la capacitò di dire i "no" necessari per non diventare complici);
    - lo sciopero (strumento essenziale per rivendicare la dignità e il diritto al lavoro);
    - la noncollaborazione (rifiutarsi di collaborare con il male, viene ancor prima che fare il bene);
    - il boicottaggio (applicare una forza morale, di rinuncia, per colpire economicamente un'ingiustizia);
    - la disobbedienza civile (disobbedire alla legge ingiusta, accettare la pena, per una legge migliore);
    - la formazione di organi di governo paralleli (nasce il nuovo potere che sostituirà quello vecchio).

    Dunque, per disarmare da qualche parte bisogna pur iniziare. Siamo arrivati ad una situazione insostenibile. Non ci sono mai state tante armi in giro per il mondo come ora. Per ridurre il potenziale bellico, bisogna che qualcuno inizi a disarmare, a rinunciare al proprio esercito. Abolendolo. Un primo passo che potrebbe essere seguito da altri.
    Il buon esempio, solitamente, non viene mai dai grandi e dai potenti, dagli arroganti e dai fanatici.

    Ci vuole un saggio, un coraggioso, un visionario capace di un gesto profetico, illuminato, utopico.
    E' Papa Francesco questo uomo nuovo? Lo dirà la Storia.
    Nel frattempo cerchiamo di esserlo noi stessi. Cominciamo qui ed ora.



  • In rete










  • La [[#147]]guerra a pezzi” e la “geopolitica del caos”




    Papa Francesco, ha messo in campo una strategia definita da Padre Antonio Spadaro "geopolitica della misericordia". Una geopolitica che sfugge alle logiche degli schieramenti e che mostra agilità nell'edificazione di ponti capaci di interconnettere posizioni lontane nel rispetto della multipolarità del mondo, con l'obbiettivo di armonizzare gli interessi di tutti.


    La "terza guerra mondiale a pezzi", per come è stata sapientemente definita da Papa Francesco, è la naturale conseguenza dell'attuale fase di transizione geopolitica in atto. Tale momento è caratterizzato dall'affermazione di un nuovo ordine multipolare che sta archiviando l'epoca dell'unilateralismo a guida statunitense, stabilitasi con l'implosione dell'URSS, dando vita a nuovi poli di potere geopolitico e geo-economico. L'emersione di questi nuovi poli, tra i quali potremmo annoverare la Cina, la Russia e l'India, unitamente al loro naturale assestamento, oltre ad incrinare il potere degli Stati Uniti e a mettere in discussione le organizzazioni mondiali e le alleanze egemoniche nate a partire dal secondo conflitto mondiale, sta di fatto generando notevoli tensioni tra i principali attori presenti sulla scena.

    Queste tensioni si scaricano in quelle aree del pianeta più sensibili agli interessi di medio e lungo periodo perseguiti dalle maggiori potenze mondiali. A tal proposito si pensi all'area del Vicino Oriente e del Nord Africa, che rappresenta uno dei maggiori focolai di tensione all'interno del quale si stanno definendo gli equilibri del nuovo condominio internazionale. Essa, infatti, posta sulle sponde del bacino del Mediterraneo segue la vocazione naturale del bacino stesso che, con la sua conformazione geografica di mare chiuso che lo rende simile ad un vero e proprio lago, lo rende un naturale continuum geopolitico tra le tre grandi masse terrestri che lo limitano – Europa, Africa ed Asia – e delle quali è funzionale cerniera.

    Tale ubicazione, che nel corso dei secoli ha agevolato il contatto e l'interscambio tra le popolazioni, determinando la nascita e la fioritura delle grandi civiltà di cui il Mediterraneo è stata la culla, assume nuovamente un ruolo di estrema centralità dettata dalla crescita delle nuove potenze asiatiche e dell'America del sud, unitamente alla disordinata crescita economica dei Paesi africani, che hanno determinato uno spostamento dell'asse geopolitico verso il sud del globo favorendo la concentrazione nel Mediterraneo dei nuovi flussi geo-economici dell'economia globale.

    Tale cambiamento ha così introdotto sulla scena mediterranea i nuovi attori internazionali, quali India, Cina e Brasile ed ha inoltre permesso la riemersione di Russia e Turchia. conferendo quindi, nuovamente, all'area il naturale ruolo di centralità assunto nei secoli che lo rende, oggi come allora, uno dei massimi teatri di confronto globale in cui i maggiori attori in campo si confrontano per il controllo della massa euro-afro-asiatica.

    L'intento di controllo, che nel medio periodo si è rivelato fallimentare, ha spinto gli strateghi del Pentagono a orientare la loro attenzione verso il Nord Africa, e quindi il Mediterraneo, alimentando i focolai di tensione che andavano sviluppandosi durante la cosiddetta primavera araba. L'attuazione di questa particolare "geopolitica del caos", che fa leva soprattutto sulle tensioni emergenti dagli identitarismi etnici, religiosi e culturali, ha contribuito alla destabilizzazione dell'intera area con il capovolgimento o, a seconda dei casi, l'indebolimento dei regimi che avrebbero sicuramente ostacolato quest'avanzata. Su tutti basti pensare al caso libico e a quello siriano.

    Non va peraltro dimenticato che nello stesso arco temporale anche alcuni Paesi dell'Europa del sud venivano sottoposti ad una serie di attacchi finanziario-speculativi che ne producevano un notevole indebolimento. Tra i paesi colpiti rientra certamente anche l'Italia che in quel periodo si mostrava maggiormente sensibile a partenariati, quali quello libico e quello russo, senz'altro in controtendenza rispetto ai diktat dell'alleanza occidentale. Secondo autorevoli analisti, tale indebolimento è stato dettato dalla paura sempre più crescente (determinata anche dagli atteggiamenti tenuti a quel tempo dalla Turchia) della formazione di una forte partnership dei Paesi del Mediterraneo che, incrociando i destini dei grandi attori globali, quali appunto la Cina o la Russia, avrebbe messo definitivamente fuori gioco gli Stati Uniti.

    In tale contesto, l'Europa potrebbe conoscere una nuova fioritura, concretamente possibile se decidesse di procedere ad una vera unità politica che gli permetta di restare unita e di avanzare in maniera autonoma e indipendente. Essa, infatti, dovrebbe avere tutto l'interesse a sviluppare una visione autonoma, ambiziosa, di lungo termine e multi-dimensionale, capace di collegare le due sponde del Mediterraneo e il blocco asiatico attraverso delle solide partnership e farsi percepire come un interlocutore privilegiato capace di fornire tutto il necessario know how utile a costruire sviluppo verso quei territori in cui se ne sente il bisogno. È chiaro che per fare ciò l'Europa dovrebbe tentare di ergersi a superpotenza, rivolta maggiormente verso Africa e Asia, con un ruolo di leadership nel Mediterraneo.

    L'Italia, per via della sua posizione geografica che la pone al centro del Mediterraneo, con il suoi 8.000 Km di coste che la caratterizzano, ha un enorme potenziale che potrebbe coinvolgere tutta la struttura socio-economica nazionale, ponendola come punta di lancia dei nuovi processi. La sua geografia, infatti, non determina soltanto una vulnerabilità rispetto ai settori di crisi, ma alimenta anche straordinarie opportunità, facendo di essa un grande molo naturale e insieme un piano di scorrimento posto a tagliare in due compartimenti il Mediterraneo, privilegio unico fra le potenze europee. Tale posizione, se ben sfruttata, potrebbe offrire al Paese l'opportunità per imporre un rapporto obbligato a chiunque volesse spadroneggiare in quel bacino di civiltà e di commerci. Ciò, contrariamente a quanto avvenuto negli ultimi anni in cui, pur rimanendo una delle principali realtà dell'Europa e del Mediterraneo, non è riuscita a imporsi nella prima fila delle grandi potenze o perché frammentata politicamente, o per errori politici o ancora per limitazioni oggettive.

    Oggi l'Italia pur rivestendo i panni di media potenza, è alle prese con una situazione interna poco florida trovandosi a gestire una strutturale contrazione manifatturiera, una carenza di forze armate di primo piano e di capitali necessari per realizzare investimenti infrastrutturali importanti per il suo sviluppo. Tuttavia, oltre alla posizione geografica, possiede altre due preziose frecce al suo arco: la cultura e la scienza. Malgrado tutto, l'università italiana continua a produrre conoscenza a livelli eccellenti e, sebbene la cultura italiana non sia al momento tra quelle che dettano la tendenza a livello mondiale, possiede una tradizione plurimillenaria che può costituire un trampolino di lancio. Senza trascurare quella "cultura materiale", molto ammirata nel mondo, che è spesso favorevole anche al nostro sviluppo commerciale. L'Italia, dunque, nel momento in cui il suo "potere duro" sembra insufficiente al rango che desidera mantenere, pare avere le fondamenta su cui costruire una strategia di "soft power" che, se ben utilizzata, potrebbe fungere da ottima base di partenza per armonizzare i contrasti all'interno del bacino, ormai divenuto centro di interesse dei grandi attori globali. Questo le permetterebbe di ottenere la leadership sul piano regionale.


    La "geopolitica della misericordia" di Francesco
    Per far ciò, l'Italia, potrebbe senz'altro usufruire della vicinanza della Santa Sede che, per opera di Papa Francesco, ha messo in campo una strategia definita da Padre Antonio Spadaro "geopolitica della misericordia". Una geopolitica che sfugge alle logiche degli schieramenti e che mostra agilità nell'edificazione di ponti capaci di interconnettere posizioni lontane nel rispetto della multipolarità del mondo, con l'obbiettivo di armonizzare gli interessi di tutti.

    Nel corso del suo pontificato Francesco ha in più occasioni dato prova di saper giocare un ruolo da protagonista in questioni intricate come ad esempio la pace in Colombia, tra il governo dei guerriglieri e le FARC, il tentativo di mediazione che sta portando avanti in Congo per evitare che nel Paese scoppi la guerra civile, il ristabilirsi delle relazioni tra Cuba e Stati Uniti, nonché il mancato bombardamento in Siria nel 2013 da parte degli americani fermato dai russi e dalla mobilitazione mossa da Francesco che per l'occasione chiese digiuno e preghiere.

    L'efficacia di tale diplomazia potrebbe esplicarsi in tutta la sua forza nel ponte che Francesco sta costruendo con la Russia, in particolare, con la Chiesa ortodossa. A tal riguardo, va evidenziata la linea amichevole del Vaticano nei confronti della Federazione Russa che è andata via via solidificandosi attraverso i diversi incontri avuti con Vladimir Putin, ciò anche quando la Russia era già sotto sanzioni. Fondamentale è stata anche la linea di neutralità assunta dalla Santa Sede durante la crisi ucraina che ha parimenti contribuito a migliorare la percezione della Chiesa cattolica presso gli ortodossi. Tali elementi, unitamente al lavoro diplomatico, hanno favorito lo storico incontro avvenuto a Cuba nel febbraio del 2016 tra Francesco e Kirill, un abbraccio che potrebbe rappresentare un ulteriore elemento di vicinanza e sintonia tra il mondo ortodosso e quello cattolico nonché una pietra miliare per la realizzazione di una Pace globale all'interno di un contesto multipolare in cui la luce di Roma e dell'Italia e dell'Europa potrebbero tornare a risplendere.

    Francesco, inoltre, in virtù del Suo nome che riprende quello del patrono d'Italia, potrebbe rivelarsi risolutivo anche nel dialogo con il mondo islamico fornendo un ulteriore contributo per la stabilità mediterranea e gli equilibri globali.



  • Lottare per una pace santa




    Un messaggio, quello del papa, straordinariamente impegnativo per i credenti e per tutte le persone di buona volontà, che indica come indispensabile la scelta di una nonviolenza attiva, di una lotta pacifica. E che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia


    Scrivere, come fa Papa Francesco, che i credenti devono fare della non violenza il loro stile distintivo nella società odierna, potrebbe apparire addirittura provocatorio: dinanzi a tutto quello che i mezzi di informazione ci documentano continuamente ed in particolare le immense radicali distruzioni di tante città e paesi del Medio Oriente, con orrende violenze e innumerevoli uccisioni delle persone che ancora vi abitano, mentre chi ha potuto è fuggito, abbandonando tutto, sembrerebbe davvero utopistico ipotizzare che si possa fare altrimenti che parteggiare o sostenere l'uno o l'altro combattente.

    A furia di vedere tutto quello che avviene, ci stiamo perfino abituando a quanto è invece radicalmente inaccettabile e cioè al fatto che le guerre possano ormai consistere non tanto nello scontro fra eserciti ed armati, ma nella strage dei popoli ed anche nella distruzione sistematica dei luoghi nei quali l'uomo e le comunità hanno vissuto ed hanno costruito la loro piccola o grande storia.

    Bisognerebbe, al contrario, ricordare quanto sostenne vigorosamente La Pira quando era Sindaco di Firenze, mentre vi erano gravi pericoli che le grandissime tensioni internazionali di allora potessero portare perfino all'utilizzazione degli armamenti atomici: non è lecito che si possa anche solo pensare di distruggere le città e cioè i luoghi nei quali per definizione si vive normalmente e dove si stratifica la storia dei popoli e delle civiltà. Perfino nel dramma delle guerre, occorre assolutamente contrastare chi intenda cancellare perfino le comunità ed i luoghi che rappresentano il frutto del vivere insieme: questo deve essere affermato pubblicamente e con energia in primo luogo dai buoni politici, che devono operare in questo senso, senza cedere alla stanchezza o alla rassegnazione derivante dalla evidente difficoltà di imporre limiti alla violenza ed alle distruzioni belliche.

    Ma prima ancora dello scoppio delle guerre occorre assolutamente operare per la "pace santa" (non più guerre "sante"!), che va costruita ben prima che possa esplodere la guerra, programmarsi il terrorismo, o porsene le premesse, attraverso un'opera decisa, costante e paziente di confronto e dialogo fra tutti, attraverso vere "trattative fondate sul diritto, la giustizia, l'equità".

    Il documento di Papa Francesco appare in realtà straordinariamente impegnativo per i credenti e per tutte le persone in generale.  Anzitutto perché l'uso della violenza viene radicalmente condannato, in quanto inefficace per conseguire il superamento dei problemi che dice di voler risolvere, mentre è causa, nel migliore dei casi, di "migrazioni forzate" e di "immani sofferenze" e, nel peggiore, della "morte, fisica e spirituale di molti, se non addirittura di tutti".

    In alternativa il Pontefice indica la necessità che i cristiani assumano consapevolmente "l'atteggiamento di chi è così convinto dell'amore di Dio e della sua potenza, che non ha paura di affrontare il male con le sole armi dell'amore e della verità". Ma se l'amore del nemico costituisce il nucleo della "rivoluzione cristiana", ciò tuttavia non significa arrendersi al male, ma opporre al male le soluzioni fondate sulla ragione e cioè costruite, come abbiamo già detto, "sul diritto, la giustizia, l'equità".

    In realtà Papa Francesco indica come indispensabile una "nonviolenza attiva" e cioè "una lotta pacifica, che fa uso delle sole armi della verità e della giustizia", ma che è espressamente originata dalla necessità di impegnarsi e di lottare davvero, attraverso forti strumenti di pressione sociale, per conseguire fini di giustizia, purtroppo assenti in tanti contesti: non a caso, gli esempi storici indicati sono assai rilevanti, come la lotta per l'indipendenza dell'India, per la fine della discriminazione razziale negli USA, per la fine di una guerra civile in Liberia. Ma anche l'indicazione degli esiti dell'opera di Madre Teresa di Calcutta nel rimuovere gli inaccettabili diffusissimi silenzi sulla condizione di estremo bisogno di troppe persone, ridotte ad essere scarti della società, sta ad indicare quanto si possa (e si debba) mutare la realtà mediante il duro lavoro della lotta pacifica per la giustizia.

    Da qui la responsabilità di formare nuovi quadri dirigenti capaci di instaurare rapporti chiari e rispettosi con coloro che abbiano diverse sensibilità ed interessi, ma davvero seriamente motivati a conseguire attraverso una vasta mobilitazione non violenta dell'opinione pubblica i ragionevoli obiettivi di giustizia che appaiono ineludibili nell'attuale contesto.


 
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