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Benecomune.net
Gennaio 2016 Un Dio chiamato guerra

  • Un Dio chiamato guerra




    Usare la religione per impropri fini militari


    Sì, è una bestemmia dire che Dio uccide. Papa Francesco: "la strada della violenza e dell'odio non risolve i problemi dell'umanità e utilizzare il nome di Dio per giustificare questa strada è una bestemmia": chiaro, no? Sì, tutto chiaro. Ma da che mondo è mondo, la guerra fa uso di simbologia religiosa, chiama gli animi a qualche forma di guerra santa, offre scenari mistici. Usare la religione per giustificare la guerra non è, purtroppo, una novità. Chiara Canta lo spiega quando riconosce, con tristezza, che le religioni possono ispirare, legittimare, provocare guerre. Michele D'Avino lo richiama quando cita alcuni fatti storici legati alla guerra per motivi religiosi ma mossi, in realtà, da un dio assai più prosaico, il dio-denaro o quello degli interessi geo-politici.

    Fatto sta che ci troviamo di fronte ad una sfida che va oltre la terribile razionalità della guerra intesa come prosecuzione della politica con altri mezzi: qui c'è dell'altro, qui c'è una dimensione religiosa che, se usata in modo scorretto, rischia di dare spessore alla violenza, di darle perfino un'anima. È per questo che abbiamo intitolato così il nostro approfondimento di gennaio, richiamando implicitamente nel titolo il lavoro di James Hillman: la guerra come un dio.

    Bisogna stare molto attenti a come costruiamo la contromossa, la controcultura. Certo, ci vuole una particolare attenzione pedagogica, un'educazione, come la definisce nella sua testimonianza Maria Chiara Prodi. Certo, ci vuole la capacità di immaginare un vero e proprio salto di coscienza planetaria, un'inedita pedagogia dell'umanità nascente, come richiama con forza Marco Guzzi. In tutti i casi questo significa che un'educazione alla pace, oggi, necessita un serio ripensamento, se non vuole essere preda di stereotipi. Ma significa anche che un'educazione alla pace non si deve rivolgere solo alla dimensione economica e politica: anche la religione – la dimensione spirituale - contribuisce enormemente al disvelamento di una cultura della pace radicata nel profondo umano che fatica ad emergere, ad essere visto e vissuto.

    Proprio per questo ci pareva decisivo sentirsi parte di un'unica comunità spirituale che ripensa la propria educazione alla pace. E allora ecco in questo numero i contributi, sotto forma di intervista, di Adnane Mokrani, islamista, di Yahya Sergio Yahe Pallavicini, Imam di Milano, di Riccardo Segni, Rabbino capo della comunità ebraica romana e di Paolo Naso, giornalista appartenete alla Chiesa Valdese. Al dio della guerra noi rispondiamo col Dio della pace, nella convinzione che – come afferma Papa Francesco nell'Evangelii Gaudium – l'unità sia superiore al conflitto: anche a quello dichiarato con fini religiosi.



  • La pace tra le religioni: un'utopia concreta




    Con grande tristezza bisogna riconoscere che oggi le religioni possono ispirare le guerre, legittimarle e provocarle. Riconoscere questo significa pensare che non ci sarà mai una pace duratura tra le nazioni finché non ci sarà la pace tra le religioni


    "Guerra e Pace" è il titolo di un romanzo che ha rappresentato le fortune di uno scrittore famoso e che ha segnato per sempre i destini di una famiglia e di due personaggi resi altrettanto famosi dal romanzo stesso. L'accoppiata "Guerra e Religione", richiama esattamente i due termini del romanzo senza tuttavia abbandonare, anzi l'accresce, il dramma in essi contenuto. Due sostantivi che hanno, da sempre, segnato i destini di popoli e nazioni.

    Ultimamente "la pace" si è identificata con "religione", e giustamente: costituiscono quasi un ossimoro! I due termini da incompatibili stanno diventando 'distinguibili', capaci cioè di segnare lo specifico di un popolo e di caratterizzarlo. Un tempo 'la guerra' si faceva per altri motivi (il potere, il dominio) e 'la religione', che era un 'derivato', faceva da contorno.

    Nella storia moderna occidentale diverse guerre hanno insanguinato i nostri territori: 'guerre di religione', venivano chiamate, perché all'origine c'era stato un motivo religioso. Papi e Imperatori stavano a fronteggiarsi con grande spargimento di sangue. Poi le medesime guerre si combatterono per la conquista di un territorio e divennero "guerre dei trent'anni" o "delle rose" (molto gentili e profumate!!). In tempi recenti, a noi più vicini, le guerre prescindevano dalla religione, ma essa segnava certamente una demarcazione: le autorità religiose non prendevano parte ai conflitti, predicavano la pace, ma la pace restava un miraggio!

    Ai nostri giorni si riaccendono i 'fuochi' della guerra: la religione torna ad essere la ragione principale delle divisioni. Non che le altre ragioni (territori, dominio, ricchezze…) siano superate, ma la religione è assurta a ragione principale "ideale" per cui vale la pena combattere e, quasi sempre, morire. La religione non tanto come credenza in Dio, quanto come 'semplice' appartenenza religiosa, spesso nominalistica, come elemento identificativo, è il motivo e la 'ragione' per cui due popoli entrano in guerra in nome di due religioni diverse: Islam e Cristianesimo. Ma c'è altro. Basti pensare al Califfo (al c.d. califfato!): sono due religioni che si affrontano, l'islamismo e la religione cristiana. Non tanto per motivi di conquiste territoriali (anche!), ma per il "possesso" di persone e gruppi, l'affermazione di dominio sugli altri. Per ragioni ideologiche. E' anche una 'guerra' tra due popoli che dovrebbero appartenere alla stessa religione, ambedue Musulmani, ambedue discendenti dallo stesso Profeta Maometto: sunniti e sciiti, l'Arabia Saudita, e ora anche il Bahreim, da una parte e l'Iran con Houth in Yemen e gli Hezbollah dall'altra, con altri territori ad essi correlati.

    Perché le religioni generano spesso contrapposizioni, scontri, conflitti e guerre? Perché si continua ad uccidere in nome di Dio? Si tratta di un fenomeno inevitabile perché, come ha affermato Paul Ricoeur "il pericolo della violenza è alla base di ogni convinzione forte" o bisogna individuare i modi per superarlo, come ha risposto Hans Kung con riferimento al "Manifesto per un'etica planetaria", proposto dal Parlamento delle religioni del mondo a Chicago già nel 1993? Alla base di del dibattito tra questi due intellettuali, uno protestante e l'altro cattolico, c'è il fatto che ogni persona umana deve essere trattata in maniera umana (H. Kung, P. Ricoeur, Il lato oscuro della fede. Religioni, violenza e pace, Medusa, Milano 2015).

    Spesso gli esponenti della religioni dicono che le religioni sono strumentalizzate ma ciò non è vero, anche se a volte accade, quando si citano come armi i testi sacri, versetti della Bibbia o del Corano. Con grande tristezza, bisogna riconoscere che oggi le religioni possono ispirare delle guerre, che possono legittimarle e provocarle.

    Riconoscere questo significa pensare che non ci sarà mai una pace duratura tra le nazioni finché non ci sarà la pace tra le religioni. "La pace tra le religioni è una componente determinante per giungere alla pace in queste regioni" (Kung, Ricoeur, op. cit. 2015)

    È necessario affermare con onestà e chiarezza che la pace ha diverse dimensioni: politica, giuridica, etica e religiosa. Se questi elementi convergono verso lo stesso obiettivo allora la pace sarà possibile. Anche nel corso del novecento, il "secolo breve" delle grandi guerre, abbiamo sperimentato situazioni positive dove c'è stata una trasformazione radicale senza spargimento di sangue: nell'ex RDT, in Cecoslovacchia, nei Paesi dell'Est, ma anche in Sud Africa, nelle Filippine. In questi Paesi hanno operato delle persone motivate da ideali religiosi che hanno rifiutato il sistema di violenza esistente. I leaders (ma non solo!) hanno detto il loro no, ma non hanno voluto spargimenti di sangue, hanno voluto realizzare le trasformazioni con la non violenza. Sono solo alcuni esempi che evidenziano cosa può fare la religione, con la sua forza interiore, nel senso della non violenza"

    Può sembrare un'utopia, ma oggi le due religioni (Islam e cristianesimo) possono convivere, non in un modalità di "vicinanza forzata", in cui si impone una tolleranza reciproca (a volte una sopportazione), ma in una "convivenza dialogica" che può essere non solo "dialogo culturale", "dialogo teologico", "dialogo interreligioso" oltre che "dialogo su valori comuni", in definitiva, come si esprimeva R. Panikkar (L'incontro indispensabile: dialogo delle religioni, Jaka Book, Milano 2006) "dialogo dialogante".

    La domanda che ci riguarda, come comunità umana e come credenti, non è quello di chiederci quale delle due sarà la religione "vera" ma che cosa è possibile fare per permettere la coesistenza pacifica nel mondo tra Islam e Cristianesimo (non solo!) e all'interno di ciascuna religione.

    In conclusione, il dialogo, più che un principio o un valore, è un "metodo", una strada da percorrere per costruire una società basata sulla convivenza: esso pertanto sarà una tappa intermedia di un processo ultimo che è la pace.



  • Il rinnovamento delle religioni per la pace del mondo




    Si apre dinanzi a noi una straordinaria stagione di rinascita spirituale e creatività culturale, di purificazione e rinnovamento del cristianesimo in un confronto radicale con le culture della modernità. Alle religioni e ai singoli credenti il compito di favorire questa trasformazione antropologica verso una umanità post-bellica 


    Il rapporto tra le religioni e la guerra è stato sempre molto controverso: da una parte ogni autentica tradizione spirituale parla della pace come valore supremo da perseguire, pace con Dio innanzitutto, pace interiore, ritorno all'unità perduta, ma poi anche pace tra tutti gli uomini; dall'altra però la storia ci mostra una sequela quasi ininterrotta di conflitti e di guerre spesso motivate anche da ragioni di ordine religioso.

    Oggi il Papa ci dice con chiarezza che uccidere in nome di Dio significa bestemmiare, ma dovremmo ricordare che questa dottrina è molto recente, e contraddice un pensiero e una pratica che risalgono addirittura a sant'Agostino, e che si fondavano sul concetto di giusta persecuzione degli empi e di guerra giusta: "V'è una persecuzione ingiusta inflitta dagli empi alla chiesa di Cristo e v'è una persecuzione giusta inflitta agli empi dalle chiese di Cristo". Ordini e incitamenti a uccidere proprio in nome di Dio, a sterminare intere popolazioni, a distruggere templi e opere d'arte, e a proibire ogni libertà di coscienza o di religione, non li troviamo solo nei testi coranici, ma in quasi tutti i testi sacri e nell'intera storia cristiana, a partire dall'Antico Testamento e si può dire fino a oggi: "Però delle città di quei popoli che il Signore, tuo Dio, ti dà in eredità, non lasciare nessuno in vita, ma votali allo sterminio" (Dt 20,16), mentre ancora nel 1888 Leone XIII, nella enciclica Libertas praestantissimum, tuonava contro ogni tipo di libertà: "non è lecito invocare, difendere, concedere una ibrida libertà di pensiero, di stampa, d'insegnamento e di culti, come fossero altrettanti diritti che la natura ha attribuito all'uomo".

    Dunque dobbiamo essere consapevoli che solo da pochissimi decenni ci troviamo a vivere, almeno in Occidente, in una fase storica del tutto nuova, inedita, e quindi piena di incertezze. Per la prima volta nella storia stiamo infatti mettendo in discussione l'intera modalità bellica di rapportarci gli uni agli altri, e quindi la forma antropologico-culturale che finora ha dominato su tutta la terra. Finora insomma gli ideali di pace venivano di fatto relegati in un ambito strettamente privato e spirituale, mentre la storia effettiva era affidata quasi integralmente alle modalità belliche di relazione tra gli uomini.

    Ora sembra che l'umanità si ritrovi davanti ad bivio: o continua a vivere in base alle forme egoico-belliche dominanti, votandosi di fatto all'autodistruzione, nelle diverse varianti in cui ci si prospetta (ambientale, guerra di civiltà, disumanizzazione progressiva etc.); oppure si avvia collettivamente verso un processo globale di conversione, di cambiamento della mente, che ci indirizzi nella direzione di una modalità inedita, e cioè postbellica, di vita sulla terra.

    Credo sia molto importante comprendere che ci troviamo di fronte ad una vera e propria "rivoluzione culturale" globale, come la chiama Papa Francesco (Laudato sì, n. 114), ad un nuovo inizio antropologico (n. 207), ad un salto di coscienza planetaria. Non si tratta cioè soltanto di divenire un po' più tolleranti, non bastano le reiterate petizioni morali, non basta la retorica della compassione, declinata magari nel lessico laicistico dei diritti; qui si tratta di deciderci per un salto di portata appunto antropologica, e questo richiede una consapevolezza e una decisione senza precedenti.

    Una civiltà della pace, insomma, non è ma esistita. Noi antropologicamente conosciamo solo civiltà fondate sulla guerra, ed è la guerra, dall'Iliade e dall'Esodo in poi, che ha dato ai nostri popoli le strutture innanzitutto mentali dell'etica, del diritto, dei segni del potere, e perfino dell'estetica. Questo immane ciclo storico, sostanzialmente egoico-bellico, in cui anche le religioni sono state spesso sorgenti di conflitto e di divisione, è finito, non possiede più alcuna energia creativa, e si sta manifestando anzi come intrinsecamente nutrito da un radicale istinto di morte e di distruzione.

    In questa falda epocale il cristiano può rilanciare l'annuncio della nuova umanità inaugurata dal Cristo sulla terra, può annunciare in modo nuovo, in una vera e propria Nuova Evangelizzazione, che l'uomo egoico-bellico (segnato dalla ferita del peccato, e dall'odio e dal terrore che ne derivano) è veramente finito, ma che una nuova umanità è già nata e sta crescendo sul pianeta, e proprio ora sta emergendo in modo inedito e perentorio, chiamandoci tutti a forme inaudite di vita e di relazionalità ad ogni livello (dal matrimonio al pianeta). Con il suo annuncio di nuova umanità pacificata e costruttrice di pace, il cristiano può inoltre dialogare con tutte le altre tradizioni spirituali, favorendo l'emersione delle loro stesse componenti pacificatrici.

    Si apre dinanzi a noi una straordinaria stagione di rinascita spirituale e di creatività culturale, di purificazione e di rinnovamento del cristianesimo storico in un confronto ben più radicale con le culture della modernità, a loro volta chiamate a purificarsi, e a riscoprire le proprie fonti cristologiche, come Benedetto XVI ci ha costantemente ricordato.

    Ma tutto ciò potrà fiorire e direi esplodere nel clima stagnante della notte occidentale, solo se molti uomini e molte donne si avventureranno lungo il cammino della propria trans-figurazione, del proprio mutare mente, del proprio esodo quotidiano dallo stato interiore egoico-bellico, della propria realizzazione divino-umana. E questo richiede una revisione radicale di tutti gli itinerari formativi, sia scolastici che catechistici.

    La nuova cultura della trasformazione antropologica, infatti, non può che generare una inedita pedagogia dell'umanità nascente.



  • Il Dio che muove la guerra




    Occorre sfatare il mito delle guerre di religione. Nessun Dio chiede di uccidere in suo nome. A muovere gli eserciti, ad attentare alla vita di uomini e donne inermi è il dio-denaro, la sete di potere che sempre riesce a corrompere gli uomini di ogni etnia, cultura e credo religioso 


    È il tempo del paradosso e del terrore. In un mondo sempre più secolarizzato e dimentico delle proprie radici valoriali, diventa sempre più facile morire "in nome di Dio". Sono innumerevoli gli episodi di intolleranza religiosa e violenza, nei confronti di minoranze etniche e culturali in ogni area del pianeta, che vengono denunciati dalle organizzazioni umanitarie come Human Right Watch. Troppo spesso si tratta solo del tragico preludio di veri e propri conflitti armati e guerre con un numero impressionante di morti. Un fenomeno che riguarda sia i Paesi laici che quelli confessionali, sia le dittature che le nuove democrazie.

    È il tempo delle guerre di religione e degli scontri tra culture. Crescono drammaticamente le vittime di attacchi terroristici perpetrati in nome della jihad, soprattutto in Medio Oriente e nell'Africa sub-sahariana. Ma le minacce dell'autoproclamato Stato Islamico hanno travalicato i confini del conflitto siriano e della costa sud del Mediterraneo e si sono spinte fin dentro il cuore dell'Europa, seminando l'orrore della morte nei luoghi dove si svolge la vita quotidiana dei comuni cittadini occidentali. Le vittime della violenza e del terrore, tuttavia, non si registrano soltanto tra gli "infedeli" caduti per mano di fondamentalisti islamici. Basti pensare alle persecuzioni nei confronti dei Rohingya, minoranza araba di fede islamica, che in Myanmar è stata decimata per mano dei buddisti di etnia Bamar, fomentati dalle teorie nazionaliste del monaco Wirathu.

    Gli appelli accorati ai governanti e alle nazioni di papa Francesco e di molti altri leader delle grandi religioni monoteiste sembrano dissolversi nel vento di fronte all'avanzare degli "eserciti di Dio". Il fondamentalismo di natura religiosa rende i suoi proseliti sordi al senso più profondo dei testi sacri e ciechi di fronte ai propri simili.

    Quella attuale, a ben vedere, è solo l'ultima pagina di una storia recente che ha enfatizzato gli aspetti etnici e religiosi delle parti in contrapposizione, ricercando nella religione una legittimazione della guerra e della violazione dei diritti fondamentali della persona umana.

    Dopo l'attacco terroristico alle Torri Gemelle di New York e al Pentagono di Washington dell'11 settembre 2001, la semplicistica riduzione della lotta al terrorismo islamico a "guerra di religione", operata dalla propaganda politica di entrambi i fronti in contrapposizione, ha segnato in maniera pericolosa la cultura contemporanea e l'opinione pubblica.

    Emblema di tale asservimento della fede ad interessi di natura economica e politica resta senza alcun dubbio la "guerra santa" che ancora oggi si combatte in Terra Santa. Il conflitto fra Israeliani e Palestinesi, recentemente acuitosi in quella che è stata considerata la terza intifada, dimostra con chiara evidenza come, dietro le rivendicazioni di tipo etnico e religioso, si nascondano in realtà visioni geopolitiche inconciliabili e necessariamente contrapposte. Gli obiettivi politici di Netanyahu sul fronte israeliano e di Hamas su quello palestinese si escludono a vicenda e prevedono, da ambo le parti, la sconfitta dell'altro. Ciò che manca è la reale volontà di trovare una soluzione pacifica al conflitto: Israele preferisce la soluzione attuale a quella di una Palestina indipendente, mentre la Palestina ritiene che qualsiasi accordo che possa comportare la rinuncia a porzioni di territorio costituisca un tradimento del proprio popolo.

    Parimenti sono ragioni di natura prevalentemente geopolitica che alimentano le rivendicazioni jihaidiste, soprattutto in quei territori dove sono stati sovvertiti i precedenti apparati governativi e i regimi militari hanno aperto la corsa alla conquista delle risorse naturali ed economiche. Come ha sottolineato un attento osservatore delle dinamiche geopolitiche del calibro di Lucio Caracciolo, il vero obiettivo del Califfo Al-Baghdadi è quello di consolidare il proprio dominio nel territorio a cavallo tra Siria ed Iraq, eliminando le minoranze ivi presenti, anche se di fede islamica, come i musulmani sciiti. La guerra che si combatte oggi in Medio Oriente, come la gran parte delle guerre che la storia annovera, può pertanto ad ogni effetto essere connotata come guerra per la conquista di un territorio.

    Occorre dunque sfatare il mito delle guerre di religione. Nessun Dio chiede di uccidere in suo nome. Non il Dio dei cristiani, non quello degli ebrei, nè quello musulmani. Ma ci sono e ci sono stati cristiani, ebrei e musulmani pronti ad invocare il proprio Dio pur di soddisfare ambizioni politiche ed interessi di parte. A muovere gli eserciti, ad attentare alla vita di uomini e donne inermi è, ora come allora, il dio-denaro, la sete di potere che sempre riesce a corrompere gli uomini di ogni etnia, cultura e credo religioso.

    Occorre rifuggire altresì ogni semplificazione arabo/terrorista e occidentale/infedele, paradigmi utili soltanto ad alimentare un clima di pregiudizio e contrapposizione che favorisce chi ha interesse al mantenimento della guerra e alle speculazioni di tipo economico e finanziario che essa comporta. E ciò soprattutto in un momento in cui l'Europa è chiamata a gestire la complessa sfida del massiccio ingresso di profughi e rifugiati di fede musulmana e della loro integrazione nelle comunità locali.

    Di fronte al moltiplicarsi delle (finte) guerre di religione e all'amplificarsi delle conseguenze devastanti per l'intera umanità, si fa dunque più urgente la necessità di moltiplicare gli sforzi (reali) per la pace. La pace ci chiede un impegno concreto per la riaffermazione delle regole di diritto dettate dall'ordinamento internazionale.

    Non si tratta di una "guerra persa" in partenza. Già altre volte, proprio per impulso della religione, lo scenario internazionale ha saputo ricomporsi proprio quando sembrava che nulla potesse più essere tentato. Nel tempo delle divisioni, la Pacem in Terris di papa Giovanni XXIII seppe unire popoli e Nazioni di cultura e fede diversa, Oriente ed Occidente, L'Europa da ambo i lati della cortina di ferro, quasi a ridestare gli animi intorpiditi da visioni unilaterali e monolitiche, a riannodare i fili dell'appartenenza ad un'unica famiglia umana.

    Occorre che anche oggi le autorità politiche e l'insieme degli Stati complessivamente considerati adempiano senza riserve o condizionamenti di sorta al proprio compito di promozione della pace e di garanzia e rispetto dei suoi diritti fondamentali. È necessario, dunque, rinsaldare le fondamenta della costruzione giuridica internazionale sancite nel Preambolo della Carta delle Nazioni Unite e fare tutto il possibile affinché il diritto prevalga sulla forza, affinché i solenni ideali della promozione del «progresso sociale» e di «un più elevato livello di vita all'interno di una più ampia libertà» trovino realizzazione, preservando le future generazioni dal «flagello della guerra».

    La fede religiosa, di qualsiasi matrice essa sia, è portatrice di istanze non solo sul piano etico ed individuale, ma anche su quello civile e pubblico. Le religioni hanno dunque una dimensione sociale che non può essere negata, ma che, piuttosto, va oggi riaffermata e promossa.

    Di fronte al tempo del terrore, delle guerre di religione e degli scontri tra culture, occorre allora riconquistare il tempo del dialogo e dell'integrazione, della costruzione di comunità plurali. La convivenza e l'interazione tra diverse culture e comunità religiose, linguaggi e costumi, sono fenomeni che richiedono una corretta applicazione del principio fondamentale della laicità dello Stato e delle istituzioni, a garanzia della piena estrinsecazione della personalità e dei diritti fondamentali di ciascuno. Non si tratta di procedere verso un relativismo che sorpassi ogni differenza. La laicità, piuttosto, è (e deve essere) luogo che favorisce l'incontro e il confronto tra soggetti diversi, per religione, cultura, ideologia e, in ultima analisi, essa presidia il pieno e positivo svolgimento della convivenza democratica. La laicità "bene intesa", dunque, è una conquista dello Stato di diritto, che gli stessi credenti hanno il dovere di difendere e ribadire.

    Infatti, abitare il mondo da credenti vuol dire impegnarsi affinché siano affermati e rispettati i diritti inalienabili della persona umana e praticato lo stile dell'accoglienza e del dialogo. Ognuno di noi è un interlocutore privilegiato di questa necessaria dinamica dialogica. A ciascuno è affidato il compito di far progredire la causa della giustizia e del rispetto della dignità umana, le ragioni della convivenza democratica e della pace tra i popoli e le nazioni. Si tratta, in buona sostanza, di recuperare la categoria – al contempo etica e civile – della cittadinanza mondiale, riconoscersi membri dell'unica famiglia umana, ritrovare una comune spinta valoriale per la costruzione di un mondo che sia riflesso dell'amore di Dio per i suoi figli.



  • Intervista a Adnane Mokrani: "L'Islam, una religione etica fondata sulla pace e la giustizia"




    Proponiamo un'intervista realizzata al teolgo musulmano Adnane Mokrani, docente di Lingua araba e Islamistica presso il Pontifico Istituto di Studi Ararabi e d'Islamistica (PISAI)


    1. In diverse occasioni ha espresso la sua condanna degli attentati terroristici di Parigi invitando i leader religiosi musulmani a prendere posizione. Come interpreta ciò che sta accadendo? Perché si fa appello ad una religione per giustificare simili atti? Perché si continua a fare confusione tra Islam e terrorismo?

    Si fa appello alla religione per giustificare la violenza ed il terrorismo per due motivi principali. In primo luogo per l'esigenza di giustificare quello che è ingiustificabile. L'essere umano nella sua violenza ha bisogno di appellarsi a ideali religiosi o laici per far passare la violenza come atto giustificabile. In sostanza si ricorre a un meccanismo di questo tipo perché umanamente non si può accettare una simile brutalità, una simile disumanità. Questo meccanismo lo abbiamo visto nella storia agire sotto diversi nomi: civilizzazione del mondo, giustificazione del colonialismo, esportazione della democrazia, "guerra preventiva".

    Il secondo motivo a che vedere con un processo di manipolazione e di abuso delle coscienze dei giovani più ignoranti, più sprovveduti sul piano culturale. In sostanza si opera un lavaggio del cervello dei giovani più deboli, privi di conoscenza, che più facilmente possono cadere nella trappola del fondamentalismo che li manipola, portandoli alla morte. Questo crea una grande confusione tra Islam e terrorismo soprattutto in chi non conosce l'Islam, in chi ha una conoscenza superficiale spesso veicolata dai mass media. L'identificazione tra Islam e terrorismo ferisce, colpisce l'immagine pubblica dei musulmani, la fama dell'Islam. Ogni musulmano finisce così per essere visto come un potenziale terrorista. In questo modo si fa il gioco stesso del terrorismo che ha come progetto quello di contrapporre Islam e Occidente.


    2. Le chiedo di aiutarci a comprendere il rapporto tra Islam, religione e politica. Che cosa sta accadendo nel mondo arabo? Che origini ha la minaccia fondamentalista oggi espressa dall'Isis? In che misura rappresenta la fede islamica?

    L'Isis e la sue idee non rappresentano in nessun modo la religione islamica. E' una deriva scellerata, ideologica e criminale. Venendo al rapporto tra Islam e politica bisogna richiamare l'esperienza della Primavera araba che ha portato la speranza di un cambiamento serio perché ha toccato i problemi veri dei Paesi islamici: la democrazia, la libertà, il lavoro, la prosperità, la dignità, i diritti umani. Questi rappresentano ancora i problemi e le sfide che il mondo arabo ha oggi di fronte. Purtroppo la Primavera araba, iniziata in modo pacifico, è diventata guerra civile. La parte più fondamentalista ha approfittato del caos per un progetto opposto a quello della Primavera araba. Ha preso corpo un progetto terroristico dittatoriale di oppressione che non rappresenta certo un orizzonte di futuro. Può ingannare i giovani più ignoranti ma non può portare ad una vita dignitosa. Il terrorismo conferma la dittatura, la sua priorità è quella della sicurezza; le richieste del popolo vengono lasciate da parte. Nel Corano non troviamo una teoria politica, un sistema politico a cui ispirarsi. Troviamo invece valori etici che hanno una dimensione politica come la giustizia, la solidarietà e la pace, che sono valori umani universali espressi nelle modalità islamiche. I regimi che troviamo nella storia sono stati inventati di volta in volta dai musulmani che hanno imitato altri modelli di organizzazione politica. Il Califfato non è un istituzione religiosa. Vi sono stati dei re che hanno portato avanti questo modello politico che non ha a che fare con la religione. L'ultima esperienza storica di Califfato è stata quella del Califfato Ottomano che è evidentemente un'esperienza storica superata.


    3. Si utilizza spesso, in modo inappropriato, il termine jihād identificandolo con quello di guerra santa. Ma quale è il significato autentico di questa espressione nella tradizione coranica? Il ricorso alla guerra è contemplato Corano? Con quali significati?

    La jihād è lo sforzo che il credente realizza nella ricerca di Dio, è una via umana che porta a Dio anche attraverso il servizio all'altro, al prossimo. Nel Corano troviamo accenni alla guerra, al combattimento ma in accezione molto chiara: l'unica guerra legittima è quella difensiva. Solo in caso di attacco i cittadini hanno il diritto di difendersi. Purtroppo non sempre questo dettato è stato osservato dai musulmani. Il termine guerra santa non si trova nel Corano. Il termine jihād può anche far riferimento ad un aspetto bellico ma solo nell'accezione della difesa contro le minacce subite dalla comunità islamica nascente. Dopo la morte il Profeta Muhammad, i Califfi e i re hanno fatto scelte diverse.



    4. Quali sono i pilastri della fede islamica? Quali sono gli elementi che accomunano la fede musulmana e quella cristiana?

    Prima di tutto l'idea del Dio unico. L'Islam, come il Cristianesimo e l'Ebraismo, sono religioni monoteistiche. L'Islam si fonda, ha fede in valori come la compassione, la misericordia, la solidarietà, l'aiuto dei poveri, la famiglia, la vita umana. E' una religione etica che chiama i fedeli ad un impegno per la pace e la giustizia. L'Islam crede nella vita dopo la morte e nel giudizio finale. Gesù e Maria sono figure venerate. Gesù non è considerato un profeta qualsiasi; è un grande profeta con caratteristiche eccezionali. Viene nominato molte volte, più dello stesso Muhammad che è un po' nascosto nel Corano. Maria è venerata come la madre di Gesù e considerata simbolo di purezza, di santità e quindi è un modello da imitare. Sono molti santuari mariani che vengono visitati dai fedeli musulmani.


    5. Islam significa sottomissione a Dio nella pace. Che posto ha nell'esperienza religiosa musulmana l'impegno per la pace ed il dialogo interreligioso? Cosa serve oggi per superare le paure e aprirsi a un confronto che rispetti e valorizzi le diversità religiose e culturali?

    Per rispondere questa domanda è necessario chiedersi che cosa è la religione e a cosa serve. Bisogna fare chiarezza e riscoprire la missione religiosa della religione. Purtroppo oggi la religione è usata in modo improprio, demagogico e strumentale per coprire specifici interessi politici ed economici. La missione delle religioni è quella di educare l'essere umano per liberarlo dall'egoismo e aprilo a Dio e al prossimo. L'educazione religiosa è attenzione alla pace. In questa prospettiva non ci deve essere separazione ma solidarietà, collaborazione, unità tra gli uomini di diverse fedi che sono chiamati a lavorare insieme per il bene comune dell'umanità, a servire tutti senza distinzione. Non si può essere solidali sono con chi è come noi. Bisogna superare i confini dottrinali ed incontrarsi. Oggi il terrorismo, il razzismo e il populismo sono delle gravi minacce per la civiltà umana nel suo complesso. In particolare il terrorismo crea paura, conferma e sostiene i comportamenti xenofobi, la paura dell'altro, colpendo il cuore della democrazia, dello sviluppo politico. Il rischio è quello di reagire con la violenza ma così perdiamo tutti. E' un gioco a somma zero dove non ci sono né vinti né vincitori.


    6. Nel messaggio per la giornata mondiale della pace del 2016 dal titolo "Vinci l'indifferenza e conquista la pace" Papa Francesco ha sottolineato come la pace sia minacciata dall'indifferenza globalizzata. Un invito che ci spinge ad assumerci la nostra responsabilità. Cosa pensa al riguardo?


    L'indifferenza è un problema serio del nostro tempo. Faccio un esempio per esplicitare il ragionamento. Oggi il popolo siriano è abbandonato a se stesso in una lotta pacifica contro un regime dittatoriale. La comunità internazionale non ha fatto niente. E in questo vuoto è cresciuto il male. L'indifferenza fa aumentare i problemi e manifesta una mancanza di comprensione, di misericordia, una fallimento dei valori umani e religiosi. L'indifferenza ci porta a considerare i drammi umani come lontani da noi; ma presto o tardi questi drammi arrivano fino a noi, toccano le nostre vite. L'indifferenza uccide l'anima dell'esperienza religiosa e crea un vuoto di umanità. L'indifferenza non può quindi essere più tollerata e dobbiamo tutti essere responsabili e consapevoli dei drammi che il mondo sta vivendo.


    7. Infine una domanda su Papa Francesco e il Giubileo della Misericordia. Come valuta il mondo musulmano l'operato di Francesco? Come giudica la scelta di indire un giubileo della misericordia? Che significato ha nell'attuale situazione sociale, politica e culturale? Il tema della misericordia che posto ha nella tradizione coranica?


    La proposta del giubileo ha visto sin dall'inizio una partecipazione spontanea di tanti musulmani. Questo per tati motivi. La misericordia rappresenta un valore essenziale per la fede islamica. Un valore molto sentito. La misericordia è il cuore della missione del profeta Muhammad e questa misericordia e rivolta a tutti gli esseri umani. Il terrorismo e la guerre mostrano una mancanza di misericordia, un mondo dove si è perso il riferimento a questo grande valore. Quindi, per i musulmani, la misericordia in questo tempo è una necessità vitale per tutta l'umanità e per questo aderiscono in modo concreto a questa proposta.

    Il Papa rappresenta la salvezza e la credibilità della religione nel modo contemporaneo. Francesco ha saputo recuperare i valori di base del cristianesimo redendo la religione più umana, più vicina alla gente, più compassionevole, più semplice. Questo farà bene alla causa delle religioni nel mondo moderno. Siamo di fronte ad un bivio: o la religione è destinata a diventare un oggetto da museo oppure è possibile riscoprire i valori fondamentali dell'esperienza religiosa e tradurli nell'esperienza concreta di vita in un orizzonte di apertura. Tutta l'umanità può godere dell'azione che papa Francesco sta portando avanti.



  • Intervista a Paolo Naso: "Il dialogo tra le religioni, un edificio da costruire insieme"




    Proponiamo un'intervista a Paolo Naso Coordinatore della Commissione studi della Federazione delle Chiese Evangeliche in Italia (FCEI) e docente di Scienza politica e Giornalismo politico alla Sapienza, Università di Roma


    1. Sia personalmente che come Chiese evangeliche avete espresso con chiarezza la vostra condanna degli attentati terroristici di Parigi. Come interpreta ciò che sta accadendo? Perché si fa appello ad una religione per giustificare atti così violenti? Come è possibile arrivare a un tale disprezzo per i fondamentali principi dell'umanità?

    Quello che è accaduto a Parigi si colloca in una fase acuta dell'era post-secolare. La mia generazione è cresciuta nell'idea che l'esperienza di Dio avrebbe avuto un impatto sempre minore sulla vita delle persone. Oggi, invece, la religione torna nella scena pubblica manifestando una dimensione anche violenta, sanguinosa e brutale che per altro abbiamo già sperimentato nel passato. Non si tratta dunque di una novità perché l'esperienza religiosa, ieri come oggi, ha sempre avuto un volto violento, di negazione e distruzione dell'altro. E questo ha riguardato il cristianesimo, l'ebraismo e anche religioni orientali come il buddismo e l'induismo, considerate per loro natura pacifiche e non violente. Il dato epocale da cui partire è che il fenomeno religioso si accompagna alla violenza. Ma attenzione emerge anche un lato buono, tollerante delle religioni nel contesto attuale. In sostanza siamo di fronte ad un fenomeno a due teste: una buona e una cattiva. La testa buona, quella tollerante, deve trovare maggior spazio aprendo strade di dialogo che a loro volta saranno viatico per la convivenza.


    2. Le chiedo di aiutarci a comprendere il rapporto tra Islam, religione e politica. Che cosa sta accadendo nel mondo arabo? Che origini ha la minaccia fondamentalista oggi espressa dall'Isis? In che misura rappresenta la fede islamica?

    Esistono relazioni strutturali tra Islam e organizzazione politica. L'Islam nasce come tentativo di organizzare i vari aspetti, compresi quelli sociali, della vita di un popolo. Non si tratta di un eccezione. Se leggiamo il libro dell'Esodo vediamo come anche nel caso del popolo ebraico l'organizzazione sociale di una comunità sia legata ad un elemento religioso: si pensi ai dieci comandamenti o alle prescrizioni sociali e alimentari del Pentateuco. L'Islam con più forza rimarca alcuni aspetti di questo nesso tra religione e organizzazione sociale. Durante l'esperienza dei Califfati si sono via via si sono manifestate componenti ideologiche che hanno codificato quel modello ma, già a partire dalla decolonizzazione, varie realtà islamiche si ponevano il problema di come l'islam potesse vivere in un contesto dove emergevano una pluralità di bisogni e domande non facilmente conciliabili con un modello tecnocratico. Oggi siamo di fronte ad una contingenza geo-politica di cui anche noi occidentali siamo responsabili. Con i suoi interventi militari, l'Occidente ha inteso stabilizzare la situazione dei cosiddetti "regimi cuscinetto" che per diverso tempo avevano compresso il radicalismo islamico cercando una sua mediazione autoritaria - mi riferisco all'Iraq, al Libano e alla Siria - ma poi non è andato avanti, complice gli interessi economici in campo. Così si è aperto un vuoto politico in cui si è inserita l'esperienza dell'Isis che imita il modello storico del Califfato.
    Ciò che abbiamo di fronte non è uno scontro di civiltà ma uno scontro teologico e politico interno all'Islam, tra un Islam "post-califfale", aperto al confronto con altri modelli di governo e di organizzazione sociale, e un Islam che pensa di poter ricostruire il mito antico di un popolo e di una forma di governo (il Califfato).


    3. Lei è stato direttore della rivista Confronti e della Rubrica Protestantesimo (Raidue) e collabora stabilmente con le riviste Jesus e Limes. Come vive questa sua esperienza professionale? C'è un incontro, un episodio che ricorda in modo particolare?

    Quindici giorni fa ero in Libano, a quattro chilometri dal confine siriano ed ho incontrato famiglie siriane che avevano visto distruggere le loro case e tutto quello che avevano. La nostra missione, realizzata per conto della Federazione delle chiese evangeliche in Italia e della Comunità di Sant'Egidio, era quella di aprire dei corridoi umanitari per farli venire in sicurezza in Italia o comunque in Paesi sicuri. Non posso dimenticare gli occhi di quei bambini e dei loro genitori che ci chiedevano di far presto a realizzare questo corridoio umanitario. Credo che un giornalista prima di tutto debba cercare di condividere quello che vede.


    4. Nella tradizione cristiana la guerra non è vista come soluzione ai conflitti umani. Anzi la pace e la giustizia sono i due pilastri su cui costruire una convivenza umana pacificata. Come vive la Chiesa evangelica l'impegno per la pace e come giudica la guerra e in generale il ricorso alla violenza?

    Nella Chiesa evangelica c'è una grande varietà. Non bisogna dimenticare che la Chiesa Valdese è una Chiesa che ha dovuto lottare per sopravvivere. Il grande teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, protagonista della resistenza al Nazismo, ci ha insegnato che le azioni che compiamo si iscrivono sempre in una dinamica che ha a che fare con il peccato.


    5. Nel messaggio per la giornata mondiale della pace del 2016 dal titolo "Vinci l'indifferenza e conquista la pace" papa Francesco ha sottolineato come la pace sia minacciata dall'indifferenza globalizzata. Un invito che ci spinge ad assumerci la nostra responsabilità. Cosa pensa al riguardo?

    Questo papa sta riscuotendo un'attenzione inedita anche dentro la Chiesa Valdese. Sta facendo cose nuove sia per quello che dice che per segni, i gesti che compie. E lo fa con un stile nuovo, fraterno e allo stesso tempo rigoroso. Il Papa a Lampedusa per la prima volta ha detto no alla globalizzazione dell'indifferenza. La lotta all'indifferenza è quindi un scelta strategica, un messaggio molto forte con cui Francesco intende scuotere le coscienze sopite del nostro tempo.


    6. Tra i primi gesti di papa Francesco vi è stato un incontro privato di preghiera con un pastore pentecostale, invitato a Santa Marta il 26 giugno del 2013. Non era mai accaduto e la notizia è filtrata quasi per caso. Che messaggio e segni sta lanciando questo pontificato sul tema del dialogo ecumenico?

    Quello che il papa sta proponendo non è un ecumenismo esclusivo rivolto solo a bravi luterani. Si tratta di un ecumenismo a cui tutti sono invitati anche quelle Chiese che non hanno un sistema di relazioni storico e stabile con la Chiesa cattolica. Non stupisce quindi anche l'apertura alle Chiese pentecostali. Del resto Bergoglio, come vescovo di Buenos Aires, conosceva bene e frequentava questa realtà. Oggi le Chiese pentecostali rappresentano un quarto della cristianità e nel 2025 – grazie alla loro natura proselitistica – supereranno il 32%. Papa Francesco propone dunque un ecumenismo a tutto campo, così inclusivo da comprendere anche i pentecostali, che in alcune loro espressioni fanno fatica a comprendere questa apertura, opponendo un certa resistenza senza cogliere il possibile inizio di una nuova stagione del dialogo ecumenico.


    7. Da molti anni sia sul piano personale che come giornalista lei è impegnato nel dialogo ecumenico ed in quello interreligioso in special modo con le comunità islamiche. Che cosa si può fare per intensificare e diffondere questo percorso, questa scelta di fondo? Cosa serve oggi per superare le paure e aprirsi a un confronto sereno che rispetti e valorizzi le diversità religiose e culturali?

    Il dialogo è paragonabile alla costruzione di un edifico. Alla base, al primo piano, ci deve essere la conoscenza. Non è possibile accettare il modo in cui molti esponenti politici parlano dell'Islam o dei rifugiati musulmani. Il tema della conoscenza seria dei fenomeni è fondamentale e si pone sin dalla scuola. Bisogna lavorare per costruire dei processi di conoscenza di base. In questo senso la scuola e la Chiesa possono e debbono fare meglio il loro mestiere. Al secondo piano ci deve essere la costruzione di percorso di riconoscimento della presenza islamica. I musulmani che vivono in Italia sono in una condizione di oggettivo sfavore. Va innescato un percorso di riconoscimento giuridico dell'Islam: non bastano i tavoli che nascono presso il Ministero.

    Infine il terzo piano deve essere costruito alle stesse comunità islamiche. Spesso osserviamo un atteggiamento introverso. Ci sono parrocchie che accolgono i musulmani, università internazionali e scuole che sperimentano percorsi di dialogo ma sicuramente bisogna fare di più per aiutare le comunità musulmane a uscire fuori, per creare le condizioni perché il mondo musulmano non si senta accerchiato e finalmente possa spendersi nel dibattito pubblico. Occorre tutti insieme fare un salto di qualità.



  • Intervista al Rabbino Riccardo Di Segni: "La misericordia, strada da opporre alla violenza"




    Proponiamo un'intevista realizzata a Riccardo Di Segni, Rabbino capo della Comunità ebraica di Roma


    1. Sia personalmente che come comunità avete espresso la vostra condanna degli attentati terroristici di Parigi e la vostra vicinanza a popolo francese. Come interpretate ciò che sta accadendo? Perché si fa appello ad una religione per giustificare atti così violenti?

    Siamo in un momento di trasformazioni epocali della scena politica mondiale con scenari completamente nuovi dovuti anche all'impatto migratorio sull'Europa. E in questi scenari la religione ha ripreso una triste centralità divenendo elemento di giustificazione della violenza. Ogni religione porta con se radici violente ma l'evoluzione di questi ultimi decenni ha portato molte religioni a comprendere che non si devono usare strumenti così violenti; altre purtroppo non lo hanno ancora compreso.

    2. Nel 2006 si è recato in visita alla moschea di Roma. Una scelta di grande valore simbolico. Che cosa ricorda di quella visita? Come costruire un dialogo quotidiano, concreto, tra ebrei, cristiani e musulmani?


    Esistono diversi mondi cristiani. Dialoghiamo a tutti i livelli con la Chiesa cattolica e con le rappresentanze di altre fedi cristiane presenti a Roma. E' un dialogo che ormai ha una sua storia, anche le sue difficoltà ma tutto si svolge in un clima è molto sereno. Il rapporto con l'Islam è sicuramente più complicato perché le articolazioni dell'Islam in Italia sono varie. Noi cerchiamo sempre di stabilire rapporti di conoscenza e collaborazione ma è un cammino più difficile perché inquinato dalla politica.


    3. Nel tradizione ebraica la guerra non è vista come prima o desiderabile soluzione ai conflitti umani. Anzi la pace è il supremo ideale ebraico. Nella visione profetica il centro focale di tutte le speranze messianiche risiede nella pace universale, nello "shalom". Ci può aiutare ad approfondire il significato dello shalom?

    La radice shalom indica la pienezza, la completezza. Si tratta quindi di una situazione di armonia, di risoluzione dei conflitti interni alle persone e dei conflitti di tutti i tipi che riguardano i rapporti tra le persone o addirittura il rapporto tra le persone e il mondo. Quindi esistono tanti tipi di shalom possibili.
    C'è il tempo della pace e c'è il tempo della guerra, non è che ci sia un rifiuto a priori della guerra. Ovviamente c'è un ridimensionamento. La cultura ebraica originaria biblica rifiuta, considera non consono, non naturale allo spirito ebraico, l'uso della spada. Se la spada viene utilizzata è solo in una prospettiva di necessità insostituibile. Non è un pacifismo assoluto, è bene chiarirlo. Si rischia di fare retorica, molto buonismo. La Bibbia in alcune parti può essere anche violenta, secondo l'ottica attuale, ma la stessa Bibbia contiene tantissimi messaggi di pace.


    4. L'ebraico utilizza il termine khesed riferendosi alla misericordia. Nella vostra religione quale posto ha il tema delle misericordia? Nella Tohah e negli altri testi della tradizione ebraica quale significato assume la misericordia degli uomini e quale quella di Dio?

    La parola khesed ha molti significati differenti. Indica un atteggiamento di passione, di entusiasmo che può essere buono ma anche negativo. Ci sono termini più specifici che si riferiscono alla misericordia. In particolare il termine rakamin. Tra l'altro in arabo rakim è un attributo di Allah misericordioso. Nel Signore, nella nostra tradizione, sono presenti tanti attributi ma soprattutto due: la giustizia e la misericordia, che non possono in nessun modo essere dissociati. L'immagine che noi abbiamo del nostro Signore quando ci rivolgiamo a Lui nelle nostre preghiere è quella di Colui che ha attributi di misericordia e che non deve rinunciare ad essa perché non possiamo fare a meno della Sua misericordia e del Suo perdono per sopravvivere. D'altra parte noi dobbiamo limitare, controllare il nostro comportamento.


    5. Quale significato assume il giubileo nella tradizione ebraica? Come giudica la scelta di Papa Francesco di indire un giubileo della misericordia? Che significato ha nell'attuale situazione sociale, politica e culturale?

    Il giubileo è un'istituzione biblica ebraica legata alla storia dell'insediamento ebraico nella terra. Quindi rappresentava un evento epocale che avveniva ogni cinquant'anni in cui ciascuno tornava ad essere libero e alla sua parte di terreno originaria in modo che ognuno potesse ripartire in condizioni di libertà ed uguaglianza. L'ebraismo, per motivi contingenti, non celebra il giubileo da almeno 28 secoli. La Chiesa ne ha ripreso alcuni significati e quindi il giubileo cristiano per il nome e per alcune ispirazioni si ricollega a radici ebraiche. Il giubileo che stiamo vedendo è un evento cristiano a cui noi assistiamo come spettatori con grande rispetto. Il fatto che il papa abbia voluto sottolineare l'aspetto della misericordia è un dato importante perché, nel momento in cui sembra che all'idea religiosa si debba accompagnare la violenza, è un messaggio controcorrente.


    6. Il Giorno della Memoria è una ricorrenza che ormai si celebra da 20 anni. Come la vive la comunità degli ebrei di Roma? A suo avviso la memoria della Shoah è oggi patrimonio collettivo di tutti, non solo degli ebrei? Che cosa si può fare per rendere maggiormente consapevoli le nuove generazioni di ciò che è accaduto?

    La giornata della memoria ha avuto un impatto molto importante nella diffusione della conoscenza e consapevolezza di questo dramma. Quindi ha avuto un enorme impatto educativo e siamo grati ai media che l'hanno rinforzata e amplificata. Vedendo i risultati di questo lavoro, è importante che si continui su questa strada facendo però attenzione ad un dosaggio molto sapiente delle informazioni perché si rischia la banalizzazione e l'overdose. La nostra comunità degli ebrei di Roma non aveva bisogno della giornata della memoria perché la memoria della Shoah è viva e è trasmessa costantemente.



  • Intervista all[[#146]]Imam Yahya Sergio Yahe Pallavicini: "Un cammino comune di pacificazione interiore"




    Proponiamo un'intervista realizzata a Yahya Sergio Yahe Pallavicini Imam della Moschea al-Wahid di Milano e Vice presidente della Co.Re.Is (Comuntà Religiosa Islamica Italiana)


    1. In diverse occasioni ha espresso la sua condanna degli attentati terroristici di Parigi. Come interpreta ciò che sta accadendo? Perché si fa appello ad una religione per giustificare simili atti? Perché si continua a fare confusione tra Islam e terrorismo?

    L'ignoranza della identità islamica e la dimenticanza della prospettiva religiosa contribuiscono alla confusione sull'onestà dei credenti musulmani rispetto alla criminalità dei terroristi. Anzi, proprio questi ultimi strumentalizzano questa ignoranza e questa dimenticanza per pretendere di avere una presunta legittimità come "giustizialisti religiosi". In realtà la religione viene solo manipolata come copertura ideologica alle loro follie di potere. Termini come "combattimento spirituale del bene sul male" o rivendicazioni pretestuose sulla storia delle crociate o del colonialismo o del monopolio dell'autorità morale o economica vengono estrapolati dal loro contesto teologico, giuridico e culturale per fomentare una contrapposizione al "male assoluto" e immedesimarsi in modo esclusivo e totalitario con il "bene assoluto". In realtà, di assoluto c'è solo una megalomania priva di fondamento religioso e civile.


    2. Le chiedo di aiutarci a comprendere il rapporto tra Islam, religione e politica. Che cosa sta accadendo nel mondo arabo? Che origini ha la minaccia fondamentalista oggi espressa dall'Isis? In che misura rappresenta la fede islamica?

    La dottrina islamica insegna ai credenti di agire con la responsabilità di vicari di Dio sulla terra. Questa responsabilità è un servizio nei confronti del prossimo inteso come membro della medesima o di una diversa famiglia, comunità religiosa, cultura e giurisdizione. La fede è lo strumento del servizio di adorazione al Dio Unico e la fratellanza lo strumento per sviluppare il bene comune. Il dialogo e la collaborazione rispettosa e costruttiva sono alcuni riflessi di questa fratellanza che tutela l'unità nella diversità dei cittadini e dei credenti. Gli amministratori del potere dovrebbero salvaguardare questi principi ma la corruzione dei sistemi politici e la decadenza della società provoca alcune rivoluzioni che rischiano di essere molto peggio dei mali da affrontare. Così dalla secolarizzazione nazionalista del mondo arabo abbiamo assistito alla crisi della "primavera araba" e dal fondamentalismo dell'islam politico e antisemita troviamo oggi la minaccia del terrorismo islamista. L'antidoto a questa degenerazione può essere rappresentata da una nuova corrente di intellettuali e religiosi musulmani occidentali che sappiano testimoniare i valori universali del sacro e l'autenticità delle interpretazioni tradizionali della dottrina in armoniosa e intelligente relazione con il contesto della società e delle Istituzioni Europee.


    3. Si utilizza spesso, in modo inappropriato, il termine jihād identificandolo con quello di guerra santa. Ma quale è il significato autentico di questa espressione nella tradizione coranica? Il ricorso alla guerra è contemplato nel Corano? Con quali significati?

    Jihad è il termine che definisce lo "sforzo spirituale", la forza necessaria per far prevalere in se stessi il bene sul male, le virtù sui vizi. Il Profeta stesso, dopo aver condotto diversi suoi compagni al successo in alcuni combattimenti contro gli arabi pagani che lo perseguitavano, aveva raccomandato di abbandonare la lotta militare per consacrarsi alla lotta intellettuale contro le passioni dell'ego. In questi recenti decenni assistiamo invece ad una artificiosa "passione per la violenza" propagandata da un movimento armato e rivoluzionario che abusa del termine jihad e ne fa un uso che è persino contrario all'antico codice di onore in tempo di guerra che vietava di usare violenza a: donne, bambini, anziani, residenti, ambasciatori, prigionieri, ministri di culto, luoghi di culto, tombe e prescriveva sempre la priorità della misericordia e della giustizia tramite la ricerca di un accordo di pace.


    4. Islam significa sottomissione a Dio nella pace. Che posto ha nell'esperienza religiosa musulmana l'impegno per la pace ed il dialogo interreligioso? Ci può parlare del suo impegno e di quello della Co.Re.Is italiana sul tema del dialogo interreligioso? Cosa serve oggi per superare le paure e aprirsi a un confronto che rispetti e valorizzi le diversità religiose e culturali?

    La vita del musulmano osservante dovrebbe coincidere con un processo di pacificazione interiore e di armonia esteriore con il prossimo e il contesto in cui vive. Al contrario, alcuni musulmani pretendono di invertire la gerarchia naturale dell'insegnamento della tradizione preferendo di "cambiare il mondo" invece di "cambiare se stessi" e per provocare questo cambiamento, usano violenza contro se stessi e contro il mondo e l'umanità. La COREIS (Comunità Religiosa Islamica) Italiana si concentra in un lavoro di formazione intra-religiosa che permetta la maturazione di una prima generazione di referenti religiosi qualificati nelle scienze teologiche islamiche nel rispetto consapevole del contesto giuridico, sociale e culturale italiano. Parallelamente, compie un lavoro educativo e di promozione culturale su vari livelli di dialogo interreligioso con intellettuali e semplici fedeli e associazioni cristiane ed ebraiche per sviluppare una declinazione e una interdisciplinarietà tra famiglia, sensibilità religiosa, sviluppo accademico e professionale. Occorre imparare a superare pregiudizi, confusioni e falsi timori acquisendo una padronanza delle complessità e delle autenticità delle relazioni tra Oriente e Occidente, tenendo quindi presenti alcune questioni chiave: tradizione e modernità, laicità e pluralismo religioso e culturale, interiorità spirituale e responsabilità pubblica.


    5. Lei è l'Imam della Moschea al-Wahid di Milano e per il suo ruolo di Vice presidente della Co.Re.Is ha intensi contatti con la comunità islamica di Roma che si riunisce nella Grande Moschea di Roma, sede del Centro islamico Culturale d'Italia. Come stanno vivendo i fedeli musulmani di Milano e di Roma la situazione attuale? Che sentimenti respira? Che tipo di iniziative state immaginando?

    I fedeli musulmani vivono nelle grandi città italiane le tensioni della crisi e le alternanze degli umori faticando a trovare una dignità nel lavoro e nel rispetto della propria identità confessionale e culturale e subendo le fobie e le discriminazioni di una minoranza di italiani che generalizzano, con le loro demonizzazioni infondate, tutta la civiltà islamica. In realtà, la maggioranza dei musulmani che vivono in Italia è doppiamente colpita dalle atrocità del terrorismo islamista e molto distante da ciò che succede politicamente in un determinato paese africano o asiatico. Sono persone semplici concentrate nella sopravvivenza e nella costruzione di un avvenire per le proprie famiglie e vivono le difficoltà con fede e speranza consapevoli di una crisi peggiore nei propri Paesi di origine. Non hanno alcun interesse per la criminalità e condannano l'abuso che i terroristi fanno della nostra dottrina e fede religiosa. Sia la Grande Moschea di Roma che la moschea al-Wahid di Milano così come la COREIS insieme a molti altri centri islamici distribuiti sul territorio italiano - gestiti da musulmani immigrati dal Pakistan, Bangladesh, Turchia, Senegal, Marocco - compiono un importante lavoro a tutela proprio della preghiera come occasione di raccoglimento spirituale e conforto anche sociale. Come cittadini italiani musulmani, la COREIS cerca di favorire attività di promozione interculturale e scolastica che favoriscano scambi e la maturazione di una consapevolezza diffusa dell'integrazione tra culto islamico e cittadinanza e cultura italiana.


    6. Nel messaggio per la giornata mondiale della pace del 2016 dal titolo "Vinci l'indifferenza e conquista la pace" Papa Francesco ha sottolineato come la pace sia minacciata dall'indifferenza globalizzata. Un invito che ci spinge ad assumerci la nostra responsabilità. Cosa pensa al riguardo?

    Grazie a Dio, Papa Francesco riesce a richiamare le coscienze all'evidenza di alcuni errori dando la dimostrazione evidente di quello che la "scienza sacra" rappresenta. L'indifferenza è uno dei mali dell'anima dell'uomo contemporaneo perduto nel regno della quantità delle suggestioni inutili che lo rendono passivo e incapace di "intendere" i bisogni reali della persona, della natura e della sua funzione tra i mondi. Reagire a questa crisi interiore senza rivoluzioni ideologiche e rancori esistenziali ma ritrovando una conversione integrale alla vera religione è parte del messaggio dell'enciclica Laudato Si che invita anche a prendere coscienza e assumersi la responsabilità della cura della creazione. Come poter rimanere ancora indifferenti alla possibile scomparsa del nostro pianeta e restare chiusi nell'egoismo degli affari mondani e della proprietà personale? Tutte le autorità religiose devono sensibilizzare i cittadini, i credenti e i governatori verso questa prospettiva della vita senza la quale rischia di esserci solo la follia del consumo del nulla che avanza e rende le persone assuefatte alla loro insoddisfazione cronica. Forse la novità storica della comunicazione di Papa Francesco è il rinnovamento di un carattere universale che rende i suoi insegnamenti utili anche alle altre comunità religiose, riposizionando confini e giurisdizioni alla luce della crisi dell'uomo moderno e dell'urgenza di un risveglio e riorientamento spirituale.


    7. Infine una domanda su Papa Francesco e il Giubileo della Misericordia. Come valuta il mondo musulmano l'operato di Francesco? Come giudica la scelta di indire un giubileo della misericordia? Che significato ha nell'attuale situazione sociale, politica e culturale? Il tema della misericordia che posto ha nella tradizione coranica?

    C'è molto bisogno di Misericordia nel nostro mondo e per l'umanità contemporanea. L'apertura di porte sante è un simbolo di grande fede e speranza ma anche di grande carità, una carità che dobbiamo dedicare gli uni agli altri, senza sconti e sentimentalismi ma facendo prevalere il bene della preghiera per una intercessione profetica che ci salvi dalle nostre ipocrisie e dimenticanze di Dio. Dal Corano i maestri traggono grande ispirazione da un versetto che dice "il ricordo di Dio pacifica i cuori" e indicano la compagnia dei virtuosi e delle genti pie come sostegno alla fede pura. Dobbiamo pregare affinché la fratellanza tra i nobili servi in Spirito e Verità di ogni comunità religiosa si realizzi come illuminazione e irradiamento del Bene sulle forze dell'illusione. La grazia del Misericordioso è l'unica che può guidare al successo il lavoro di questi credenti per il bene comune.



  • Sminare il terrorismo attraverso l'educazione




    Dall'epicentro del terrore le Acli di Francia, impegnate nell'associazionismo e che vivono come un ponte tra due culture, percepiscono forse più di altri la responsabilità di far sentire la loro voce operosa e di lavorare a quello che pare il pre-requisito fondamentale per sminare il terrorismo: l'educazione


    Se possiamo considerare gli attentati del 13 novembre come un terremoto nella vita quieta di tanti di noi, allora è probabilmente corretto chiamare "epicentro" questi quartieri di Parigi Est nei quali vivo. E se dovessi azzardare una prima - paradossale - legge, basta sull'esperienza, direi che la paura cresce più si è lontani dall'epicentro. Rimbombata dai media, sviscerata nei suoi dettagli, allontanata dal suo contesto, la tragedia ci proietta in un mondo insicuro, dove non si può non guardare il prossimo senza cercare conferme o smentite della possibilità che egli ha di nuocerci.

    Da qui, dall'epicentro, dopo i primi due giorni di costernazione, di ovatta nel cervello per rendersi conto che davvero, sì, tutto questo è successo a pochi metri da casa, in posti frequentati, in vie affollate, è scattato un lucido e cinico sistema salvavita, che suona più o meno così: percentualmente, quanti sono 130 morti, rispetto ai 2.500.000 cittadini parigini (intra muros)? Pochi. Succederà di nuovo? Sì, è probabile. Che probabilità ci sono che capiti a me o ai miei cari, la prossima volta? Meno che avere un incidente in macchina, meno che prendere un brutto male, meno di centinaia di altre disgrazie, meno che vivendo in zone di guerra in tante altre parti del mondo. E allora che si fa? Si respira a pieni polmoni (enfin, compatibilmente con l'inquinamento) e si riprende la vita di prima, apprezzandone ancora di più le piccole gioie quotidiane, e cercando, se possibile, di farsi due o tre domande in più, cercando con più ostinazione due o tre risposte.

    Ma la sfida più grande è forse quella di provare a impostare correttamente le domande. O, ancora con maggiore urgenza, di togliere dall'arena pubblica le domande mal poste, faziose, e le risposte che si presentano come un autogol della democrazia già al primo sguardo.

    E` chiaro che in questo nuovo compito affidato a tutti cittadini (nel loro essere on-line e off-line, consumatori, elettori, attori della vita quotidiana, giornalisti, politici, educatori) stiamo navigando in alto mare. Sospendere Schengen, privare di cittadinanza, sorvegliare in nome della sicurezza, sono scelte che ci fanno sentire più protetti? Che rendono forse più solide le basi del nostro vivere insieme?

    Il punto, che appare evidente dall'epicentro, ma, sono sicura, anche nei cuori di tante persone di buona volontà, non è piuttosto che la miscela di condizioni geopolitiche, sociali, e perché no, anche di noia esistenziale della nostra adolescenza europea, era evidente a tutti un giorno prima degli attentati (anche quelli di gennaio) e lo è con altrettanta vividezza all'indomani? Non ha radici che affondano nella storia degli ultimi due secoli, e responsabilità politiche, culturali, finanche urbanistiche molto più recenti, che abbiamo contribuito, come collettività, a mettere in opera?

    Saliha Ben Ali, madre di un «martire» che ha lasciato il Belgio per morire in Siria, si spiega così la scelta di suo figlio: Lo Stato Islamico dice "qui abbiamo lavoro per voi, donne per voi, spazio per voi, qui siete i benvenuti, non importa il colore della vostra pelle, noi vi accettiamo".

    Per un gioco di specchi distorti, le nostre democrazie costruite in secoli e sangue per dare libertà e uguaglianza a tutti i cittadini sono considerate da alcuni meno appetibili di un regime oscurantista e liberticida, in grado però di essere persino più globalizzato e mediatizzato di noi, che pensavamo di essere i motori della globalizzazione e di aver inventato tutti i mezzi di comunicazione e il modo di usarli efficacemente.

    Di fronte a questo scenario, noi delle Acli Francia che siamo impegnati nell'associazionismo e che ci viviamo come un ponte tra due culture, abbiamo forse più di altri (ma sicuramente con tanti altri) la responsabilità di far sentire la nostra voce operosa e di lavorare a quello che pare il pre-requisito fondamentale per sminare il terrorismo: l'educazione.

    Un'educazione che risponda al mondo complesso del III millennio insegnando ad articolare le proprie (necessariamente plurime) identità con armonia, ad ascoltare l'emotività e confrontarla con il mondo reale, anche imparando a convivere con una certa dose di inevitabili frustrazioni, che insegni a vivere la propria spiritualità con pienezza senza dimenticare che l'arena pubblica è una sola ed è a quella che bisogna alla fine riferirsi. Un'educazione che non abbia bisogno di master di quarto livello in relazioni internazionali per capire il mondo, ma torni a dare gli strumenti per riconoscere le ingiustizie e il coraggio per mettere in atto, anche nel proprio piccolo, quei gesti che scardinano le ineguaglianze e rendono solide le comunità. Un'educazione, o forse meglio dire una formazione continua, visto che l'analfabetismo delle pratiche di cittadinanza colpisce ainoi soprattutto le generazioni che hanno già diritto di voto.

    Per quelle a venire, non possiamo che ricordare l'epitaffio di Maria Montessori: "io prego i cari bambini, che possono tutto, di unirsi a me per la costruzione della pace negli uomini e nel mondo".



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